
Accade una volta all’anno, ogni anno.
Mai e poi mai rinunceremmo: incontrarci, noi sole,
incontrarci con le nostre amiche,
le amiche di una vita.
Sin dai tempi dell’asilo – grembiuli bianchi e fiocchi rosa -,
fu condivisione totale, prima sui banchi, poi in ogni cosa.
Abbiam percorso insieme la stessa via,
finché la vita ci ha condotto al crocevia.
Ciascuna prese allora la sua strada, io la mia,
ma ci fu un solenne giuramento:
rivederci ogni anno, accada quel che accada.
Per me – come per loro – il ritrovarci è una gioia immensa.
Parliamo del passato, certo, ma al come eravamo
nessuna di noi ci pensa.
Devo dir che per me è come un’àncora, una sicurezza.
Condividiamo il nostro procedere nei sentieri dell’esistenza.
Scherzando insieme, condivideremo infine anche la vecchiezza.
Altre amiche ne ho, e loro anche, ma siam noi, tra noi,
il granitico ceppo d’oro
su cui contare sempre,
un vero e proprio tesoro.
Amiche di una vita, per tutta la vita.
Noi. Fino ai capelli bianchi.
Noi. Fino ai ricordi che saran nostri,
legati con un fiocco. Di nastro rosa.
sabato 5 gennaio 2008
Amiche
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
1/05/2008
Che devo mai fare con te?

Con te lo ho provate tutte, e son furiosa.
Con te non so più che fare, non so far cosa.
Con te litigo sempre, in continuazione.
Con te son sempre in lotta, nella costernazione.
Qualche sera ho provato con l’olio profumato:
massaggi dolci, dispiegati con amore, e cosa è stato?
Ho provato anche con un accanito e rabbioso tormento:
fu la sciagura, momento dopo momento.
Spesso mi hai suscitato l’odio, lo ammetto.
Io non ti sopportavo più, ma tu ce l’avevi con me, ci scommetto.
Per te son pur passata di tinta in tinta:
bionda, mesciata e rossa, ma non l’ho mai avuta vinta.
Ho provato con i capelli lisci, mi parevan belli,
ma tu – figurarsi – sempre ti ribelli.
Pur se mi faccio riccia, tu non lo sopporti:
si può sapere infine come vuoi che li porti?
So già che non serve far la permanente, non servirebbe per niente:
per te sarei una matassa lanosa e crespa, una bruttura sconvolgente.
E’ colpa tua se son nervosa e ansiosa, e se cambio d’umore,
se poi prendo una ciocca e l’arruffo e la rigiro e non la mollo per ore.
Che devo più far con te? Forse parlarti come si parlerebbe alle piante?
O forse accarezzarti per il verso giusto, sperando tu non sia recalcitrante?
A volte penso che dovrei tentare con qualche impacco, per calmarti.
O forse dovrei legarmi le mani dietro la schiena, sì, e non toccarti.
Chissà se è un fatto psicosomatico:
da come io mi sento, magari tu reagisci, in modo automatico.
Vuol dire allora che siccome non mi piaccio dentro,
non t’ho mai amato e ti detesto? E’ così, ho fatto centro?
Ho deciso che sistemerò la cosa io, e sarà con un taglio netto.
E lo farò per me, per portarmi rispetto.
Sì, metterò la testa a posto in maniera duratura.
Perché sei proprio tu il mio problema vero: tu, la mia capigliatura.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
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1/05/2008
La lettera

