
Ancora seduta sul suo muretto della rotonda sulla spiaggia di Tel Aviv, Vera teneva il capo chino, l’indice piegato della mano destra, stretta a pugno, premuto contro una narice.
Ripassò davanti a lei la mamma con la bambina che aveva trascinato via. La bimba ora era tranquilla, si faceva tenere per mano dalla madre e nella mano libera teneva un grosso gelato.
“Mamma, perché piange quella signora?”
La donna strinse di più la mano della bimba e la tirò avanti, facendole affrettare il passo, in silenzio. Solo quando fu abbastanza lontana si voltò solo un attimo per dare un’occhiata a Vera, non permettendo che la figlia si girasse.
Vera non riusciva a dimenticare. Era nella sua natura impiegare molto tempo per dimenticare, ma questa volta non ci riusciva neppure dopo tutti quegli anni. Come le aveva detto lo psicologo? Possedere qualcosa, o meglio qualcuno, è l’unico modo per farti sentire sicura, affermata e invulnerabile; anche se tendi a considerarti infallibile, sei afflitta da un recondito senso di inferiorità. Era quella la risposta alla sua inquietudine? Non del tutto. Sapeva da sé che il suo bisogno d’affetto l’aveva sempre spinta a cercare in continuazione l’anima gemella, ma il fatto era che Iul era davvero l’anima gemella. Nessuno era come lui. Era anche vero, come le aveva detto lo psicologo, che ciò che la aveva interessata davvero una volta la avrebbe sempre interessata. E Iul la aveva interessata per la vita intera. Forse il problema era proprio in lei e nel suo passato. Doveva tornare dallo psicologo? Lo aveva odiato con tutte le sue forze quello psicologo, specialmente dopo la seconda seduta, quando era rimasta sconvolta per ciò che le aveva fatto ricordare. Più che ricordare: rivivere.
“Mettiti comoda e chiudi gli occhi.”
Vera si aggiusta bene sulla poltroncina e chiude gli occhi. Silenzio nella stanza. Una finestra socchiusa da cui entra il canto melodioso di qualche uccellino. Nessun altro suono, oltre alla voce di lui. Odori neutri. Ma che ci faccio qui, a che serve? “Sei pronta?”
Lei fa cenno di sì col capo, avverte la sua presenza proprio di fronte a lei. Voce calma, rassicurante.
“Durante la seduta sarai sempre vigile e cosciente. Se vorrai interrompere, me lo dirai e termineremo. Qualsiasi cosa diremo non avrà poi nessuna suggestione su di te. E’ tutto chiaro?”
“Sì.”
“Bene. Iniziamo. Vai con la mente a questa mattina, quando ti sei alzata.”
“Sì.”
“Ci sei? Sei lì?”
“Sì.”
“Cosa vedi aprendo gli occhi appena sveglia?”
“L’armadio di fronte. E la finestra sulla sinistra.”
“Dimmi che suoni senti.”
“Nessuno…”
“Ascolta bene… cosa odi?”
“Il rumore di una macchina che passa.”
“Bene. Ora vai al momento in cui ti alzi. Guàrdati i piedi e dimmi cosa indossi.”
“Le mie ciabatte.”
“Di che colore sono?”
“Beige. Sono di spugna beige.”
“Cosa fai ora?”
“Vado in bagno.”
“Dimmi la sensazione che hai calpestando il pavimento lì in bagno.”
“Sento che è duro. Lo sento sotto le suole.”
“Molto bene. Ora vai indietro nel tempo e fermati ad un momento in cui eri felice. Dimmi quando ci sei.”
“Ci sono.”
“Dove sei?”
“Sono sulla bicicletta con mio nonno.”
“Dove andate?”
“A spasso. Lui mi porta verso il mare.”
“Molto bene. Sei felice lì con lui?”
“Moltissimo.”
“Che tempo c’è?”
“E’ bello, sereno. E’ molto bello.”
“Che temperatura?”
“Calda, molto calda.”
“Descrivi cosa vedi.”
“La vegetazione… i cespugli, le palme.”
“Poi?”
“Il sentiero sterrato su cui mio nonno sta pedalando…. e un uccello che vola via.”
“Quanti anni hai?”
“Cinque.”
“Benissimo. Ora vai con la mente ad un momento in cui avevi paura. Dimmi quando sei lì.”
“…”
Vera non risponde. Lui tace, attende calmo in silenzio. Solo il canto dell’uccellino. Cosa devo rispondere?
“…Vai ad un momento in cui avevi paura. Dimmi quando sei lì.”
“Non ricordo.”
“Ripeti 'non ricordo'.”
“Non ricordo.”
“Ripetilo ancora.”
“Non ricordo.”
“Ancora. Ripetilo in continuazione, senza fermarti.”
“Non ricordo, non ricordo, non ricordo.”
“Non fermati. Continua a ripetere.”
“Non ricordo, non ricordo, non ricordo non ricordo non ricordo non ricordo nonricordo nonricordo nonricordononricordononricordo nonricordononricordononricordononricordononricordo nonricordo nonricordo…”
“Dove ti trovi ora?”
“A Herzliya.”
“Quanti anni hai?”
“Sette.”
“Cosa stai facendo?”
“Sto camminando per strada. Torno a casa.”
“Dove sei stata?”
“A comprare una bottiglia di candeggina. Mi ci ha mandato mia madre.”
“E ora hai con te la bottiglia e stai tornando a casa?”
“Sì.”
“Che temperatura c’è?”
“Fa freddo.”
“Che mese è?”
“Febbraio, è febbraio.”
“Dimmi le condizioni di luce.”
“E’ già buio.”
“Che rumori senti?”
“…I miei passi.”
“Cosa accade ora?”
“Stavo camminando verso casa.”
“Torna lì.”
“Sì.”
“Cosa accade?”
“Camminavo verso casa.”
“Torna lì. Torna lì e stai lì. Dimmi quando sei lì.”
“Ci sono.”
“Bene. Dimmi cosa stai facendo.”
“Sto camminando verso casa.”
“Molto bene. Che rumori odi?”
“I miei passi…”
“Che altro odi?”
“Altri passi, dietro di me.”
“Sono vicini?”
“No, li sento un po’ lontani.”
“Ora che succede?”
“Ho paura.”
“Descrivi a tua paura.”
Schiocco di dita. Le sue, lui sta facendo schioccare le dita. Sto tremando.
“Ho paura. Sento che i passi dietro di me si avvicinano.”
Altro schiocco di dita.
“Cosa fai ora?”
“Affretto il passo verso casa.”
“Poi?”
“Sento che anche i passi dietro di me si affrettano.”
“Dimmi le tue emozioni.”
“Ho paura!”
“Cosa sta accadendo ora?”
“I passi sono più vicini. Casa mia è ancora lontana. Cerco di correre. I passi li sento sempre dietro. Mi infilo in un cortile.”
Nuovi schiocchi di dita. Perché lo fa? Vuole tenermi cosciente?
“Descrivi il cortile.
“E’ buio. Solo una luce da una porta a vetri sulla destra. Il cortile è chiuso.”
“Ci sono rumori?”
“Il rumore di una macchina per cucire che viene dalla porta illuminata.”
“Dietro la porta si vede qualcuno?”
“No. Il vetro è bianco non trasparente. Deve essere un laboratorio.”
“Che altri rumori senti?”
Schiocchi di dita. Vera è stravolta. Ha staccato la schiena dalla poltroncina e siede dritta, tesissima.
“Quei passi!”
Lui rimane calmo. Ho paura. Ma lui è calmo.
“Cosa accade ora?”
“Mi sono fermata. Non posso più scappare. Mi giro e lo vedo.”
“Chi vedi?”
“L’uomo che mi ha seguita.”
“Lo conosci?”
“No.”
“Descrivilo.”
“E’ bruno, non tanto alto, né magro né grasso, ha una barbetta nera, occhi scuri.”
“Che età ha?”
“…Quaranta o quarantacinque anni, credo.”
“Cosa fa ora?”
“Mi guarda.”
“Dice qualcosa?”
“Sì.”
“Cosa ti dice?”
“Dice: ‘Ma dove scappi. Ora ti faccio vedere io’.”
Schiocca sempre le dita. Mi fa bene, si vede.
“Ora cosa fa?”
“Mi spinge a terra.”
