
Questo è un piccolo castello.
Lei riposa,
nella stanza accanto.
Fuori, un sole tiepido
riscalda i piccoli prati scoscesi
sui monti,
riscalda pini e castagni.
Questo è un piccolo castello,
e – fuori – tappeti di margherite
fremono lievi
nel silenzioso sussurro del vento.
Lei riposa serena.
Qui, in questo piccolo castello,
il tempo è sospeso,
e scorre piano e leggero.
Il canto dolce
degli uccellini
accompagna il suo riposo.
Io, qui, la sogno.
E non so se lei
che riposa
mi sogna.
Ma nel vasto mondo
che scorre nel tempo
lei è qui,
nella stanza accanto.
In questo piccolo castello.
domenica 20 gennaio 2008
A fine marzo
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
1/20/2008
sabato 12 gennaio 2008
Sola, e mi basto
Curo la mia casa e le mie cose:
ogni dettaglio è un ninnolo d’amore
che parla un intimo linguaggio come le rose.
Chi non comprende mi chiama zitella
e non sa che per me fa rima con cosa bella.
Sul comodino riposa il libro del momento
e nella sera è delizioso quel silenzio,
alla luce bassa e buona e calda del paralume non ancora spento.
Così dolce poi lo scivolar nel sonno,
tra le lenzuola profumate
e il carillon discreto con le sue note sempre più diradate.
Il mio cuore è contento,
dopo che un pensiero ho rivolto al firmamento,
e piacevole è la notte mia di sogno.
Il nuovo giorno ed io ci accogliamo alla luce dell’aurora.
Gusto con calma il rito della mia colazione:
ho una tazza tutta mia che è un amore,
e sulla tovaglietta ricamata mai manca un fiore.
Io sposarmi? Ho tutta me stessa, questo può bastarmi.
Nessun mistero o curiosità:
son bella e son serena, amici ne ho,
ma imprigionarmi, questo no.
Mia la mia casa, sol mie le mie cose.
I dettagli son ninnoli preziosi
che custodisco, intimi e amorosi.
Ogni risveglio è bello come un nuovo fiore.
E poi ritrovo la mia tazza.
Che è un amore.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
1/12/2008
Sacerdotessa
Scrivo a te con rabbia, per raccontarti la parte di storia che non sai.
Scrivo a te che non leggerai, per dirti la parte di storia che mai capirai.
Sai, ero donna giovane ma forte, quando ti incontrai.
Sembrava un grande amore, e così non fu, mai.
Eri possessivo e ogni spazio mi toglievi.
Non t’importava di me, ma di quel che la gente diceva, casomai.
E, chiusa in casa da troppo tempo ormai,
alla fine, sì, mi ribellai.
E conobbi lui, persona stupenda
nella sua tonaca nera.
Fu amicizia vera, poi me ne innamorai.
Innamorato lui pure, volli vivere questo amore,
e senza paure lo accettai.
Con lui mi son sentita viva
e ho fatto l’amore con una passione che non sai,
con un trasporto provato giammai.
Poi fu lo scandalo.
Quel ch’era mistico e segreto
fu scoperto alla luce del sole.
Come potevo sperare che il mondo capisse?
Era un mistero da custodire, noi soli.
E ora, più neppur ci parliamo:
lui tornato alla sua devozione,
nella sua tonaca, ora nera di lutto e punizione.
Ma, sai, la straordinarietà dell’amore, quella, la ho vissuta,
la passione intensa l’ho conosciuta.
E ho ritrovato la mia forza,
ho scoperto nel mio intimo di donna
la sacralità e la divinità della mia femminilità,
il misterioso dono della profusione,
il sacro fuoco del tempio dell’Amore, che mai si spegnerà.
Ora io veglio, veglio presso l’altare del desiderio sacro.
E’ irrinunciabile l’amore,
immanente e trascendente.
E custodisco, io vestale, l’intima mia fiaccola.
Un altro ancor verrà
e riaccenderla, lui, di nuovo saprà.
E sicuramente, no, tu non sarai.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
1/12/2008
Camera da letto
La mia oasi notturna è lontana da tutto:
pur così vicina, è lontana dal mondo.
E’ un tempio chiuso in cui regna la notte.
E’ luogo di riposo dell’anima e del corpo.
E’ spazio in cui ritrovo il tempo che sfugge alla temporalità.
E’ il dove in cui avvengono privatissimi appuntamenti:
con l’inconscio e con gli amori,
con le verità nascoste e i sentimenti.
E’ santuario d’emozioni,
di resistenze e d’abbandoni.
