
Come caldo vento che inebria
è il nostro bacio.
E percorre poi la tua pelle
- già accarezzata dalla luna
e da aneliti notturni –
e accende brividi
come scintille
di ceneri calde
che custodiscono
braci di desiderio.
Qui, sulla sabbia,
ne saremo bruciati insieme,
questa notte.
I tuoi occhi
divenuti selvaggi
ora dicono il tuo abbandono,
ora implorano.
Fremente,
sei un frutto maturo da cogliere.
E ti cerco avido,
sedotto
dal profumo di te
che prepotente
emerge
tra altri sentori di conchiglie
che il mare mi reca.
E ci prendiamo tutto.
Di questa notte.
Di noi.
Di questa eternità che scorre lenta.
Lo sbattere lieve e sordo
delle onde
è sopraffatto
dall’impeto
del tuo cuore
che batte forte.
E tutto ci prendiamo.
Fino all’estasi intensa e infinita
che ci trafigge
e ci fonde.
Siamo poi un’onda esausta
abbandonata dal mare
sulla riva argentata di luna.
Tutto abbiamo preso di noi.
E lo custodiamo
con lacrime inespresse
che ci colmano l’anima.
E sopra di noi le stelle.
Tutto abbiamo preso,
perfino un brandello d’eternità
strappato alla notte sospinta dal tempo.
E sopra di noi le stelle,
testimoni tacite.
E indulgenti.
venerdì 4 gennaio 2008
A notte fonda
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
1/04/2008
Una aurora nuova

Stesa accanto a me
sulla sabbia dorata
dai primi raggi del giorno
dormi serena.
In estasi
guardo il tuo viso.
Mentre la luna tramonta,
la prima luce del nuovo giorno
svela
il tuo sorriso lieve
che conservi
sulle tue labbra
evocatrici di te.
Scruto tra le tue palpebre
chiuse
i tuoi sogni
e ne ascolto il sonoro
nel tuo respiro calmo
che solleva piano
i tuoi seni che sembrano
offrirsi nuovamente a me.
Poso tenero lo sguardo
sul tuo collo
e ne ho nostalgia.
Penso parole
che ti bacino lievi
e baci indugianti
che ti parlino piano.
La luce bianca dell’alba
aveva reso opaco
anche il ricordo delle stelle.
Ma ora
l’aurora
riaccende il sogno
e tutto appare vero.
E illumina te
e la tua bellezza viva.
Ti guardo
- tu riposi –
e un amore immenso
mi sale da dentro,
dove ho racchiuso
l’universo, infinito e carico di stelle,
che lo contiene.
L’alba ha ormai ceduto il posto
all’aurora
che – improvvisa –
accende il mare
che s’è tolto la sua coltre scura.
E infiamma l’orizzonte,
superba,
divampando nel blu turchino
che si ritrae.
E illumina anche te.
E il tuo volto.
E i tuoi occhi che si schiudono appena
nel mattino nuovo e fresco.
E nei tuoi occhi scorgo,
più viva e più vera,
una nuova aurora.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
1/04/2008
giovedì 3 gennaio 2008
Gesto rivelatore

Volevo fermarmi, per osservar me stessa e te,
per guardarci accadere, io osservatrice distaccata e nascosta.
Per capire se il fuoco è ancora acceso,
se dopo il tempo del calore
qualche tizzone di brace sia restato,
se la fiamma si possa ravvivare
o se rimane solo cenere ormai spenta.
Nella stanchezza, pur con la voglia di capire,
volevo sapere se ti stimo e t’amo ancora,
se nasce spontaneo il gesto di darti di più,
senza che la volontà supplisca.
E volevo capire se il male è in me,
nel mio non pensar più a te o al tuo viso o alla tua voce,
nel non stupirmi di non averti in mente neppure con la rabbia,
nell’indifferenza t’attenderti senza più ansia.
Per curare il malessere, forse una vacanza, separàti,
per riflettere e capire.
Ho immaginato perfino un’avventura,
certo pericolosa, ma forse salutare:
esserti infedele una volta, per provare.
Ma già mi stanca solo a sentirne parlare.
Ecco, volevo fermarmi e capire.
E tu, stasera, m’hai portato fuori.
Era deliziosa la cena, e m’hai donato un fiore.
Ma poi hai fatto un gesto: una caduta di stile.
Un sol gesto, un po’ volgare.
E ho compreso - d’un tratto -
che sei straniero.
Estraneo nella mia vita.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
1/03/2008
Agghindarci tra di noi