“Descrivi la scena.”
“Dice ‘Ora ti faccio vedere io’ e mi dà una spinta. Cado a terra e la bottiglia si rompe. Lui mi viene sopra.”
Vera trema come una foglia, sempre seduta dritta, il viso bianco e stravolto. Sto tremando, tremo, non riesco a piangere, vorrei piangere! Schiocchi.
“Cosa fa ora?”
“E’ su di me. Mi alza la gonna e lo sento premere tra le mie gambe, in mezzo alle gambe.”
“Ti ha abbassato le mutandine?”
“No.”
Schiocchi, ancora schiocchi. Sento male, mi fa male.
“Ti penetra?”
“No. Preme sulla parte sinistra. Mi fa male!”
“Tu cosa fai?”
“Sono a terra, guardo verso la porta illuminata, ma è chiusa, non c’è nessuno.”
“Poi?”
“Ha smesso di premere. Si alza e se ne va.”
“Che fai ora?”
“Rimango ancora un po’ a terra, da sola. Mi fa ancora male. Poi mi alzo e mi pulisco il vestito.”
“Dopo?”
“Esco dal cortile e vado a casa.”
“Ok. Ora torna al momento in cui entri nel cortile. Sei lì?”
“Sì, sono entrata.”
Mi fa ripetere tutto.
Stesse domande, chiedendo altri particolari. Le fa rivivere la scena una seconda volta, poi una terza, poi altre ancora. Schiocca le dita sempre meno frequentemente. E le fa ripetere tutto daccapo, ogni volta. Mi fa ripetere di nuovo. Sarà la decima? Forse di più.
“Che odori senti lì a terra?”
“Odore di tabacco. Ho il naso proprio contro il taschino della sua camicia. Sento odore di tabacco.”
“Che altri odori senti?”
“Quello della candeggina. La bottiglia si è rotta cadendo.”
“Che dolori senti?”
“Un sasso a terra che mi preme sulla schiena… poi il polso, mi fa ancora male, mi ha strattonata afferrandomi un polso. E in mezzo alle gambe, proprio sotto, in mezzo, sulla sinistra, mi fa male e mi brucia.” Ora sento male di meno. La prima volta che me lo ha fatto dire sentivo più male.
“Vediamo se è rimasto qualcosa… Ripeti di nuovo, dal cortile.”
Sto ripetendo come se fosse una storia di un’altra. Ma mi è accaduto davvero?“Ora è pulito. Va bene. Vai al momento in cui entri in casa. Dimmi quando sei lì.”
“Ci sono.”
“Descrivi cosa accade.”
“Mia madre mi guarda e mi domanda della candeggina. Le dico che la bottiglia mi è caduta correndo e si è rotta. Lei si preoccupa e cerca di alzarmi la gonna per vedere se mi sono sbucciata le ginocchia. Io mi spavento e mi tiro indietro. Ho paura che si accorga di quello che è successo.”
“Torna al momento in cui entri in casa. Racconta di nuovo cosa accade.”
Le fa ripetere cinque volte la scena.
“Bene. Ora vai al momento in cui sei sulla canna della bicicletta di tuo nonno.”
“Sì.”
“Tuo nonno dice qualcosa?”
“Canta. Inventa una musica tutta sua e canta ‘la mia bella Nini’…”
“Molto bene. Ora vai a stamattina, a quando ti sei alzata.”
“Ci sono.”
“Cosa stai calzando?”
“Le mie ciabatte di spugna beige.”
“Benissimo. Che giorno è oggi?”
“Giovedì.”
“Che data?”
“Il 18 di Elùl.”
“Anno?”
“Siamo nel 5761.”
“Bene. Ora conterò da cinque a uno. All’uno aprirai lentamente gli occhi. Qualsiasi cosa detta non avrà alcuna suggestione su di te. D’accordo?”
“Sì.”
Sta contando… tre… due… il canto degli uccellini! …uno, ha detto uno…
Vera riapre gli occhi e si guarda attorno un po’ smarrita e confusa. La luce è cambiata, è un po’ più scuro, ma le luci non sono accese. Stesso odore neutro. La finestra è socchiusa come prima, esattamente nella stessa posizione. Il canto degli uccellini, melodico, rilassante. Alla fine guarda lui, lo psicologo. Riesco a guardarlo negli occhi, non mi imbarazza, ha uno sguardo buono e dolce.
“Ora tocca il tavolino accanto a te.”
Vera si piega un po’ in basso e lo tocca.
“Ora tocca con la mano il pavimento.”
Si piega di più e ubbidisce. E’ freddo, è anche pulito.
“Ora àlzati. Vai al muro e toccalo.”
Lo fa. Mi gira un po’ la testa.
“Vai alla finestra e tocca il vetro.”
Va alla finestra, camminando più sicura. Guarda anche fuori. Che bel giardino che ha. Ben curato, anche. Ora sto bene.
Uscendo dallo studio, aveva ritrovato il traffico cittadino che le sembrò, quella volta, gradito e perfino rassicurante. Si sentiva riconoscente per quei rumori, i soliti di sempre; per quegli odori che non erano cambiati; per tutto ciò che era attorno, e che ritrovava. Incamminandosi lungo il marciapiede avvertiva un leggero senso di irrealtà se guardava lontano, ma sapeva che era perché aveva tenuto gli occhi chiusi a lungo. Stava bene. Era serena.
E negli orecchi aveva ancora l’eco del canto degli uccellini.
venerdì 1 febbraio 2008
VERA - 7. Un male segreto
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
2/01/2008
VERA - 8. Marionette
Usciti dalla Crota Piemunteisa, rifocillati e un po’ su di giri per il Frèisa, continuarono la loro passeggiata per Milano. Vera si era messa sottobraccio a Iul.
“Vieni. Sono io la guida!”
Passando da Piazza Fontana avevano fatto il giro dietro il Duomo. Andarono fino in Piazza Cordusio, da cui ebbero la vista del Castello Sforzesco. Ne furono attratti e si incamminarono lungo Via Dante per raggiungerlo. A circa metà della via si fermarono alla Cremeria sulla destra, concedendosi un cono di panna montata spolverata di cannella.
Giunti in Largo Cairoli, quasi davanti al Castello, Vera, alzandosi sulle punte dei piedi, disse piano all’orecchio di Iul:
“Devo andare in bagno.”
Entrarono nel locale all’angolo, in cui preparavano stupendi frullati di frutta. Dopo aver sorseggiato il suo frullato, Vera si scusò e si assentò in cerca della toilette.
A Iul era balenata l’idea appena aveva visto, accanto al locale dei frullati, un negozio di dischi. Vi entrò in fretta, approfittando dell’assenza di Vera.
Vera lo ritrovò al banco, mentre finiva il suo frullato.
“Cosa prevede ora la guida?”
“Ti va di camminare ancora?”
“Perché no?”
Camminarono lungo Foro Buonaparte, quasi in silenzio, fino a Piazzale Cadorna. Lui le circondava le spalle col braccio, tenendola stretta.
“E’ quella cos’è?”
“Una stazione ferroviaria.”
“La conosci proprio bene Milano.”
“No. Ho letto la scritta: Ferrovie Nord Milano.”
Risero.
“Milano è come te l'aspettavi?”
Vera ci pensò, cercò le parole:
“E’ molto di più. Per anni ho sfogliato libri su Milano, guardato fotografie, cercato sulle mappe le vie e i posti di cui mi parlava mio nonno. E ora è tutto qui davanti a me, vero e reale. E poi…”
Iul la osservava, interessato. Vera era quasi commossa mentre – guardando davanti a sé senza realmente vedere le cose – diceva ciò che le veniva dal suo mondo interiore di sensazioni e pensieri.
“E poi per me l’Italia, e particolarmente Milano, erano posti leggendari, che potevo vivere solo sui libri. L’idea che esistessero veramente e che potevo visitarli non la ho mai avuta, forse perché erano legati a mio nonno e al suo passato che non ho mai vissuto, e forse anche perché erano così lontani…”
“E ora sei qui.”
Vera ebbe un lampo negli occhi e un fremito di gioia.
“Già!”
Ripresero la loro passeggiata, incamminandosi lungo Via Carducci. Iul, leggendo il nome della via, lo aveva pronunciato secondo la pronuncia ebraica, dicendo Carducchi. Vera lo aveva corretto e poi si era fermata, pensierosa.