E’ porto da cui i sogni salpano l’ancora del reale,
e viaggiano lontani, rimanendo in porto.
E’ la baia nascosta a cui approda il termine del giorno.
E’ terra sacra di penombre e di silenzi,
di parole pensate e di pensieri parlati sottovoce.
E’ l’enclave dei giorni, il castello in cui ripara il quotidiano.
E’ il posto riposto dell’io nascosto.
E’ la dimensione segreta
in cui riscopro
che l’universo è buio.
Buio.
E con un firmamento così stellato. In quel buio.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
1/12/2008
Indovina cosa vorrei stasera...

L’idea mi gira in testa da un po’ di tempo.
E’ sorta stando con te distesa, nel far l’amore,
desiderando che tu sia più attento.
Non so, ecco, che tu ti muovessi in un certo modo.
Non so, ecco, che la posizione fosse più conturbante.
Non so, una maniera diversa e più eccitante.
Ma sì che lo so, e speravo tu capissi.
Mi aspettavo una certa cosa, ma tu facevi tutt’altro.
E’ per vergogna che non confesso le mie passioni,
nel timore che tu mi giudichi troppo disinibita.
Mi sento anche inadeguata, e diversa dalle altre che forse hanno un’altra vita,
e questo perché ho pensieri che tu, un uomo, non sai intuire.
Chissà se tante donne non dicono i desideri inconfessati.
Chissà se tanti uomini non sanno o non capiscono.
Vedi, vorrei – per cominciare – molto più lunghi i preliminari.
Carezze e poi carezze, senza che tu debba temere di sfiorare e coccolare,
dolcemente, l’intimo fiore e i suoi petali e la preziosa gemma.
Vorrei non confondessi poi la mia interruzione:
è per riprender poco dopo, per aumentar l’eccitazione.
Sbagli se credi che non voglia far l’amore e ti ritiri nel tuo furore.
Ma vorrei anche, a volte, un momento molto intenso e breve,
inaspettato, consumato sull’onda della improvvisa passione,
nel luogo qualsiasi che ci è capitato.
Vedi, vorrei.
Vorrei che tu intuissi.
Che tu intuissi.
Questo vorrei.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
1/12/2008
Messaggi allusivi
L’idea mi scattò in testa una sera, in un locale.
Non son meno bella della mia amica, e lei non è che sia più gioviale.
Eppure, uscite dopo aver gustato al bancone un affogato,
lei aveva in mano un nome col telefono, io lo scontrino accartocciato.
Questo accadeva ogni volta, costantemente,
così ci riflettei con calma e seriamente.
Conclusi che non era sempre per via della sua camicetta con vista:
accadeva anche quando indossava magioni da sciatrice primatista.
E non era il fascino delle sue parole, no, neppure:
pur se stava zitta, i maschi le prestavan sempre mille cure.
Pensa e ripensa, frulla e rifrulla nella mia testolina,
capii tutto, e così decisi, una mattina.
Ormai convinta che fosse per via della comunicazione non verbale,
cercai nelle Pagine Gialle, e alla fine lo trovai sul giornale:
corso intensivo di stile e di comportamento,
per mandar messaggi subliminali quando è il momento.
Ci divertimmo un mondo, facendo prove e controprove,
poi l’attestato finale, dopo aver saputo tutto sul come una donna si muove.
Ora so che rossetti e tacchi a spillo contano poco o quasi niente:
importante è saper lanciare il messaggio che dice: Io sono caliente.
Ero ansiosa di uscire e di mettermi alla prova.
Accadde una sera, ad una festa a cui andai nella mia veste nuova.
Per cominciare, presentata ad un tipo mica male, che non volevo scartare,
sfoggiai un sorriso più che solare, stringendogli la mano senza mollare.
Sapevo però che più di tutto contava la falcata,
così mi avviai decisa in una spettacolare camminata.
Avrei di sicuro avuto gran successo nel mio procedere diretto,
se i miei maledetti alti tacchi avessero retto.
Ma mi ripresi in fretta e proseguii la passerella,
mettendo i piedi uno davanti all’altro, come fa una modella.
Disinvolta e femminile, camminavo al centro, tutta estasiata,
e son certa che nel mio ingresso in scena tutti mi abbian notata.
Avevo appreso che due attributi son della sensualità l’essenza:
trasmettere una sensazione di calma e di confidenza.
Ma mi ci dovrò applicare di più ancora,
perché nulla accadde, neppure dopo un’ora.
Però, i miei occhi mai han dialogato col pavimento:
non ho abbassato lo sguardo neppure per un momento.