Nel silenzio naturale della pace di campagna
intorno alla mia casa,
questa mattina sono stata destata dal soprano cinguettio degli uccellini.
Avrei voluto immergermi di nuovo nel sonno immemore
in cui ero assorta,
ma le improvvise immagini di ieri sera
– dolci e insopprimibili – mi han colta.
Come farò a guardarti di nuovo in viso?
Ieri sera t’ho baciata.
Sì, stavamo parlando, ed io ti ho dato un bacio sulle labbra.
Perché l’ho fatto?
Un attimo di follia che ha cambiato la mia vita.
Al di là della tua reazione, mai sarà più come prima:
eri la mia amica, e non so cosa sarai da stamattina.
So che devo essere sincera, so che devo parlarti.
So che il mio amore devo confessarti.
Stamani mi sentivo soffocare, e mi son buttata sotto l’acqua che scorreva a pioggia
sulla mia pelle che avevo iniziato ad accarezzare.
Ad occhi chiusi, era il tuo corpo che immaginavo:
il tuo bel corpo che so alla perfezione e che sempre spiavo
ogni volta che tu – ignara di quel che provavo –
ti offrivi nuda al mio sguardo di adorazione che dissimulavo.
Non facevo che farti complimenti,
cercando pretesti per coccolarti ed abbracciarti
e starti vicina, godendo di quei momenti.
Amica mia, questa lettera non la stracciare:
quello che devo dirti è importante: io ti amo.
Di te sono sempre stata innamorata.
Mai avrei trovato il coraggio, e se oggi mi sono dichiarata
è perché sono felice d’averti dimostrato ciò che provo avendoti baciata.
Ora sono contenta di non dover più nascondere il mio sentimento:
in tutti questi anni sono stata attenta a non tradirmi neppure per un momento.
Ieri sera però è stato più forte di me.
Eravamo tutte due stanche del ballo e ci siam sedute a spettegolare.
La musica era un frastuono, ci siamo avvicinate per parlare.
Eri così vicina, tu accanto a me.
Sentivo il tuo profumo, la tua bocca era accostata quasi alla mia:
non ho capito più nulla.
Fu solo un attimo, bellissimo:
chiudendo gli occhi, le mie labbra si son posate sulle tue.
Riaprendoli, mi fissavi incredula, poi qualcuno t’ha distratta e ti sei alzata.
Per il resto della serata mi hai evitata.
Alla fine sono riuscita ad avvicinarti e lo sguardo che mi hai lanciato era disgustato.
Attenta a non farti sentire, mi hai chiesto di sparire, questo mi hai sibilato.
Tu ed io siamo amiche sin da quando eravamo scolare,
lo siamo state sempre, in ogni cosa.
Sai come ho scoperto d’amarti? Comprendendo che se ero nervosa
nel vederti uscire con un ragazzo, non era perché ero invidiosa, ma gelosa.
Quella volta che mi confidasti il tuo primo bacio
– avevamo sedici anni pieni d’ardore –,
al mio silenzio, cercasti di consolarmi, dicendo che io pure avrei trovato l’amore.
Ero tristissima, non sapendo ancora bene il perché del mio malumore.
Altri ragazzi poi ne hai avuti, ogni volta ascoltavo le tue confidenze,
e ogni volta stavo male, male nelle mie sofferenze.
Quella notte che dormimmo a casa tua,
per la prima volta feci a me stessa la confessione.
Tu dormivi, io ti guardavo e guardavo, e cresceva la mia passione.
Avrei voluto svegliarti e confidarti il mio amore, ma temevo una delusione.
Temevo quello che accadde ieri sera: il tuo disgusto e la tua riprovazione.
Ti avrei amata in silenzio: in quella notte fu questa la mia decisione.
Lo vedi, sono stata brava nel non tradirmi mai, fu sempre solo mia l’afflizione.
Ieri sera però è avvenuto,
non posso tornare indietro e cancellare ciò che è accaduto.
Ora spetta a te decidere se rimanere amica e per quel bacio perdonarmi
o sparire e dalla tua vita cancellarmi.
Io prometto che nulla più farò per imbarazzarti,
ma – ti prego – da te non allontanarmi.
Ci vorrà forse del tempo, fino a quando la tua rabbia sarà sfumata,
fino a quando, piano piano, in sola delusione si sarà trasformata.
Io sto malissimo, sono agitata.
Ma rispetterò il silenzio.
Tra le righe saprai leggere la mia sofferenza tormentata.
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Gianni Montefameglio
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1/05/2008
venerdì 4 gennaio 2008
Prima di sera

Come siam giunti fin qui?
Le nostre orme – dietro di noi –
son prese piano
da onde lente e calme:
tracce che il mare del crepuscolo
scioglie e cancella
come indizi colpevoli.
Altre ne lasciamo
camminando vicini,
che il mare s’appresta a coprire.
Come siam giunti fin qui?
Ci sospinge la sera
che il destino dispiega
per chiamarci al buio
che celerà aneliti segreti.
Così noi
- che a piedi nudi camminiamo lenti
e ci sfioriamo appena –
ci rechiamo nella sera
verso la notte
che ci attende complice.
Siam giunti fin qui.
I nostri passi
accompagnano muti
la lentezza delle onde stanche
che tiepide ci accarezzano
i piedi
e schiumano languide.
La brezza leggera della sera
- carica di odori di mare –
mi reca a tratti
il profumo di te,
che mi inebria.
E io guardo altrove,
per non tradirmi.
Siam giunti fin qui
insieme alla notte.
Nel firmamento
le stelle son pronte.
Il cielo notturno
si dischiude immenso.
Il mare riposa in silenzio
sotto la sua coltre scura.
Una lampada di luna
veglia discreta
l’incanto.
La brezza s’è spenta
e le ore sospese.
Tutto è fermo
e incantato
sotto questo cielo stellato.
E tu mi guardi.
Per tradirti.
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Gianni Montefameglio
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1/04/2008
Di notte