“Carducci… Via Carducci…”
Iul la scrutava, in attesa.
“Sto cercando di ricordare… Se avessi qui la mia cartina di Milano! …Qui vicino, in questa zona, c’è qualcosa che non mi viene in mente…”
“Un museo?”
“No.”
“Una chiesa, un monumento?”
“No, no.”
“Ma sai la via?”
“Quella sì… ma non rammento cosa c’è. Eppure era qualcosa che mi affascinava, di cui mio nonno mi parlava…”
“Se la via la sai, andiamoci, allora!”
Come aveva fatto, lei così pratica, a non pensarci? Fermò una donna anziana che passava con un piccolo barboncino bianco al guinzaglio, tanto carino da sembrare un peluche.
“Ci scusi, signora… Via degli Olivetani?”
“Olivetani… ah, sì. In fondo a questa via, a destra, prendete Via San Vittore, poi la prima a sinistra.”
“Grazie, signora.”
In Via San Vittore si trovarono davanti al Museo della Scienza e della Tecnica.
“E’ questo, Vera?”
“No. Prendiamo la prima a sinistra…”
Svoltarono in Via degli Olivetani. Iul osservò le guardiole sui muri alti.
“Pare un carcere…”
Diversi bambini, con i loro genitori, camminavano lungo lo stretto marciapiede, dalla parte opposta al muro del carcere. Vera volle seguirli. Pochi passi e furono davanti al Teatro delle Marionette. Vera era raggiante.
“Eccoci!”
“E’ un teatro…”
“Sì! Il teatro delle marionette!”
Iul la guardava intenerito, partecipando alla gioia di lei, così semplice. Lo spettacolo non era ancora iniziato e Iul suggerì di entrare.
“Ma tu non capirai una parola…”
“Parteciperò vedendo la tua gioia.”
Gli diede un bacio affettuoso e pieno di gratitudine.
Seduti sulle loro poltroncine, tra tanti bambini festosi e vocianti, Vera dovette alzare la voce per farsi udire da Iul.
“Questo spettacolo lo capirai benissimo anche tu. Danno Pinocchio.”
Si fece buio e gli schiamazzi dei bambini cessarono d’incanto. La scenografia era suggestiva, il gioco di luci spettacolare, il sonoro perfetto, i colori vividi, le marionette parevano vive nella profondità del palco oltre la ribalta. Nell’oscurità del piccolo teatro – grazioso, ovattato, con un profumo buono e delicato di fiori - il palcoscenico spiccava con le sue luci intense e colorate.
Iul osservata attorno i visi ammaliati dei bambini. E il viso di lei, estatico.
Ebbero qualche difficoltà a riabituare gli occhi alla luce, uscendo insieme a decine di bambini che si mettevano disordinatamente in fila davanti al piccolo bar del teatro per acquistare una merendina o una bevanda.
“Sei stanca?”
“No. Che ore sono?”
“Le diciotto e trenta locali. Per noi le diciannove e trenta.”
“A che ora abbiamo l’aereo?”
“Vera… C’era un volo alle dodici e venti, ma era troppo presto. Non ho potuto far altro che prenotare il successivo… insomma, il nostro volo è a mezzanotte e cinquantacinque.”
“Meraviglioso.”
“Non è troppo tardi?”
“No che non lo è.”
“Ma hai idea dell’ora in cui arriveremo?”
“Stanotte, immagino.”
“Saremo a Tel Aviv domattina alle cinque e quaranta.”
“Ma sarà sabato e non lavoreremo, no?”
Presero un taxi e fecero un giro nella zona dei navigli. Poi Vera volle vedere la Stazione Centrale. Qui visitarono anche il Museo delle Cere. Per la cena decisero di andare in pizzeria. Consigliati dal tassista, furono condotti in Via Spontini.
Vera non pareva toccata dalla stanchezza. Era comunque una donna resistente. A tavola Iul fu brillante e lei pendeva dalle sue labbra. Era affascinata dal suo modo di parlare, dalle cose che diceva. Lei si sentiva a suo agio. Parlarono perfino di Dio, della loro fede, di quello che credevano.
“Sono stupita delle cose di cui parlo con te. Non avrei mai pensato di poter parlare con qualcuno di una cosa così intima come Dio. Anzi, ero certa di non poterne parlare con nessuno… troppo personale, troppo intimo.”
“E nel tuo cassetto segreto cosa conservi?”
“Cassetto segreto?”
“Ogni donna ne ha uno, no? Non necessariamente un cassetto… magari è una tasca della borsetta o una scatola riposta nell’armadio. Un posto dove conserva un biglietto, una foto, una foglia, un fiore secco, cose del genere.”
“…Mi stupisci ogni volta.”
Iul le sorrise. Lei lo guardò timidamente, pronta a cogliere nel suo sguardo qualsiasi ombra di reazione a ciò che stava per dire.
“Io ho proprio un cassetto. Quello del mio comodino.”
Lo sguardo di Iul rimase benevolo, non si adombrò. A Vera venne in mente lo sguardo buono e dolce dello psicologo, in cui non aveva letto nessun biasimo o compatimento per le cose imbarazzanti che aveva appena rivelato di sé nella seduta. Ma pensò anche che in fondo lo psicologo era un estraneo di cui non le importava molto. Si era spinta troppo oltre, ammettendo di avere il suo cassetto segreto? Non era pentita di questo, ma ora era in difficoltà, non sapendo come continuare. Perché, continuare, doveva: Iul era troppo importante per lei. Doveva. Ma proprio lì, ora? In quel chiasso che odorava d’aglio e di origano?
Un giovane bruno, in giacca e cravatta, stava passando tra i tavoli con delle rose color rosso cupo, col gambo lungo, ciascuna ben avvolta in una carta lucida e trasparente chiusa al fondo da un fiocco giallo. Iul gli fece un cenno. Ne prese una e la porse a Vera.
“Grazie…”
E quel grazie includeva forse anche la sua riconoscenza per averla tolta dal disagio di quel momento.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
2/01/2008
VERA - 9. Una rivelazione

Erano all’interno dell’Aeroporto Malpensa di Milano. Le ventitrè e trenta. Trovarono un posto tranquillo dove sedersi, davanti alla vetrata che dava sulla pista. Al di là dei vetri, grossi aerei decollavano muti con i loro potenti fari accesi.
Vera, seduta accanto a Iul, reclinò il capo sulla spalla di lui. Iul le circondò le spalle con un braccio, tenendola stretta a sé. Rimasero così per alcuni minuti, in silenzio. Quando le uniche persone vicino a loro – una famigliola con due gemelline – si furono alzate dopo aver udito la chiamata del loro volo, Iul attese ancora un po’, poi disse con voce calma e dolce:
“Il tuo cassetto, dunque?”
Vera rimase in silenzio e Iul si impose di non parlare, sapendo che se avesse rotto lui il silenzio avrebbe compromesso tutto.
Quel silenzio poteva essere per Iul imbarazzante, ma per Vera divenne insostenibile.
“Il mio cassetto…”
“…e i suoi segreti…”
“Già.”
Si era ricreato lo stesso silenzio, ma Iul sentiva che era stato fatto un passo avanti: lo rivelava quel già di lei. Tacque di nuovo, in attesa.
“…Quando scoprii che Dani aveva un’altra, quello fu il periodo più brutto della mia vita. Ero disperata, non sapevo che fare. Lui negava e io dovevo sapere a tutti i costi. Un giorno incontrai per caso un mio vecchio collega, un tipo strano, uno di quelli che ha una ragazza dopo l’altra. Insomma questo fa l’ironico, fa delle insinuazioni su Dani, si diverte a vedere quanto sto sulle spine, capisce che voglio sapere a tutti i costi…”
“Continua…”
“Quando lavoravamo insieme, anni prima, mi era sempre stato dietro. Mi parlava di casa sua, di come era fatta, di come aveva arredato una stanza tutta particolare…”
“Particolare?”
“Sì, ti ho detto che Ran era strano. Ran è il suo nome.”
“E che aveva di particolare?”
“Una stanza buia, con luci soffuse, profumata con incensi, con tendaggi colorati, tappeti… e un letto reclinato su cui legava, ma senza violenza, la sua conquista del momento, usando dei veli leggeri e colorati, profumati.”
