domenica 2 marzo 2008

Monaca


Tu solo, amore mio, tu solo – su questa terra – conosci l’animo mio.
E parlo a te, in un assolo, io sorella.
Sono in pace, nella zona d’ombra e di silenzio in cui si tace,
in questa zona scura di penombra e di clausura,
senza esser più prigioniera del vuoto ch’era sofferenza.
Tu, ora fratello, vivi con me nel celeste castello dove il Cielo dimora.
Il nostro amarci terreno sarebbe stato da meno,
per limitarci e su noi stessi ripiegarci.

Non capivo, da piccola, e trovavo strano che i grandi parlassero d’amore.
Crescevo, più forte e più donna diventavo, ma la meta era ancor lontano.
Sempre, nel mio cuore, alla ricerca silenziosa della giusta direzione,
per saper come attraversare la paura angosciosa
della condizione d’inquietudine profonda e della fragilità
che nell’intimità mi sommergeva come un’onda.
Imparai così a riconoscere e a guardare dolori e dispiaceri:
è nella lacuna della memoria che la loro storia rimane chiusa lì.
Crescendo, continuavo a cercare nuove possibilità pur nell’asperità:
salendo verso la cima anche la fatica riempie un cuore, se pur non ne tracima.

Ho saputo ammettere con franchezza ciò che vivevo in certi istanti:
la bellezza che sentivo mia era questione di momenti
e l’armonia interiore era l’incanto vivo di quando, come in un sol canto,
tutte le voci che mi parlavan dentro si facevan petali di un unico fiore.

Parlare d’amore era per me cosa curiosa, anche se più di un corteggiatore
mi trovava solare e femminile, meravigliosa e seduttiva.
Ma non capiva che l’amore è mistero - un miracolo vero -
l’attesa duratura con la speranza della felicità pura;
non intuiva che l’amore è un privilegio che dà senso alla vita intera,
e non una maniera dei sensi di creare un sortilegio.
L’amore fisico e terreno non è un riparo confortevole
né un rifugio unico e rassicurante che custodisce la felicità nel tempo:
troppa è la fragilità e lo si perde in un momento,
con un tradimento e con l’infedeltà.
Resta poi difficile il perdono dopo l’abbandono:
ogni particolare, insignificante, si fa macigno
e nello scrigno del tuo cuore, svuotato, rimane l’abisso del dolore.

Nel mio itinerario, lungo il cammino, mi piaceva inoltrarmi
nelle ombrosità dei sentimenti.
E in quei momenti, nel territorio inesplorato dell’anima,
spalancare una finestra nell’interiorità,
per dar senso compiuto alle emozioni.
E le sensazioni erano allora quelle della felicità
di chi sa di vivere davvero.

Non la svelavo a nessuno la mia intimità, pronta a rinchiudermi a conchiglia,
per difendermi contro le incursioni nelle mie emozioni.
Cercavo di capirmi, pur nell’ansia e nella paura,
avendo cura di disciplinarmi.


Cercavo qualcosa di vero senza ancor sapere che il Vero cercava me.
E nella mia ansia di capire, dissi a te l’indicibile mio gemito recondito.
Credo, amore mio, che per un istante il tempo si sia fermato
e nel nostro mondo tormentato l’eternità abbia indugiato.
Odo ancora l’eco della tua voce che sentivo come distante:
Capire è a volte doloroso, alcune cose son sempre vaghe.
Poi il tuo silenzio pensieroso e io incantata
nell’udire le parole del preludio della mia chiamata:
Le più importanti, a volte. Le più importanti.

Ora so dove conduce il cammino.
E tu lo percorri con me, mi sei vicino.
Gli altri vagano, come dispersi che si son persi,
finché non giungano al punto fermo che li attende: la morte.
A che serve allora arrivare? Conta il continuare.
Oltre la morte, per la vera vita.
E’ questo l’Amore.

Casa


Sono cresciuta credendoci:
un amore per sempre, la serenità, la gioia.
E’ questa la visione evocata per me
dalla parola che la racchiude: casa.

L’ho capito dopo, che con lui non era casa.
Era così bello che neppur ci pensavo,
con quel suo viso scanzonato e tirabaci.
Pareva tutto un sogno
e, come un sogno, svanì così.
Bastò parlar di casa: e lui svanì.
Ancora non sapevo che gli uomini passano e scappano.

