
Mi fa tanto, tanto male.
Eravamo inseparabili, e lei era speciale.
Eppur mi ha sorpresa.
L’amicizia forse s’è rotta gradualmente,
s’è spenta a poco a poco, scivolando pian piano nel niente.
Gli incontri rarefatti,
quel parlar poi vagamente dei fatti,
senza più approfondire.
Eppur c’era intima confidenza.
Non lo so se fu per colpa di quel litigio improvviso:
le urla e le lacrime celavano forse antiche incomprensioni.
D’un tratto il rapporto non fu più vivo,
svanito in tristi e amare sensazioni.
Eppure era così unico, così esclusivo.
Rimane or la delusione,
finanche il dubbio d’aver sbagliato in qualche occasione.
Rimane l’imbarazzo d’essermi svelata nell’intimità,
la rabbia che il torto subito mi dà,
la sensazione sgradita d’esser stata tradita.
Protagonista della mia vita, io vibrante e viva,
affidavo a lei desideri, bisogni e aspettativa.
L’alleanza doveva esser per sempre,
le conferme dovevano venire in continuazione,
ma ora c’è solo lo sconcerto e la disperazione.
E ci penso e ci ripenso,
rimugino e rimugino.
Ho perso una parte di me.
Non so se la riavrò, non so come e non so se.
Lei è cambiata, e non la riconosco.
O forse ero io a non veder il suo lato nascosto.
Mi rispecchiavo in lei, mi sentivo sicura:
chissà che non ne facessi solo la mia controfigura.
Ora vedo sgretolarsi la sua immagine, la sua figura.
Lo so, ognuna ha il suo lato oscuro e misterioso,
ancorato alla propria intimità e difficilmente condiviso,
ma è lo stesso doloroso questo rapporto reciso.
Un pizzico di competizione, tra donne, è naturale,
ma forse fu per invidia che lei divenne mia rivale.
Ultimamente mi faceva davvero star male:
parlare con lei che mi conosce così bene,
fingendo che tutto fosse normale,
era angoscioso, mi procurava fitte pene.
M’aspettavo fedeltà e sincerità.
E ora incolpo solo me stessa.
Per la mia ingenuità.
venerdì 25 gennaio 2008
Era la mia amica
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
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1/25/2008
Piccole grandi gioie

Felicità è forse per me parola troppo grande.
Cosa, alla fine, possa rendermi contenta, non so.
Devo pensarci, rifletterci un po’.
Al mondo ci son talmente tante pene
che non so cosa mi faccia star davvero bene.
Prìncipi e castelli eran sogni fiabeschi di un futuro avvenire.
Oltrepassata la china, che rimane del passato e della vita che va a finire?
Ricerco allora in me, in un gesto o in un momento,
ciò che mi dà serenità e appagamento.
E’ curioso come emergano ricordi vivi
quando la mente evoca vissuti che credevi dimenticati:
son di nuovo qui, presenti e intatti, e tu li rivivi,
ripescati nella memoria e nei suoi anfratti.
Già da bambina amavo passeggiar nel bosco,
toccare erbe e piante, annusare odori boschivi,
ascoltare rumori e suoni di selva,
perfino accarezzare e abbracciare un tronco.
Ancor oggi – e sorrido – sento a volte il bisogno
di lasciar tutto per attraversare un bosco,
per calpestare l’erba e respirarne l’odore forte.
In quel silenzio, in quella quiete odorosa e a tratti scura,
ritrovo il mio albero segreto: lo abbraccio, mi fa sentir sicura.
Non so se sia il bosco dell’infanzia, non so.
Forse è quell’albero, solo mio, che cresce silenzioso insieme a me.
Un po’ ruvido, ma così caldo e così vivo.
Tace, sapiente.
Ma partecipa – lo sento.
Partecipa con me.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
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1/25/2008
Patologia
Disperatamente. L’ho amato disperatamente.
Per lui ho fatto follie, ho disfatto la vita di chi mi stava accanto.
Oggi dovrei provar vergogna, oggi che mi rimane solo il pianto.
La storia con lui era struggente.
Amore e rabbia.
E ho sempre perso io.
Lacrime amare, versate tutte, nelle notti insonni.
Lasciarlo no, non potevo: lo amavo.
E poi che mi restava?
Lui mi umiliava e maltrattava.
E ogni volta ho voluto riprovarci,
per cadere sempre più in basso,
me dannata.
Sempre più perplesse le mie amiche,
ma sorda e cieca io.
Testarda io nel voler rimanere con lui
che m’ha distrutta.
Dovevo saperlo, e un po’ lo sospettavo,
che non era per me,
in verità per nessuna.
Ma son rimasta attaccata a quel pensiero distruttore,
non mi staccavo dall’intreccio d’amore e di dolore.
Ogni giorno ho combattuto col terrore d’esser abbandonata.
L’amore è sofferenza: ero innamorata.
Amore e rabbia: vertigine di emozioni, così forti.
Da me ha tirato fuori il peggio.
E son legata a lui anche a distanza.
Lo so.
Mi porto dietro sin dall’infanzia un modo d’amare
intrecciato al dolore.
Fu forse perché mio padre abbandonò me e mia madre.
Per me amare voleva dir soffrire:
fitte fisiche che mi han tolto perfino la salute,
lottare ogni giorno con la paura d’essere lasciata,
lo spasimo continuo per essere notata.
Può essere questo che ha fatto sì
che mi sentissi innamorata solo e soltanto con un balordo così?
I suoi tira e molla e il suo trattarmi male
mi han permesso forse di rivivere il copione.
Son malata, se ancora lo penso e non l’ho dimenticato,
se credo a volte che potrei con lui ricominciare.
Son malata, se mi sento ancor legata a lui.
Son malata e lo son davvero,
se anche ora che sono a distanza e, libera da lui, mi sento sicura,
ho nostalgia
e non rinuncio alla romantica illusione
d’aver vissuto con lui una storia ineguagliabile, nella di lui prigione.
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Gianni Montefameglio
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1/25/2008
Rosa