“La conosci bene, la stanza.”
Lo aveva detto badando attentamente a non dare un tono di ironia o di biasimo alla frase. Vera lo recepì e continuò a parlare.
“Ero come impazzita, dovevo sapere, sapere a tutti i costi. Sì, ci andai.”
“Più di una volta?”
“Sì… due o tre volte.”
“Poi?”
“Ran? Oh, quello era un cretino… più visto né sentito. Ma seppi che lei si chiamava Maya, una collega di Dani, insegnante di inglese. Pensa, la avevo anche ospitata a casa nostra, una volta. Una bionda, un po’ grassoccia, non proprio bella… ora parlarne non mi fa più nulla… ricordo che quando venne a casa mia, quella volta, notai che aveva delle belle gambe. Era seduta sul divano, con le gambe un po’ di lato… aveva un che di sensuale. Comunque, Dani negò sempre, diceva che era solo un’amica. Io rischiai l’esaurimento…”
“E come andò a finire?”
“Con Dani, male. Per un po’ continuammo ad avere rapporti intimi, per me era una specie di rivalsa su Maya, un modo per non lasciarlo a lei. Ma poi lo disprezzavo troppo e diventammo estranei. Lui andava e veniva, sempre calmo e sicuro di sé, come se niente fosse. Non lo credevo capace di arrivare alla bassezza a cui arrivò.”
Iul comprese che Vera alludeva ad altro.
“Cosa accadde?”
La teneva sempre stretta a sé, continuando a circondarle le spalle con un braccio. Lei teneva la mano libera di lui tra le sue, sfregandola nervosamente. Iul sentiva, nonostante la concitazione del momento, la morbidezza delle mani di lei, e quel contatto gli dava piacere. Avvertiva anche il leggero sudore nervoso di lei: il suo odore lo conturbava. Non era strano che provasse in quel momento il desiderio di fare l’amore con lei?
“Poi accadde una cosa che non mi fa onore…”
“Non essere dura con te stessa, Vera.”
“Dura? Sono da disprezzare, altro che dura. Mi disprezzerai anche tu…”
“Cosa accadde?”
“Ero frustrata, avvilita, depressa… annientata. Forse ero troppo vulnerabile, in quel periodo, non so… Insomma, conobbi un ragazzo.”
“E cosa c’era di disprezzabile in ciò?”
“Ho detto…ragazzo. Questo rendeva la cosa disprezzabile, la sua età.”
“Era così giovane?”
“Sì, molto più di me. Aveva solo diciannove anni.”
“E come lo avevi conosciuto?”
“Dal parrucchiere. Portava i capelli un po’ lunghi, era lì anche lui. Era simpatico, maturo, un bel ragazzo. Sapeva ridere e scherzare, era disinvolto. Chiacchierammo piacevolmente. Poi, usciti, mi invitò a bere qualcosa. Mi divertiva, mi distraeva, non pensavo minimamente a quello. Alla fine, usciti dal bar, mi baciò. Ne fui sorpresa, non me lo aspettavo.”
“A cosa alludevi parlando della bassezza di Dani?”
“Ah… al fatto che Dani sapeva di Dror, il ragazzo. Glielo avevo detto io. Lui non aveva fatto una piega. E una sera in cui Dani era rientrato tardi, gli feci una scenata tremenda di gelosia. Piangevo, urlavo. E lui, per calmarmi, sai che fece? ‘Non fare così, dài’, diceva. E poi mi disse di telefonare a Dror, di uscire con lui. Arrivò al punto di dirmi: ‘Dammi il suo telefono, te lo chiamo io, dài…’”
“Capisco. …E con questo ragazzo quanto è durata?”
Vera rimaneva in silenzio. Iul capì.
“Dura tuttora?”
“Non proprio… ci vediamo ogni tanto.”
“Deve essere una persona speciale, allora.”
“Direi particolare… Ora è fidanzato, fa l’ultimo anno di università. Vedi, in quel periodo mi sentivo finita, brutta, come se a nessuno importasse di me. L’interesse di Dror mi lusingava: lui così giovane e bello, che poteva avere le ragazze che voleva, lui si interessava a me… Poi si confidava, mi aveva detto del suo problema. Lui soffre di eiaculazione precoce, ma con me non gli è mai accaduto, nonostante sia sempre focoso e non tanto delicato.”
“Lo ami?”
“Nooo!”
“Una questione di sesso, allora?”
“Per me non è possibile che ci siano solo questioni di sesso. Non sono così.”
“Cosa ti piace di lui, allora?”
“Piace… forse meglio dire piaceva. Ci vediamo raramente. E l’ultima volta ho trovato una scusa per non uscire con lui… Avevo già deciso di interrompere questa relazione. Comunque, mi piaceva il fatto che si interessasse di me. E a volte mi faceva tenerezza, come quando si aggiustava gli occhiali spingendoli con un dito sul naso…”
“Che altro, Vera?”
“Non ti basta?”
“E prima di scoprire che Dani ti tradiva, tu gli eri fedele?”
“Sì, a parte Iosèf. Ma quella è una storia vecchia.”
“Prima di Dani?”
“Lo conoscevo da prima, sì. Lui era già sposato. Conoscevo bene anche la moglie, una donnetta insignificante. Poi ho conosciuto Dani.”
“E hai continuato a vedere Iosèf?”
“Per un po’, sì… poi si è ammalato, ora non può più quasi muoversi.”
Iul rimase in silenzio. Vera era pallida, aveva perso il suo sorriso, sembrava avesse cambiato addirittura fisionomia, pareva invecchiata e stanca. Attorno a loro continuava a non esserci nessuno. Già da un pezzo avevano smesso di accorgersi della gente che andava e veniva. Non sentivano neppure più gli annunci degli altoparlanti.
Vera si era staccata da lui. Aveva perso ogni vitalità. Alla fine disse:
“Dimmelo.”
“Cosa?”
“Che sono una… Dimmelo.”
Iul ignorò la provocazione di lei. Le disse:
“Vediamo di riassumere il concetto di tutto… E’ come se tu, potendolo, avessi detto a Dani: ‘Tu sei il mio compagno, mio e basta. Io faccio quello che mi pare, ma tu devi stare al tuo posto accanto a me, senza nessuna Maya o altre’. E’ così?”
“Sì.”
Iul la guardava senza giudicarla. Nel suo sguardo tranquillo non c’era accondiscendenza, ma neppure giudizio.
“Dimmi cosa pensi di me.”
“Io non ti giudico, Vera.”
“No?”
“No. E poi…”
“E poi?”
“E poi… poi, sono innamorato di te.”
Non se lo aspettava. Ebbe un risolino nervoso, provando imbarazzo e insieme sollievo.
“Cara signora… le va un caffè? Credo ci voglia.”
“Sì, ci vuole.”
Al bar Iul cercò di distrarla dai pensieri, insistendo perché prendesse un dolce insieme al caffè.
“Tu non ne vuoi?”
“No.”
“E perché insisti con me?”
“Per viziarti, cara.”
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
2/01/2008
VERA - 10. Estasi
Ultima chiamata per il volo El Al 488 per Tel Aviv. Vera riudiva nella sua mente quelle parole. Strano come le fossero rimaste impresse insieme a quella scritta che aveva letto sullo zaino accanto ad una ragazza addormentata su una poltroncina all’aeroporto. Forse perché mentre leggeva quella frase sullo zaino, dove l’occhio le era caduto per caso, proprio in quel momento c’era stata la chiamata dall’altoparlante.
Vera si era alzata dal muretto sulla spiaggia, su cui era seduta. Si era tolta le scarpe e aveva camminato sulla sabbia fino in prossimità della battigia. Aveva guardato l’orizzonte, dove finiva la vista del mare. Poi aveva alzato lo sguardo verso le nuvole e aveva visto un aereo, silenzioso e luccicante per i riflessi del sole. Lo aveva seguito con lo sguardo fino a perderlo di vista. E quando aveva abbassato gli occhi sulle piccole onde davanti a lei, la sua memoria aveva rievocato quella voce. Ultima chiamata per il volo El Al 488 per Tel Aviv. E subito aveva rivisto la scritta sullo zaino: Dio c’è.
Ultima chiamata per Tel Aviv. Il nostro volo. Ultima chiamata. Ironia? Profezia? Ultima, l’ultima. Dio c’è. Aveva un senso tutto ciò?
