domenica 23 marzo 2008

A Sua immagine


Ditemi, se lo sapete: è uomo o donna
il Signore dell’universo?

A volte mi par uomo,
se guardo la malvagità del mondo.
Di certo è uomo: quaggiù prevaricazione e morte.

Osservo poi un fiore, un tramonto, il mare:
dev’essere donna il Creatore.
Di certo è donna: ci sono i bimbi e c’è l’amore.

Non ditemi più nulla voi che non sapete.
Or io lo so: l’Onnipotente non è l’uno e non è l’altra.
Ma il suo animo, quello sì, è di donna.

venerdì 21 marzo 2008

Bella da far male


E’ superba la tua bellezza bruna, che tu stessa non sai:
emersa dalle pagine sacre del Cantico dei cantici,
riveste l’animo scaltro e geniale della regina Izebel.
Creatura indomita, tu, che anela al cielo e brama la terra.
In te ci son due donne, come nell’Eden
la conoscenza del male e il frutto che darebbe vita.
Eppur non sei della specie del cherubino,
perfetto in bellezza, libero e senza difetto finché
tentò la libertà che lo rese schiavo di se stesso.
Al fondo dei tuoi occhi scuri c’è una luce.

Ti vidi salire dalla terra di Sulam,
stupenda tra le donne, superba in bellezza.
Custodivi le vigne, benché la tua vigna,
quella che era tua, non la custodissi.
Davanti a te, sulammita, fui ricco – per un momento –
ancor più che il re Salomone.
Per la tua bellezza superba,
perché tu sei bella da far male.

Non imporre giuramenti alle figlie di Gerusalemme.
Poni invece tu – terza donna - un sigillo sul tuo cuore.
La vigna, che appartiene a te,
è a tua disposizione.

Anniversario


Facciamo che io ero il tuo fidanzato.
E che tu ti mettevi un velo per sposarmi.

Facciamo che tu eri la mia sposa.
E che io promettevo d’amarti per sempre.

Ricordi, vita mia, il nostro gioco?
Guardo i tuoi occhi: son quelli d’allora.
Vieni, vita mia, voglio tenerti stretta.

Facciamo che eravamo bambini.
E che ci sposavamo ancora.

Or facciamo che ci eravamo sposati.
E che per tutta la vita t’amerò ancora.

Casa


Sono cresciuta credendoci:
un amore per sempre, la serenità, la gioia.
E’ questa la visione evocata per me
dalla parola che la racchiude: casa.

L’ho capito dopo, che con lui non era casa.
Era così bello che neppur ci pensavo,
con quel suo viso scanzonato e tirabaci.
Pareva tutto un sogno
e, come un sogno, svanì così.
Bastò parlar di casa: e lui svanì.
Ancora non sapevo che gli uomini passano e scappano.

Per dimenticare, una vacanza.
Amo il mare: per far ordine nel cuore e nella mente,
una spiaggia e il sole e io da sola in una stanza.
Ecco, andar lì con nessuna voglia di far niente.
Una sera, una musica festosa,
l’allegria e la folla chiassosa.
Perché no? Ballare e tutte le pene scordare.
Mi butto in pista, ballo da me e per me, nessuno in vista.
S’affianca un tipo che ride e sorride e mi rallegra la sera.
E balliamo, balliamo e balliamo
finché la testa gira e manca l’aria in quella balera.
Usciamo, mi porta giù al mare.
E parliamo, parliamo e parliamo.
Dolce la notte, la luna esagerata, piacevole il passeggiare.
Alla fine ci prova: no, non son così, come una donna che si trova.
Scappo via, mi volto, guardo che non ci sia.
E non so, sì, non so se volevo che fosse lì.
Rientro e son di già pentita:
forse era l’amore e la favola infinita.

Ci fu poi un altro, bello come il ballerino di una sera.
Senza neppure il mare o le stelle,
sotto un lampione spento, neppur la luna c’era.
Un bacio. Un altro bacio, un altro ancora.
Gli fermo la mano: la lezione l’ho imparata sin da allora:
pochi giorni e se ne andrà.
Mi guarda dolce, m’accarezza il viso e non so più come sarà
quando il nome mio, detto da lui, m’inebria e mi dà l’oblio.
Poi i baci veloci, quei baci, tanti baci.
Che si fan lenti, sempre più lenti…
E’ lo sfinimento, amore mio.
Già da lui.
Casa. E di chi è mai questa casa? Mia, tua, nostra.
Ma come ho fatto?
Io nel letto d’uno sconosciuto che forse fa solo un giro in giostra.
Un nuovo giorno, colazione con lui, ancora il letto sotto quel tetto.
Non è solo diletto: è la gioia, è la vita che mi incanta.

Fu invece il dolore che schianta.
Nessuna vita futura: per lui, solo avventura.

La vita non è sempre meravigliosa.
Eppure il cuore non s’arrende.
La sogno ancora, io, la casa.

Bacio


Avvicìnati…
Di più. Ancòra…
Chiudi gli occhi.
Socchiudi le labbra…
Avvicino le mie alle tue…
Ti cerco.
E ti trovo.
Ci baciamo.

Parla sussurrando baci, la tua bocca;
baciano sussurrando amore, le tue labbra.
Qui, su di me, chìnati.
Sulle mie,
le tue labbra
alitano parole d’amore
calde e molli.
Nelle mie, ardenti, gemono.

Vorrò morire così,
portando nel silenzio i tuoi baci.

Ambra


Dove vanno le sensazioni che più non sono?
Se un sentimento ha animato la mia vita,
dove mai vaga l’anima del sentimento?
Io solo sopravvivo, portando il peso doloroso
della mancanza che si fa presenza vera
e rende ancor più vera l’assenza.

Non esistono i fantasmi.
Eppur aleggia qui attorno, accanto a me,
quell’anima viva e ineffabile.
Non è svanita: si è raccolta.
E vien custodita
in un’ambra che dentro è vita.

venerdì 14 marzo 2008

Una finestra sull'universo


Non lo avevo mai colto prima.

Io viandante, capitato qui per caso,
in una locanda sul mare.
Una camera in cima,
che dà sulla quieta distesa marina,
in una sera fuori stagione,
su un tramonto quotidiano ed ambrato.

Deposta la valigia delle cose,
mi adagio stanco su un letto non mio:
la parete a vetro è aperta sulla frescura profumata
della primavera,
e incornicia l’immenso quadro della sera.
Il mare è in calma come il tramonto,
e riflette colori cupi e intensi.
La sera imbrunisce
e il buio invade piano il turchino sempre più spento
che si ritrae
verso gli ultimi bagliori rossastri all’orizzonte,
e cede alla sera.
Di già una stella, poi un’altra.


E’ silenzio. E’ calma.
E’ la notte che non è più sera.
Chiudo gli occhi
e scivolo in un sogno senza sogni,
cullato dallo sciacquio lento delle onde
che hanno assunto i toni di un notturno.


Non lo avevo mai colto prima.
Mi desto.
L’immenso quadro è ancor lì:
la cornice è la stessa, stessa la visione di mare.
Ma la notte è accesa di stelle
e il mare scuro luccica di luna,
nei colori notturni, più nitidi.
E il firmamento – superbo -
dischiude allo spazio il tempo dell’infinito.

Non lo avevo mai colto prima:
lo stupore di essere stupito.

E - dietro tanta tacita grandiosità -
avverto
il Sublime.