Mica è cosa da poco: è difficile trovar l’incastro giusto in questo gioco.
Andar per negozi, in due o tre, e provar tutto,
aver qualcuna che con una smorfia ti dice che è brutto.
Far prove tra ragazze prima d’andare ad una festa,
domandar cosa indossare per esser bella e non sembrare mesta,
scambiarsi sandali e magliette, magari anche le perline che hai in testa.
Quelle amiche son per me molto preziose, in certi momenti cruciali.
Son le amiche a cui affido i giudizi anche sui particolari.
Ci vuol fiducia assoluta, e per me ce n’è voluta.
Non è affidamento concesso a prima vista o di primo acchito:
siam diventate consulenti fedeli dopo anni in cui lealmente abbiam servito.
Non è richiesto che siano amiche anche nel resto delle cose della vita.
Un loro piatto forse non lo vorrei, neppure se come una regina io fossi servita.
Ma nell’abbigliarmi, tra delizie e paranoie, è con loro che gioco la partita.
Conoscono della mia persona – e son tanti – tutti i punti belli.
Sanno anche i difetti – e son pochi, quelli.
Loro son per me insostituibili, e le lor sentenze inappellabili.
Ci vuole abilità per entrar nell’altra con grazia e disinvoltura,
occorre affinità nell’interpretare la sua immagine e la sua postura.
Con diplomazia, alterniamo silenzi a franche spiegazioni,
concediamo a volte piccole e rare contrapposizioni,
ma solo su personali e marginali questioni.
Un’amicizia così nasce da un’onestà davvero collaudata:
si è ammesse solo dopo conferme e conferme di lunga data.
E’ nel dir sempre la verità che si misura la sincerità.
Una amica vera sa trattenerti anche con la forza
se stai per acquistare un capo che ti fa sembrare una scorza.
Con amiche così, senti il bisogno – grata – di ricambiare,
ma è delicato il momento in cui scegli cosa regalare:
se sbagli colore o taglia o forma, è la catastrofe e non sai più che fare.
L’amicizia può allora finire d’incanto e rimanere solo di facciata,
magari per la paura che tu vada in giro a rivelare dove lei è smagliata.
Il segreto, si sa, va sigillato, se vuoi che il rapporto non venga alterato.
Ma se la lealtà è confermata, giocar così tra noi è assai carino:
vestirci, truccarci e pettinarci vicendevolmente, godendo nello starci vicino.
La stanza in cui avviene la magia è luogo sacro, luogo proibito:
vietata la maschile presenza, ogni uomo è bandito.
Intanto perché giriamo nude, senza vestito.
E poi perché la biancheria che abbiamo indossata
può esser così sciocca da non poter essere mostrata.
Un uomo, infine, non ne capisce nulla, e, se richiesto, dà una risposta fasulla.
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Gianni Montefameglio
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1/03/2008
Cordialmente le odiamo

Mi divertono gli uomini che dicono che noi donne siam mistero.
Poveri semplici, non sanno che una donna mai direbbe una simile banalità:
a sentirlo, in una di noi si susciterebbe solo ilarità.
L’arcano, che lor non sanno, per noi non è mistero, ma altro, a dire il vero.
Ci son però persone che non riusciamo a sopportare e sempre abbiam patite:
son le altre, tutte le altre che dalle femminili miserie sono immuni.
Quelle alte e ben equipaggiate, le belle non comuni.
Quelle che non barcollano sui tacchi, creature stupende senza cellulite.
Non hanno – lor meravigliose – i seni in libera caduta.
Per il tanga che sempre lì s’infila, mai una imprecazione.
Sono - quelle - esenti da pelurie resistenti ad ogni distruzione.
A una di quelle divine mica scivola l’autoreggente, neppur dopo che son state sedute.
Non ci resta che accanirci su queste superdonne, accanirci fino alla demolizione.
Ma non è il caso di dirci che siamo spietate perché siamo invidiose:
sono loro, finte magre con facce rifatte, che sono odiose.
E se una smagliatura non l’hanno, di certo saran oche, è una constatazione.
Eppure eppure, qualcuna c’è, solo qualcuna, che è proprio carina.
Son quelle poche che non si son montate:
son quelle credibili, quelle semplici a cui ci si può sentire affezionate.
Forse è la loro ironia che si sa far autoironia che rende una di queste vicina.
Mi divertono gli uomini che dan giudizi sulle donne: non ne san nulla e non ne capiscono neppure.
Per l’uomo vale il detto: purché respiri.
Cerca solo quello, non c’è altro a cui lui miri.
La verità è che gli uomini non stimano le donne. E, noi, non le stimiam neppure.
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Gianni Montefameglio
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1/03/2008
martedì 1 gennaio 2008
Rivelazione intima