Rammentò la ‘amidà, la parte da recitare in piedi della minchà, la preghiera pomeridiana. Mio Dio, ho peccato, ho trasgredito, ho commesso colpe, sono responsabile, ma tutto questo non mi è giovato a nulla. Tu sei stato giusto per quanto mi è capitato, poiché hai operato con senso di giustizia, mentre io ero colpevole. Era dunque questione di giustizia? Aveva raccolto semplicemente quello che aveva seminato? Forse doveva solo andare così: le cose belle, quelle vere, non durano. Già non durano di loro, figurarsi se potevano durare per lei. Ma intanto era capitato proprio a lei, Vera, di provare l’amore vero, quello unico e irripetibile.
Quella sera, a Milano, dopo aver svuotato buona parte del cassetto segreto del suo animo, si sentiva sollevata. Era stanca, esausta, ma Iul aveva saputo confortarla. Durante il viaggio di ritorno era stato tenero e premuroso. La aveva fatta sentire protetta e al sicuro, specialmente quando le aveva aggiustato la coperta dopo che avevano reclinato le loro poltrone nella semioscurità dell’aereo.
“Ora cerca di dormire…”
E lei aveva dormito davvero. Ne aveva bisogno. Si era svegliata solo un paio di volte, per pochi secondi: giusto il tempo di ricordare dove fosse, sentendo il rumore dei motori. E subito si era riaddormentata con il pensiero che Iul era accanto a lei. La seconda volta, prima di richiudere gli occhi, aveva perfino visto le stelle, nitidissime, oltre l’oblò.
Prima dell’atterraggio, a bordo avevano servito del caffè e Vera lo aveva particolarmente apprezzato. Si era sentita ristorata, pronta per affrontare di nuovo la vita. E aveva apprezzato il sole d’Israele, uscendo dall’aeroporto Ben Guriòn. Noi la chiamiamo la terra. Aveva rivisto le palme. Era a casa. Scesa dall’aereo e salita alla terra.
Alle sei del mattino di quel sabato Iul la aveva lasciata sotto casa, abbracciandola.
“Non dimenticare la tua rosa…”
“Grazie…”
“E c’è un’altra cosa per te.”
Gli occhi di lei, stanchi, lo interrogavano. Solo Iul poteva interpretare il significato di quella impercettibile piccola luce che si accendeva appena al fondo del color mare dei suoi occhi.
“…Per me?”
La sua voce era quasi timida, ma dolce.
“Per te.”
Iul le porse il pacchettino che aveva tratto dalla tasca.
“Ora vai…”
Fece segno di sì col capo. Gli sorrise. Scomparve dentro casa.
Appena entrata lasciò cadere la borsetta sul tavolo della cucina e si recò in camera da letto. Si coricò sopra le coperte, senza neppure togliersi le scarpe. Aveva ancora la rosa in mano. Si girò di lato per appoggiarla sul comodino e, nel farlo, guardò il cassetto. Ogni donna ha un cassetto segreto. Si lasciò cadere di nuovo sul letto. Teneva tra le mani il pacchetto di Iul. C’è ancora una cosa per te. Era stata lì lì per rispondere: “Sei proprio l’uomo delle sorprese”, con l’intenzione di fargli piacere. Ma si era fermata in tempo, nel timore che lui pensasse: “Anche tu sei la donna delle sorprese”. Aveva voglia di piangere, ma non ci riusciva. Si fece forza e scartò il pacchetto. Lesse il titolo sul CD: Charles Aznavour. Sorrise. Poi scorse i titoli delle canzoni… ed ebbe un tuffo al cuore quando il suo sguardo si fermò su un titolo: Lei.
Pianse.
Da quanto tempo squillava il telefono? Fece uno scatto giù dal letto e corse nell’altra stanza.
“Pronto?”
“Buonasera, Vera.”
Era Iul, e parlava con allegria.
“Buonasera? …Ma che ore sono?”
“Quasi le sei. Di sera, ovviamente. Dormivi ancora?”
“Sì…”
“Immaginavo… non rispondevi al telefono.”
“Il telefono… io sentivo uno squillo, ma sognavo che la hostess andasse a rispondere…”
Iul rise di gusto. E lei dietro a lui, trascinata dal suo buon umore. Si era seduta, e si stava togliendo le scarpe usando un piede sull’altro.
“Tu hai dormito?”
“Dormito. Ma, ahimè, non ho sognato la hostess.”
“Sciocco.”
“Ho un invito da farti, ma ho un dubbio…”
“Un dubbio?”
“Non so se invitarti a… a colazione o a cena.”
Sorrise, divertita. E, contagiata dalla disinvoltura di lui, si sorprese a dire:
“Facile… prima a cena e poi a colazione.”
“Oh… questo è un programma che mi piace davvero. E dimmi, per cena preferisci caprini e sgombri o una pizza?”
“Stasera… rigorosamente ebraico!”
“Approvato. A che ora passo?”
“Il tempo di fare una doccia… alle sette?”
“Alle sette.”
Vera aveva ritrovato il benessere del giorno prima. Mentre giravano in auto per Tel Aviv, tra le prime luci che si accendevano nel crepuscolo, alla ricerca di un buon ristorante, sentiva in sé quella stessa gioia che aveva provato il giorno prima a Milano. Non era esuberanza, si trattava piuttosto – se così si poteva dire – di una specie di “realizzazione dell’anima”. E per lei anima significava corpo e mente e cuore e animo, tutto insieme. Il suo naturale piacere per le cose della vita era in quei momenti pienamente goduto. Provava quel senso pieno di rilassamento che viveva ogni volta che aveva raggiunto una meta; sprigionava vivacità ed energia, se pur contenuta dalla sua timidezza.
Quella sensazione di benessere era proseguita anche a tavola. Iul era naturale, spontaneo, sereno: questo le dava conferme. La buona cena completava il suo sentirsi appagata, perché Vera sapeva amare anche la buona tavola. La carne era cotta a puntino, le salse eccellenti. Conversavano piacevolmente.
“Dimmi del tuo lavoro.”
“Che vuoi sapere?”
“Come sei sul lavoro?”
“Posso citarti le parole del mio psicologo…”
Vera era allegra, sorseggiava la sua birra. Pur non essendo necessariamente disinvolta e brillante, nei rapporti umani era socievole e simpatica, adattabile. Ma lì con Iul era tutta un’altra cosa: era se stessa.
“Sentiamo…”
“Dunque… parole sue: lei, signora, è una lavoratrice, è laboriosa, sa caricarsi di impegni anche onerosi e sono certo che sia molto apprezzata per la sua disponibilità verso gli altri; la sua natura la porta a prediligere un lavoro fisso, ma negli affari riuscirebbe bene, perché ha fiuto e saprebbe muoversi con calcolo e diplomazia ma senza intrighi. Questo.”
“Ed è vero?”
“Vero.”
Dopo cena fecero due passi sul mare. Iul le domandò se avesse piacere di ascoltare un po’ di musica in qualche locale.
“Musica, sì. Mi piace molto la musica. Ma non in qualche locale. Mi piacerebbe ascoltare con te un certo CD che ho casa.”
Si erano baciati appena richiusa la porta. Vera aveva ancora la sua borsetta in mano. Non aveva mai provato un desiderio così forte di fare l’amore. Si sentiva consapevole del proprio potere di seduzione, e questo aumentava la sua voglia che si faceva ansiosa. Iul sapeva percepire perfettamente i fervori interiori di lei, sapeva intuire attimo per attimo i suoi desideri.
Sulle coperte dove solo poche ore prima dormiva, Vera si abbandonava alla tenerezza di lui. Iul si stava rivelando dolcissimo oltre il modo che lei aveva immaginato. Provava un’estasi mai conosciuta e neppure mai immaginata. Iul sapeva seguire i ritmi di lei, sapeva anzi rallentarli sapientemente: sapeva far crescere il suo desiderio fino al limite del sostenibile. Con la sua calma dolce e tenera le prestava tutte le attenzioni. Il piacere di lui era nel sentire il piacere di lei.
Vera provò un brivido deliziosissimo che le percorse tutto il corpo e le fece girare la testa: Iul aveva appoggiato con soavità le sue labbra sulla parte tenera a metà del braccio di lei, dietro il gomito, e vi aveva indugiato sfiorandola e baciandola delicatamente.