Per dimenticare, una vacanza.
Amo il mare: per far ordine nel cuore e nella mente,
una spiaggia e il sole e io da sola in una stanza.
Ecco, andar lì con nessuna voglia di far niente.
Una sera, una musica festosa,
l’allegria e la folla chiassosa.
Perché no? Ballare e tutte le pene scordare.
Mi butto in pista, ballo da me e per me, nessuno in vista.
S’affianca un tipo che ride e sorride e mi rallegra la sera.
E balliamo, balliamo e balliamo
finché la testa gira e manca l’aria in quella balera.
Usciamo, mi porta giù al mare.
E parliamo, parliamo e parliamo.
Dolce la notte, la luna esagerata, piacevole il passeggiare.
Alla fine ci prova: no, non son così, come una donna che si trova.
Scappo via, mi volto, guardo che non ci sia.
E non so, sì, non so se volevo che fosse lì.
Rientro e son di già pentita:
forse era l’amore e la favola infinita.

Ci fu poi un altro, bello come il ballerino di una sera.
Senza neppure il mare o le stelle,
sotto un lampione spento, neppur la luna c’era.
Un bacio. Un altro bacio, un altro ancora.
Gli fermo la mano: la lezione l’ho imparata sin da allora:
pochi giorni e se ne andrà.
Mi guarda dolce, m’accarezza il viso e non so più come sarà
quando il nome mio, detto da lui, m’inebria e mi dà l’oblio.
Poi i baci veloci, quei baci, tanti baci.
Che si fan lenti, sempre più lenti…
E’ lo sfinimento, amore mio.
Già da lui.
Casa. E di chi è mai questa casa? Mia, tua, nostra.
Ma come ho fatto?
Io nel letto d’uno sconosciuto che forse fa solo un giro in giostra.
Un nuovo giorno, colazione con lui, ancora il letto sotto quel tetto.
Non è solo diletto: è la gioia, è la vita che mi incanta.

Fu invece il dolore che schianta.
Nessuna vita futura: per lui, solo avventura.

La vita non è sempre meravigliosa.
Eppure il cuore non s’arrende.
La sogno ancora, io, la casa.

I suoi occhi


Neppure la conosco.
La sua voce non saprei.
Qui seduti, tra gente in ozio,
ai tavolini si chiacchiera e sorseggia.
Il suo viso evoca qualcosa di sconosciuto
che traspare nell’espressione misteriosa.
Segreti ne ha: li custodisce dentro i suoi occhi.
E’ semplice e calma, irraggiungibile.
Impenetrabili e quasi freddi, gli occhi suoi
mi rivelano i segreti d’un’esistenza:
quel che è stata, quel che è.
La serenità del suo sorriso accennato
dice che or è libera dall’inquietudine di se stessa.
Certo incompresa, cercava forti emozioni.
E’ arduo abbandonar la sofferenza
se c’è passione.
Chissà, forse fu sedotta da intelligenza ed ironia,
lei che credo non sappia saper sedurre.
Di certo ce l’ha fatta:
ha quella serenità profonda, quasi estasiata,
di chi è in pace con la vita.
Sensi di colpa non ne ha, s’inventa la vita:
par senza fede, fatalista.

Neppur la conosco.
Ma vedo la sua passionalità nascosta
in cui tutta s’esprime,
in cui è se stessa.
Questione d’abbandono.

Strana idea


Non sai, amore mio, cosa farei per te.
La mia vita la ho legata proprio a te.
E ora tu appari spento e stanco.
Io ancor desiderosa di darti tutta me stessa.

Vorrei saper tutto di te, amore mio:
le fantasie nascoste, gl’intimi desideri tuoi
e i dettagli amorosi che ti fan maschio.
Perché la sessualità diventi sensualità,
per risvegliarla,
per amarti ancora.

Non sai, amore mio, non lo sai, cosa farei per te.
Perché di tutto è capace una donna che ama.
Sai, sarebbe, il mio, un atto d’amore.
Conoscerti attraverso di lei:
saper tutto di te che ti sveli al corpo di lei.
Ti piacerebbe, lei: scelta io per te.
Gelosa poi, io no: sarebbe per avere te, e non per darti a lei.
Lei bella e sensuale, il corpo che palpita e l’anima spenta.
Palpita invece il mio cuore
nel desiderio di risvegliare i nostri corpi spenti.