E’ una piccola mania? Non so, e sorrido con me stessa.
Di certo è un rito: il mio rito del mattino.
Apro il cassetto, quel cassetto,
e scelgo che intimo indossare.
E’ irrinunciabile - come un profumo personale -
la preziosità di quei capi,
per la mia femminilità.
E’ un momento mio, di godimento puro.
Guardo quei capi, li immagino indosso,
e già mi sento bella.
E’ di puro godimento quel momento tutto mio:
sentir quei capi tra le dita:
indugiare sulla seta leggera e scivolosa,
percepire il pizzo un po’ ruvido e vissuto.
Saper che poi nessuno vedrà quei miei veli dell’intimità,
non cambia nulla, anzi, più orgoglio mi dà.
Mi piace il contrasto tra ciò che mostro
e ciò che son di sotto.
Mi dà sicurezza saper che nascondo
un intimo prezioso e raffinato.
Che un uomo poi possa sorprendersi nello scoprirmi
è a volte una fantasia seduttiva, un piccolo segreto.
Mai indosserei un completo scoordinato:
mi sentirei tutta in disordine con l’intimo spaiato.
E quando accade, a volte, che pesco dal fondo del cassetto
un capo a caso, non coordinato,
è indizio grave che la mia vita non va.
Nel mio rito del mattino,
scegliere l’intimo è libertà e istintività:
altra cosa è decidere un abito, per apparire.
Nella scelta dei miei capi segreti
c’è la sensazione sulla mia pelle,
c’è l’osare, di sotto, un’arditezza audace ed intrigante.
C’è la consapevolezza di sentirmi sicura.
E c’è anche il piacere,
c’è perfino il divertirmi.
Donna di fuori e donna di dentro:
immagini diverse di me stessa,
che a volte non coincidono.
Ma io sono, sotto sotto, quella che son dentro.
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Gianni Montefameglio
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1/01/2008
Autoritratto

Voglio raccontar me stessa, superando il riserbo, e svelarmi.
Nello studio privato del mio animo riservato,
mi dipingerò sopra la tela della mia mente,
usando i colori ben ricercati con cui ricerco sempre me stessa,
apponendo tinte lievi, consapevole della mia fragilità.
L’aspetto sarà normale:
calzoni e maglia blu, nella colorazione della notte, al naturale.
Il trucco anche sarà normale.
Una signora, sì, del tutto normale.
Restia a parlar di me, rivestirò così la mia intima intensità.
Mi svelerò a tratti, nel mio stile personale e a modo mio.
Si potrà cogliere così, in un sorriso, una certa mia disponibilità,
pur riservata, nel mio aprirmi con difficoltà.
Al fondo del quadro della mia vita ci sarà il mare dei mutamenti.
E in esso un’onda, con le creste degli attimi di gioia
e i riflussi deprimenti in cui non mi apprezzo e soffro di quei momenti.
Sarà un’onda importante, che si immerge nell’oscuro mare,
per capire di più di me stessa e tenere insieme i pezzi della mia esistenza.
La felicità dura un momento, come la cima dell’onda.
Più duratura è la serenità, ma pure il mare non rimane sempre in calma.
Nel mio dipinto non metterò un veliero:
poco importa saper di tragitti e rotte, di bussole e di fari.
M’importa d’esserci e si saper se sto facendo,
m’importa di saper il come io sto facendo,
m’importa di capir se faccio ciò che desidero davvero, come io intendo.
Resta pur sempre il mare al fondo:
scelgo di nuotare come io credo, ma so farmi anche portare.
Eppure quel veliero mi rimane in mente:
dovrò capire se è la voglia di girovagare o di fuggire.
Non so come dipingerò l’amore.
Dall’insieme dei toni e dei colori emergerà la mia passione.
Lo so, è solo un’immagine e un aspetto,
ma l’amore chi può dipingerlo mai?
Di spennellate strane e vive, sì, ne metterò:
saranno tocchi e tratti d’ironia,
per pitturare, colorare e truccare
le difficoltà che non si possono evitare e mandar via.
Una cosa mai dipingerò: il mondo della mia intimità.
Costretta al silenzio. Dalle mie paure.
Meglio tornare agli sberleffi tinteggianti dell’ironia a pennello,
per non tentar le suggestioni delle combinazioni sulla tavolozza dei colori,
per non entrar nelle sconosciute colorazioni di sofferte emozioni.
Col tempo seccheranno anche quegli inquieti coloramenti
e magari ne sorriderò vedendo come si son spenti.
Il mio quadro è pronto, sulla tela della mia mente.
Stesa qui sul divano, a far niente,
guardo fuori dalla finestra.
Solitaria e riflessiva,
sono stata l’opera e l’artista.
E ancor mi sento viva.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
1/01/2008