Non aveva fretta di spogliarla. Si insinuava anzi - ora con le labbra e ora con le dita - tra gli abiti di lei, in un gioco che la accendeva di più. Baciandola in questo modo era sceso con le labbra appena sotto la gonna di lei, sulla sua pelle che fremeva, baciandola dolcemente prima sopra il ginocchio e poi all’interno delle gambe, vicino al ginocchio. Lentissimamente era risalito con le labbra più su, continuando a baciarla all’interno delle gambe, spostando piano la gonna di lei con il proprio viso, ma senza scoprirla del tutto. Vera fremeva nell’attesa.
E si morse un labbro per l’insostenibilità di quella esasperazione quando le labbra di lui si erano arrestate e avevano poi iniziato a ridiscendere. Vera stava per provare un momento di irrequietezza, di nervosismo, quando fu invece nuovamente sorpresa ed ebbe un sussulto improvviso per il piacere intensissimo che la invase quando lui la baciò con delicatezza e indugio proprio come aveva fatto prima, ma questa volta nella parte tenera a metà gamba, dietro il ginocchio.
Iul era preso dall’odore intimo di lei, che lo confondeva. Vera era completamente distesa, le mani lungo il corpo, aggrappata con le dita come artigli alla coperta, tesissima, muovendo piano il bacino sotto il viso di Iul. Con gli occhi semichiusi disse sottovoce, lentamente:
“Guarda che sei fai così…”
Ed era, insieme, una giustificazione ed un invito a non fermarsi.
Sul comodino, sopra il cassetto segreto, una rosa rosso cupo era ancora viva nel suo vaso di vetro trasparente.
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Gianni Montefameglio
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2/01/2008
VERA - 11. Salsedine

Vera si era rimessa le scarpe sul bordo della strada, dopo essersi scossa dai piedi la sabbia. Che fare, ora? Quella sua mattinata libera, in cui aveva avuto così tanta voglia di camminare sotto il sole, si stava rivelando una giornata colma di tristezza e di nostalgie, nell’odore della salsedine.
Una cosa che la ha interessata davvero una volta la interesserà sempre. Così aveva detto il suo psicologo. Già.
Camminò ancora. Si fermò ad acquistare un quaderno e una penna. Cercò una panchina al sole e si sedette. Aprì il quaderno e ne fissò la prima pagina, bianca. Iniziò a scrivervi.
Sempre: che bella parola. Bella, vera, giusta. Sì, per sempre. Tamìd = sempre. Più bella è leolàm. Sì. Leolàm = per sempre. Parola biblica, a lui sarebbe piaciuta.
Smise di scrivere e richiuse il quaderno con rabbia. Non riusciva a scrivere, a trovare le parole. E poi, a che sarebbe servito?
Quel moto di rabbia le fece venire in mente il periodo buio vissuto con Dani. Quanta rabbia, allora! Istintivamente cercò nella sua borsetta il taccuino su cui aveva annotato tutte le osservazioni dello psicologo, che aveva scrupolosamente raccolte dopo ogni seduta. Cercò la pagina.
Fondamentalmente calma e ponderata, sopporta anche angherie ed offese, ma dietro la sua dolcezza si cela un temperamento coriaceo. Paziente, ma quando viene superato il suo limite improvvisamente esplodono – tutte insieme – irritazione, rabbia e frustrazione. Adotta quindi una tattica tutta sua: un silenzio insondabile. Tiene il muso, prova rancore, diviene permalosa, si chiude nel mutismo, assume un orgoglioso sussiego, rimugina. Gli accessi d’ira non sbolliscono presto. In questo si riconosceva, ma aveva voluto sapere il perché della sua inquietudine. Sfogliò altre pagine del taccuino.
Pur non possedendo grande coraggio e buttandosi raramente, non si scoraggia e persevera con calma, fedele alle proprie convinzioni. Testarda (quasi impossibile toglierle un’idea dalla testa o fargliene adottare una nuova), persiste fino all’evidente impossibilità di continuare. Quando riesce è profondamente soddisfatta. Ma la sua testardaggine le procura incomprensioni. Ha una sua particolare complessità, pur essendo omogenea. Dotata di senso pratico, il suo non è un vero e proprio materialismo. E’ caratterizzata da una certa volontà di dominio e possesso. Anche se ha una certa capacità di iniziativa, tende ad essere abitudinaria. Ha costante bisogno di attenzioni e di presenza. Non sa vivere sola. Diffidente, ma non resiste agli stimoli e ai bisogni. Per affermarsi usa un sistema tutto suo: diviene sottile, occulta le cose, impiega sorrisi e silenzi, mai irruente, non sempre genuina. Ha un grande bisogno di sentirsi protetta. Ha bisogno del grande amore, quello che potrebbe darle sicurezza e stabilità. Quando è innamorata, ama in modo totale. Gelosa e possessiva, tende a rimanere fedele finché riceve amore, attenzioni e interesse, perché necessita di costanti riguardi: le può bastare un fiore o una telefonata, ma deve esserci presenza costante e continuativa. Anche quando il compagno ha dei problemi, tende a pensare a se stessa e non mostra comprensione per le preoccupazioni di lui, che potrebbero far sì che lui la trascuri momentaneamente. Se poi il compagno diviene freddo o indifferente, la sua vita si oscura. Sopporta male i cambiamenti.
Come era vero tutto questo… Ma poi, alla fine, non era anche molto giusto? Cosa aveva cercato, lei, se non un amore, l’amore? E con Iul lo aveva trovato. La sua vera vita era stata con lui. Solo lui la aveva davvero capita e conosciuta.
Iul aveva fatto molto di più. Le aveva fatto scoprire aspetti di se stessa, importantissimi, che credeva di non avere. E glielo aveva dichiarato sinceramente, più di una volta.
“Tu hai fatto di me una donna… Mi hai fatto scoprire qualcosa che credevo di non avere o a cui non davo importanza: la femminilità.”
Con lui si era confidata completamente. Non c’era più nulla che lui non sapesse di lei.
“Sai… le persone che frequento mi considerano una amica per la pelle. Con me sanno che possono parlare di tutto. So dare consigli, so essere premurosa con loro, so apprezzare i consigli che mi danno, anche se poi faccio a modo mio… insomma, quello che voglio dirti è che ho tanti amici, ma pochissimi sono quelli davvero intimi… anzi, nessuno. Solo tu mi capisci davvero, solo con te sento di potermi confidare…”
Ma c’era il suo passato… Le pesava, il suo passato. Ed era sincera quando gli diceva:
“Vorrei averti conosciuto quando avevo tre anni.”
Che fare, ora? Appetito non ne aveva. Continuare la sua passeggiata? E poi, ancora sola? Forse poteva telefonare a qualcuno. A Dror, magari. La avrebbe distratta dai suoi pensieri. Sarebbe stato bello sedersi ad un tavolino e chiacchierare, parlare da vecchi amici. Ma no, poi Dror avrebbe voluto… No, oggi non lo avrebbe sopportato. Forse l’architetto, quello conosciuto da poco. Era gentile e simpatico, si era dichiarato. Forse non proprio dichiarato… era stato esplicito, ecco. Quella sera sul mare, invitata a cena, la prima cena.
“Conosco un posticino…”
“Ah sì?”
Si era trattenuta per non ridergli in faccia. Ma senti! Anche lui conosce un posticino. L’architetto non se ne era neppure accorto.
“Sì.”
“E dov’è questo posticino?”
“Non lontano. E’ a Bat Iam.”
Bel nome, suggestivo: figlia del mare, bat iam.
“E’ davvero carino?”
“Moltissimo. Ci andiamo?”
Eccone un altro che le donne non le capisce. Caro il mio dottor architetto, se ti domando se è carino davvero, tu capiscilo, per favore, che sto dicendo sì, per cui metti in modo e andiamo, magari dicendo “Vedrai che”. E non fare quella domanda cretina, caro architetto e dottore. Ma ti pare che io possa rispondere sì così? Ora dobbiamo continuare il gioco.
“Non so…”
“Come non sai? E’ un bel posto e si mangia bene. Ci andiamo?”
Uffa. Ma che devo fare con te? Ora che gli dico? Tentiamone un’altra, vediamo se capisce.