Sei tu la mia passione,
tu che sei passione nella tua morbida carnosità.
Sei tu il mio amore,
tu che difendi l’amore con le tue femminili unghie di spine.
Sei tu il mio sogno,
tu che fai sognare nel tuo abbraccio tenero di petali.
Sei tu, nei colori accesi della femminilità,
romantica e sensuale, arrendevole e scontrosa.
Sei tu nel rosso passionale,
nel rosato aggraziato e gentile,
nel superbo violaceo,
nella gelosia del giallo,
nella devozione del bianco.
Sei tu il mio fiore.
Sei tu,
nel tuo profumo inebriante e seducente,
tu irresistibile.
E io, chino su di te,
accolto fin sul bordo del tuo segreto,
preso nel tuo afrore,
tentato dai tuoi petali incurvati e molli di rugiada,
sedotto nello stupore,
gemo con te,
sopraffatto con te da un alito di vento che reca amore
e ci disvelerà,
fiorendo.
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Gianni Montefameglio
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1/25/2008
Brutta

Brutta, mi sentivo brutta.
Già da ragazza: indossavo un vestito e mi sentivo goffa.
Mi dicevano che avevo il corpo snello, ben modellato,
ma io mi guardavo allo specchio e decidevo di non uscire più,
anche se il taglio dei capelli mi donava al viso.
Provavo invidia per tutte le altre, ecco.
Ne ho poi capite di cose.
Giovanissima credevo d’aver poco seno e invidiavo le prosperose.
Ero tutta ricci e una coi capelli lisci credevo fosse privilegiata,
ma era solo la moda, che poi è cambiata.
Mi sentivo inadeguata, ma era solo perché non ero uniformata.
Da ragazzina volevo piacere a tutti, aver ammirazione incondizionata.
Era l’insicurezza, che anche da adulta un po’ mi ha accompagnata.
Ma ora ho te che sei la mia gratificazione.
Il tuo affetto, la tua cura, la tua attenzione
mi fan sentir sicura e bella, in una continua emozione.
A volte è anche questione d’umore:
nessun vestito fa sentire a proprio agio in quelle ore.
Ma mi basta poi il tuo sguardo pieno d’amore
per ritrovare il mio benessere interiore.
Allor mi sento bella, dentro e nell’esteriore.
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Gianni Montefameglio
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1/25/2008
domenica 20 gennaio 2008
Senza parole

Che volta, quella volta in cui sorse la parola!
Fu subito prolifica, moltiplicandosi di bocca in bocca.
Quando poi si confuse, si separò in una babele d’idiomi.
Un giorno però la parola volle elevarsi
- conscia del proprio prezioso valore.
E cercò labbra che non fossero sporche o blasfeme.
Si posò dapprima sulla bocca del poeta,
e si sentì tutta incantevole.
Osò di più, e finì sulla bocca del filosofo,
divenendo colta.
Ormai ebbra delle sue stesse capacità,
si fermò nel parlare del saggio:
divenne sapiente.
La parola desiderò allora essere semplice e spontanea:
furono gai e belli e coloriti i giorni sulla bocca dei bambini.
Volle infine esprimersi di più,
così scalò la vetta più alta,
posandosi sulle labbra di una donna:
la parola, sottovoce, si fece preghiera.
Ma come esprimersi ancor di più?
Altre vette non v’erano, più alte.
Ed ecco che incontrò Lei:
Colei che sapeva esprimere l’inesprimibile.
E la parola rimase senza parole,
davanti a Lei.
Lei che ha Musica per nome.
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Gianni Montefameglio
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1/20/2008
Come nasce un sentimento

Il mio animo è un gambo di rosa.
Tenace. E intoccabile: le spine respingono chi osa.
Eppure tenero. E vivo – per la linfa che vi scorre.
Le mie radici assorbono il buono
e lo rendon nutrimento.
E’ coltivato con la cura dell’amore, il mio roseto.
Potato dagli inutili rametti del capriccio,
cresce forte, dissetato da una pioggia che sa di cielo,
ristorato dalla rugiada del mattino che rinnova,
soleggiato dal sole che dà vita,
ombreggiato dalla calma che rasserena.
Rigogliose le mie foglie dei pensieri tremuli di vento.
Reggo il fiore vellutato di me stesso,
dei petali profumati di sublime,
ripiegati nel bocciolo del mio cuore,
semplici eppur superbi nel color cupo che mi esprime.
E’ in questa siepe ben curata
che lei – primaverile – si insinua lieve.
Ignora le spine, sale da dentro,
mi percorre piano.
Quasi nulla so di lei:
non l’ho veduta neppure in volto.
E mi trasforma dentro, mi percorre in fretta.
Sono ancor stupito, mentre lei è già in me.
E cresce dentro, mi percorre, già germoglia.
E si fa gemma.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
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1/20/2008