Argentei riflessi di luna
nei tuoi occhi così vivi
- in questa notte
stellata e ferma –
mi svelano
il tuo anelito ardito.
Piccole onde
accennano, rare,
il respiro lieve
del mare che giace addormentato.
E ti fanno osare
uno sguardo che
balena audace
nei tuoi occhi.
E mi penetra.
E qui – soli, noi soli –
su questa spiaggia
sotto il firmamento,
sono tuo spettatore
stupito e vibrante.
Intanto il tempo
sospinge piano
il mare e le stelle e la notte
e noi,
lentamente,
verso l’eternità.
Ti bacerò.
Qui.
Sotto la luna e l’Orsa Minore.
E il nostro bacio
schiuderà
il nostro segreto
che echeggerà muto
nel buio eterno
tra il mare disteso
e le stelle tacite
e tremanti come noi.
E sarà sospinto,
piano,
verso l’eternità.
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Gianni Montefameglio
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1/04/2008
A notte fonda

Come caldo vento che inebria
è il nostro bacio.
E percorre poi la tua pelle
- già accarezzata dalla luna
e da aneliti notturni –
e accende brividi
come scintille
di ceneri calde
che custodiscono
braci di desiderio.
Qui, sulla sabbia,
ne saremo bruciati insieme,
questa notte.
I tuoi occhi
divenuti selvaggi
ora dicono il tuo abbandono,
ora implorano.
Fremente,
sei un frutto maturo da cogliere.
E ti cerco avido,
sedotto
dal profumo di te
che prepotente
emerge
tra altri sentori di conchiglie
che il mare mi reca.
E ci prendiamo tutto.
Di questa notte.
Di noi.
Di questa eternità che scorre lenta.
Lo sbattere lieve e sordo
delle onde
è sopraffatto
dall’impeto
del tuo cuore
che batte forte.
E tutto ci prendiamo.
Fino all’estasi intensa e infinita
che ci trafigge
e ci fonde.
Siamo poi un’onda esausta
abbandonata dal mare
sulla riva argentata di luna.
Tutto abbiamo preso di noi.
E lo custodiamo
con lacrime inespresse
che ci colmano l’anima.
E sopra di noi le stelle.
Tutto abbiamo preso,
perfino un brandello d’eternità
strappato alla notte sospinta dal tempo.
E sopra di noi le stelle,
testimoni tacite.
E indulgenti.
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Gianni Montefameglio
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1/04/2008
Una aurora nuova

Stesa accanto a me
sulla sabbia dorata
dai primi raggi del giorno
dormi serena.
In estasi
guardo il tuo viso.
Mentre la luna tramonta,
la prima luce del nuovo giorno
svela
il tuo sorriso lieve
che conservi
sulle tue labbra
evocatrici di te.
Scruto tra le tue palpebre
chiuse
i tuoi sogni
e ne ascolto il sonoro
nel tuo respiro calmo
che solleva piano
i tuoi seni che sembrano
offrirsi nuovamente a me.
Poso tenero lo sguardo
sul tuo collo
e ne ho nostalgia.
Penso parole
che ti bacino lievi
e baci indugianti
che ti parlino piano.
La luce bianca dell’alba
aveva reso opaco
anche il ricordo delle stelle.
Ma ora
l’aurora
riaccende il sogno
e tutto appare vero.
E illumina te
e la tua bellezza viva.
Ti guardo
- tu riposi –
e un amore immenso
mi sale da dentro,
dove ho racchiuso
l’universo, infinito e carico di stelle,
che lo contiene.
L’alba ha ormai ceduto il posto
all’aurora
che – improvvisa –
accende il mare
che s’è tolto la sua coltre scura.
E infiamma l’orizzonte,
superba,
divampando nel blu turchino
che si ritrae.
E illumina anche te.
E il tuo volto.
E i tuoi occhi che si schiudono appena
nel mattino nuovo e fresco.
E nei tuoi occhi scorgo,
più viva e più vera,
una nuova aurora.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
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1/04/2008