“Mangiar pur si deve…”
“Sì che si deve. Allora ci andiamo?”
Da strozzare.
“Andiamoci.”
A cena era stato divertente. Un po’ goffo, ma gentile. Poi, il “dopocena”. In macchina ci aveva provato. Lei lo aveva respinto, infastidita da… Come aveva detto alla sua collega Ilàna, quando glielo aveva raccontato?
“Mi ha disturbato il suo odore di erezione.”
“Odore di erezione? Ma si sente?”
“Eccome, se si sente.”
E poi, quella sera, era all’ultimo giorno del ciclo.
Che fare, allora? La cosa più saggia. Tornare a casa e dormire.
Rientrata, si era seduta sul letto, dopo aver indossato la tuta e le pantofole. Le doleva un po’ la gola. Signora, prenda intanto questi antibiotici. E torni a farsi vedere. Il suo punto debole è la gola. Era indecisa se coricarsi e dormire o leggere un po’, magari con la musica in sottofondo. La stessa coperta di allora, di quella prima volta con Iul. Guardò il ripiano del comodino e sorrise a se stessa evocando l’immagine della rosa nel vaso. Poi guardò il cassetto e pensò alle cose di Iul che vi conservava. Le sue lettere, in particolare. Tutto in una bella scatola a fiori, ben separata dalle altre cose che il cassetto conteneva. Rileggere quelle lettere? No, non ne aveva la forza.
Si coricò, stanca. Le pareva così lontano quel tempo… eppure tutto rimaneva nitido e preciso. Non so se invitarti a colazione o a cena. Facile: a cena stasera e a colazione domattina. Quella notte avevano dormito un po’, alla fine. Ma nel sonno, girandosi nel letto, si erano sfiorati e poi abbracciati, facendo di nuovo l’amore. E verso le sei del mattino Iul, accarezzandole il viso, le aveva domandato:
“Hai appetito?”
“Moltissimo”
“Scendo io a prendere qualcosa.”
“No, vado io… conosco i posti.”
“Nossignora. Un invito prima a cena e poi a colazione, giusto? Tocca a me. Prepara il caffè, intanto.”
Era rientrato con pìta e falàfel, presi caldi al carrettino di un arabo all’angolo della strada. Avevano fatto colazione con gusto, felici. Avevano anche riso e scherzato. Vera era al settimo cielo.
Vera si era addormentata, sognando le sue scale con quegli strani gradini alti e impossibili da salire.
Sul ripiano del comodino non c’era una rosa color rosso cupo.
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2/01/2008
VERA - 12. Il presepio

L’ultima volta che Vera e Iul si videro era il 24 di dicembre. Avevano lasciato il sole tiepido di Tel Aviv per trascorrere la giornata a Gerusalemme. Per fare una cosa diversa avevano dapprima pensato di andarci in treno, per godersi la bellissima strada panoramica su quella tratta. Alla fine avevano scelto la macchina per praticità.
Tra loro si era stabilita una confidenza ed una intimità senza limiti. Vera provava sempre un gran piacere a parlare con Iul.
“Io starei ad ascoltarti per delle ore.”
“Dico cose così interessanti?”
“Sempre. E poi mi piace la tua profondità e la tua cultura. Adoro imparare da te.”
“Perché, tu impari?”
“Fai l’ironico? Io alle cose ci devo arrivare da sola, e ho i miei tempi. E’ così sbagliato?”
“Per nulla, Vera. Anzi, mi piace la tua intelligenza. Tu hai delle facoltà mentali latenti.”
“E cos’altro ti piace di me?”
“Mi piaci tu, come sei tu.”
“E come sono io?”
“Oltre che cocciuta?”.
Iul scherzava.
“Sì, è vero, sono testarda, a volte.”
“Detto così sembra negativo, ma la verità e che tu non accetti imposizioni. E questo è giusto.”
“Continua…”
“Mi piace la tua praticità, il tuo buon senso, ma mi piace moltissimo il tuo romanticismo.”
“Ecco una cosa che in genere la gente non comprende di me. E’ vero, sono romantica.”
“Lo so bene, Vera.”
“Tu lo sei più di me. Questa è una delle cose che in te mi affascinano, la tua capacità di vivere e di far vivere un sogno.”
“Sei tu il sogno, Vera. Sei dolce, sei…”
“Sono…?”
“Un aggettivo non basta. Ma c’è una parola che ti esprime. Con la maiuscola, se l’ebraico le avesse.”
“Quale?”
“Donna.”
“Ho scoperto con te di esserlo.”
Si erano fermati ad un semaforo rosso. Una ragazza mora, molto bella, era ferma su una bicicletta, appoggiata al palo del semaforo. Parlava con una amica, noncurante del fatto che stando così appoggiata al palo, il cappotto le si era aperto sulle gambe e, un piede a terra, la gonna già corta era risalita. Vera notava l’eleganza della ragazza, il suo buon gusto e la sua bellezza. Impossibile non notarla. E Iul guardava il semaforo sopra di lei, in attesa del verde. Vera, con la coda dell’occhio, controllava se Iul la guardasse. Si accese il verde, e Iul ripartì, senza degnare di uno sguardo la ragazza. Vera era compiaciuta del comportamento di lui. Fu più dolce quando gli disse:
“Dimmi le cose che di me non ti piacciono.”
“C’è solo una cosa che vorrei tu potessi imparare ad apprezzare.”
“Cosa.”
“Il valore di saper star sola con te stessa.”
“Già.”
“C’è una ricchezza immensa nei periodi di solitudine, e tu te la precludi.”
“E’ vero, ma ora ti dico una cosa. Questo, da te, lo sto imparando. Una volta non sarei riuscita a stare in casa da sola. Facevo di tutto per uscire. Ora trascorro ore intere a casa, nel tempo libero e quando non ci vediamo. Ho imparato ad apprezzarlo.”
“A volte occorre cercare la solitudine per fare il punto sulla propria vita o per riflettere su qualcosa.”
“E’ vero.”
A Gerusalemme nevicava. Spettacolo insolito. Parcheggiata la macchina, entrarono nella città vecchia dalla Porta di Damasco. Percorsero un tratto della via tortuosa e stretta che porta al Muro del Pianto, nel chiasso festoso della folla, tra le bancarelle del quartiere arabo. Atmosfera allegra, profumi di spezie e di cibi che stavano cuocendo. Furono attratti da una musica palestinese, allegra nella sua melodia mediorientale, che era diffusa da un negozio di dischi. Vera accennò qualche passo di danza, sotto gli occhi divertiti di Iul. Era allegra, serena, felice.
A fatica si liberarono del ragazzino palestinese che voleva venderle a tutti i costi il disco. Continuarono la loro passeggiata, godendosi quell’aria festosa.
Per pranzo si recarono nel quartiere ebraico, in un ristorante kascèr. Sedettero in un grazioso angolino, ad un piccolo tavolo ben apparecchiato. Era tutto bello e piacevole. Non furono turbati neppure quando una vecchia malvestita venne a chiedere del denaro. Iul, in un moto di generosità, avrebbe voluto offrirle un pranzo, ma lei rifiutò sdegnata. Voleva solo soldi. Fu cacciata in malo modo dal cameriere che poi spiegò che era una alcolizzata e avrebbe speso tutto il denaro in vino.
Rimasero a lungo al tavolo, anche dopo il pranzo, conversando e scambiandosi tenerezze.
“Desideri altro, Vera? Un dolce? Un caffè?”
“No, grazie. Ho mangiato sin troppo. Magari un caffè, ma più tardi.”
“Ecco un’altra cosa che di te mi piace.”
“E cosa?”
“Come mangi.”
“Come mangio? E che vuol dire?”
“Che sai gustare le cose, assaporarle.”
Vera si era un po’ adombrata.
“Che hai, Vera?”
“Quello che hai detto mi ha rammentato una cosa del mio passato, che non sai.”
Iul rimase in silenzio.
“Mi vergogno molto a dirtelo.”
Iul non disse una parola, rispettando il suo imbarazzo. Le prese una mano e la tenne con dolcezza. Lei gliela stringeva nervosamente, mentre spiegò:
“Da ragazza ho sofferto di bulimia.”
Per tutta risposta, Iul le accarezzava la mano, in silenzio. Il suo sguardo non era mutato.