E le braccia non le ho tenute incrociate sopra al petto,
il mio approccio era disponibile e diretto.
Al seminario ho imparato un trucco per spopolare:
fingere di cercare con lo sguardo qualcuno che conosco e così continuare.
E’ accorsa la mia amica, credendo cercassi il cameriere e volessi un sorso.
Beh, lei non sa nulla: mica ha frequentato il corso.
Poi mi son seduta in un certo modo, sfogliando una rivista e le illustrazioni:
sapevo che il modo di sedere e di sfogliare val più di mille allusioni.
Di nuovo la mia amica, quella scema, che mi chiede se mi sto annoiando.
Uffa, questa della comunicazione non sa né il come né il quando.
Alla fine, sono andata in bagno a riprovar lo sguardo sensuale,
guardandomi allo specchio, stando un po’ di laterale.
Occorre esercizio, se no ti vien l’occhio da tramortita panterona,
e se vien male sembri una finta sorniona.
C’ero quasi riuscita, l’occhiata mi veniva bella,
quando è entrata una tipa tutte curve: antipatica, quella.
Mi ha guardato in modo strano e assai perplesso, son sicura.
Io neppure l’ho degnata, e ho fatto finta di ritoccar le labbra con disinvoltura.
Rientrata in sala, ero tutti sorrisi, pronta a far da preda.
E misi in atto la strategia appresa, in men che non si creda:
calarsi nel ruolo di un immaginario film, come unica sensuale protagonista.
Possibile però che fossero tutti occupati, per questo non mi han vista.
Nella lezione dedicata all’uso dei simboli dei colori,
avevo appreso che il rosso comunica passioni e ardori,
e che il bianco trasmette il senso dell’amore libero e aperto.
Mi son sentita un po’ Babbo Natale, però avevo un po’ di coscia allo scoperto.
Il capitolo dei gesti sinuosi ed eleganti lo avevo imparato a memoria:
raccontar nelle movenze la mia sensualità e la mia storia.
Così mi son messa a giocare con i miei capelli, accarezzando il collo.
Mi si avvicina allora un gran fusto, e per l’emozione quasi barcollo.
Sorride e dice, con una voce che mi fa battere il cuore: Fammi un favore…
Che intraprendente: già allude a intimità piene d’ardore!
Mi mette un biglietto in mano: sarà il suo numero e il suo nome. Che pigmalione!
Se posso darlo alla mia amica, per gentilezza, alla prima occasione.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
1/12/2008
Non mi interessa

Non m’interessa cercar me stessa.
Ancor ragazza avevo già tutto,
mai mi son tirata indietro.
E oggi, non più ragazza, di certezze ne ho.
Le prove della vita le ho guardate in faccia:
occhi negli occhi, per affrontarle a viso aperto,
per viverle fino in fondo, toccandole con mano.
Non fu per destrezza, ma per consapevolezza.
La prima vera crisi fu quando lui mi lasciò,
lui, il mio grande amore.
Mi misi a letto e dissi: Sono malata.
A chi cercava di distrarmi nell’intento d’aiutarmi,
io dicevo: Lasciatemi vivere la mia malattia,
lasciate che il mio cuore viva il suo dolore.
Col tempo si guarisce: eternamente mai non si patisce.
E per riprendere poi una vita nuova e normale,
occorre prima che il lutto sia totale.
Venne poi il turno mio d’abbandonare, ed ero io,
io, il suo grande amore.
Mi sentivo vuota e schiacciata,
ma non pensai, nella mia mente, di cercar me stessa.
Quale io mai cercare se il me cambia continuamente?
E’ la grandezza dell’animo femminile: aver mille sfaccettature.
Quale io mai dovrei cercare? Quale me potrei trovare?
Potrei amare per vedermi riflessa nello sguardo di lui,
ma potrei perdere una parte di me perdendomi nel suo sguardo.
Son più di mille le sfaccettature.
E’ la complessità dell’animo femminile:
gli uomini ci dividon in categorie,
e non sanno che noi siamo – ciascuna di noi – tutte le categorie:
donna, sposa fedele e infedele amante, mamma e lavoratrice,
devota e prostituta, massaia infaticabile, stanca e stremata,
coraggiosa e con mille paure, concreta e sognatrice, bugiarda e pur sincera,
e ancor donna.
Dentro di me c’è una tale energia emotiva
che devo controllare in me anche la fantasia.
Forse per questo son precisa e ordinata.
Ma cercar me stessa, no, non mi interessa.
Non ho una mia identità precisa:
in me son tante donne, e io ascolto – di volta in volta – quella che sento mia.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
1/12/2008