Non te ne stupire, amore mio: ogni donna è femmina.
E, se tace, è solo per pudore.
Son tutte per te le fantasie mie d’amore,
per te le sensazioni tutte.

Non sai, anima mia, cosa farei per te.
Non lo sai tu.
Perché, anima mia, una donna
l’amore lo inventa.

Bambolina


Non visto, la osservo: lei riposa al sole, gli occhi chiusi.
Solare anche il suo sorriso dolce, perennemente accennato.
In lei tutto è lieve, morbido, soffice:
è il suo fascino naturale, che nulla cela.

La guardo in silenzio: ne percepisco l’essenza
che sa della sua melodia senza suoni, che lei emana.
Ne seguo le note tacite, a ritroso,
per esser condotto là dove nasce quella sua musicalità.

La sento: ne colgo l’armonia.
Sa di magia la canzone che il suo cuore intona silenzioso:
è l’emozione del sentimento che nasce dentro
e che – come un fato benevolo – la guida al bello.

Divento spettatore del suo mondo di bambagia
in cui lei piace a se stessa e si accetta e si tien vicina a sè.
Arrendevole e disarmante, accoglie tutto ciò che le fa bene.
Ma sa dir di no e difendersi, se avverte che le fa male.

Vedo il suo viso, e non so dir se è bella. Lo è di suo:
nel suo sorriso giovane, nello sguardo buono
e nel volto su cui il tempo si adagia lento.
La bellezza non la insegue, la dolcezza la coltiva.
Dello scorrere degli anni lei non se ne cura: per lei è vita.

Mi appare così com’è, lì abbandonata al sole,
dolce nel suo sorriso che sa di nostalgia.
Un po’ infantile, indecisa sempre, a volte ironica e dispettosa.
Lei, sedotta dalle timidezze e dalle fragilità e dai silenzi,
intenerita da chi ha già vissuto gli anni.

La osservo: è tutta lì, nel suo sorriso che indulge a se stessa.
La guardo: è tutta lì, pronta a far follie per sempre.
La vedo: è tutta lì, nel suo eterno bisogno di sentirsi coccolata.
E volgo lo sguardo altrove:
perché lei è così, un po’ leggera. Perché lei è tutta lì.

Confesso a me stessa


Sto davanti allo specchio che ora è grata di confessionale.
Abbasso lo sguardo: “perdona a te stessa, madre, perché ho peccato”.
Ho peccato d’invidia. Per mia figlia, la mia bambina.

Io fui una ragazza bella, non semplicemente una bella ragazza.
E una donna bella, non una bella donna.
Poi fui una signora bella, non una bella signora.
Bello il mio viso, bello il mio corpo: un dono, davvero.

Ora alzo con timore lo sguardo allo specchio,
per la paura di scorgervi
i primi segni del tempo che adombra il mio fascino.
Ora non alzo lo sguardo alla grata,
per il senso di colpa che mi vien dal tormento
d’essermi confrontata con la bellezza splendida di mia figlia
e dei suoi sedici anni.

Gli sguardi che erano riservati a me si posano oggi su di lei:
per lei tutta l’ammirazione e i complimenti.
Non seppi dare un nome alla sensazione, brutta,
che mi disorientava,
e al disagio provato d’esser messa nell’ombra.
E con l’alibi di far del bene a lei
perché non fosse preda degli sguardi dei maschi,
soffocai la sua consapevolezza e soffocai lei.
Fu il conflitto: lei divenuta triste e rabbiosa.
Cercò così ancor più gli sguardi: per sentirsi apprezzata,
per aver quelle conferme che io, io avrei dovuto darle.

Ora lo so.
E posso di nuovo alzar lo sguardo allo specchio. E alla grata.
Perché io ti amo, figlia mia.
Ti amo immensamente, bambina mia.

Profumo


Essenza distillata in gocce di seduzione,
la tua fragranza parla di te.
E’ il richiamo posto, prezioso,
- come gioielli sulla pelle nuda -
sui tuoi polsi e sulla nuca,
e che mi accoglie tra i tuoi seni.
Segno di te e del tuo io nascosto
che non dici e che appena sveli.
Delicato e inaspettato, è un dettaglio perfetto del tuo stile.
Malizioso: se lo respiro, si fa pegno e preludio.

Ma è nell’intimità,
quando il tuo amore m’avvolge,
che colgo la tua vera essenza
che mi travolge e mi stravolge:
il profumo di te, il tuo.