Ma una intuizione, una percezione improvvisa, lo aveva colto. E, insieme a questa, un presentimento. La sensazione che provava era quella del disagio interiore che si prova di fronte a qualcosa che si presagisce, qualcosa di non buono. Un cattivo presagio di qualcosa che pare non possibile ma che si sa inevitabile. E ciò che lo inquietava di più era che sentiva che questo qualcosa era tanto più reale e inevitabile e doloroso perché non era qualcosa di futuro, ma qualcosa che era già accaduto. Qualcosa dell’irreparabile passato.
“E’ stato molto brutto. Mi alzavo perfino di notte, come una ladra, per aprire il frigorifero. E poi in bagno, a rimettere tutto. Stavo malissimo.”
“Ma lo hai superato, no?”
“Superato, sì. Ero solo una ragazza. Non ne ho più sofferto.”
Erano usciti, desiderosi di muoversi e di fare due passi all’aria aperta, l’aria fredda di Gerusalemme in quel 24 dicembre.
“Cosa ti andrebbe di fare, ora?”
Vera ci pensò un po’.
“Sai cosa? Mi piacerebbe tanto vedere un presepio. Non è affascinante quel borgo in miniatura con tutte quelle statuette?”
“Sì che lo è…”
“E tutti quegli artigiani con i loro strumenti, i pastori e le greggi, le donne che attingono acqua, tessono… che c’è?”
“C’è che adoro lo sguardo da bambina che assumi in questi momenti. Questo c’è. Vieni…”
“Dove vuoi andare?”
“Dove ci sono i più bei presepi: a Betlemme.”
Al posto di blocco furono perquisiti da una soldatessa israeliana, prima di entrare nei Territori. Lungo la strada per Betlemme, ai bordi, si trovava di tutto: verdura, frutta, uova, mercanzie varie, perfino dei pesci, su stuoie che i venditori palestinesi avevamo messo a terra.
Girarono un po’ per le chiese cristiane, ma Vera voleva vedere un presepio con statuine piccole. Alla fine ne trovarono uno con delle statuette graziosissime, lavorate fin nei minimi particolari, colorate, realistiche. Vera ne era incantata e, con gli occhi colmi di meraviglia, disse in maniera così naturale che Iul ne fu intenerito:
“Gli manca solo la parola…”
“Quale statuetta ti piace di più?”
“Quella.”
Indicava col dito la piccola statuetta di una donna in abito blu, con un fazzoletto in testa. Senza distogliere lo sguardo dalla statuetta, aggiunse:
“E’ bellissima… sembra viva. Guarda… sta portando tre pani…”
Aveva ripreso a nevicare. Faceva freddo. Mentre tornavano verso l’auto, Vera si fermò e, chiudendo gli occhi, annusava l’aria, deliziata.
“Senti che buon profumo di pane… Lo hanno appena sfornato.”
Prese Iul per mano e lo tirò verso il panificio da cui proveniva il profumo. Entrò.
“Tre pani, per favore.”
Iul non la aveva mai vista così serena, così appagata dalla vita. Lo guardò negli occhi, con quello sguardo caldo e penetrante, sincero, che aveva nei momenti in cui era tutta se stessa. Le parole le salivano dal cuore:
“Nevica… sarebbe bello rimanere qui per la notte. Io voglio fare l’amore con te.”
Non abbassò lo sguardo.
Presero una stanza nel primo albergo che trovarono. In camera, Vera andò al tavolino che c’era di fronte al letto. Vi depose i tre pani, uno accanto all’altro, in maniera ordinata, e li sfiorava con le dita. Iul le si avvicinò e, stando dietro di lei, le circondò i fianchi con le braccia. Le parlò tenendo il viso sulla spalla di lei.
“Perché tre?”
“Rappresentano te: l’amore, la vita, lo scopo.”
Fu molto ingiusto quello che accadde in quel momento. Ingiusto come le cose più ingiuste che accadono nella vita. Il cattivo presagio di Iul prendeva forma come un fantasma che prende possesso del proprio cadavere.
“Vera, cos’altro non so di te?”
“Di me, tu di me sai tutto, anche quello che io stessa non so.”
“Vera… cos’altro non so della tua vita?”
“Davanti a te sono nuda. Tu hai visto la mia intimità più intima. Hai visto la mia anima nuda.”
“E cosa non so ancora?”
“La cosa più insignificante di tutte.”
“Dimmela.”
“E’ quella che ha contato meno di tutte, la più insignificante, la più inesistente.”
“Dilla, allora, se conta così poco.”
“Dire che conta poco è già darle un valore. Non ha significato nulla allora, e nulla e meno di nulla è rimasta. Accadde quando mi ero messa con Dani. Avevamo già deciso di coabitare, lui parlava addirittura di sposarci. Dani dovette andare all’estero per sei mesi, per un corso di specializzazione. Appena rientrato saremmo andati ad abitare insieme. In quei sei mesi ero sola. E una sera andai ad una cena di classe con i vecchi compagni di scuola, l’unica volta che fu organizzata. E lì rividi un vecchio compagno di classe. Dopo la cena passai un’ora nel suo letto, a casa sua. Fu l’unica volta. Mai più rivisto né sentito. Dani lo sapeva, glielo dissi io quando rientrò. Ebbe una reazione quasi infantile. Mi disse che spariva per una settimana, per cercarsi avventure e pareggiare i conti. E lo fece. Poi rientrò ed andammo ad abitare insieme.”
Iul non aveva smesso di tenerla abbracciata da dietro. Aveva ascoltato in silenzio. Rimanendo lì fermo la accarezzò sui capelli. E quella carezza era una carezza d’addio. A Vera sarebbe parso tutto molto ingiusto se avesse potuto leggere nel pensiero di lui.
Io ti lascio, Vera. E non ti lascio per le storie che hai avuto, per gli errori che hai commesso, per esserti buttata via tante volte. Io ti lascio per quella unica cosa che tu giudichi piccola e insignificante. Perché quella cosa, Vera, è come se tu la avessi fatta a me.
Sul tavolino davanti a loro, in quella camera a Betlemme, rimanevano posati tre piccoli pani.
Tre piccoli pani che Vera aveva accarezzato.
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2/01/2008
VERA - Epilogo
Vide la mia anima nuda per la prima volta la notte scorsa. Nevicava. Nel villaggio c’era un gran movimento: tanta gente come non se ne era mai vista. Tutti parevano risentire di una atmosfera quasi magica e incantata, come nell’attesa di un evento. Ciascuno era preso dalla propria occupazione, eppure sembrava fossero tutti lì per qualcosa. Anche io ero lì per questo?
C’era gran movimento nel villaggio illuminato. Luci tenui e delicate e limpide, nel freddo della notte invernale. Una luce particolare, discreta, mi aveva illuminata. O era stato il sorriso di lui, appena accennato, che mi aveva conferito quella luminosità così pura?
Rumori e suoni di un villaggio operoso, percepiti più nitidi in quella notte inconsueta. Il picchiettare di un martello, note acute e metalliche sull’incudine; la sega del falegname, parodia di una viola; un ciabattino che ritma un suono come di nacchere; una tessitrice che ordisce fili d’arpa; il mormorare di un coro d’acque di ruscello; il belare solista tra il gregge di un pastore. E su – nel cielo blu notte – un firmamento di stelle, tacite spettatrici. E io ero lì, tra quei suoni che non s’udivano quasi se solo mi guardava. Era una musica o il canto sereno del mio cuore quella melodia così dolce che accompagnava il passo di lui?
Profumi. Aromi di muschio frammischiati a sentori di terra umida e notturna. Odori di paglia. Delicatezze di fiori percepite tra erbe bagnate di rugiada. E una fragranza calda e dolciastra, buona, che si diffondeva dai tre pani che recavo su una piccola asse tra le mie mani. Era quello il segreto della mia serenità?
Personaggi di un piccolo villaggio divenuto popoloso e operoso in una notte magica e stellata in cui sta nevicando. Personaggi di un sogno o di una favola. O di un evento così vero e reale che pare un sogno. E io. Lui mi vedeva bella come una statuetta. Vera come una donna vera. Io nella notte: apparsa lì a tarda notte.
Non so più il mio nome. Né so se sono mai stata la fornaia di quel villaggio, Betlemme, che significa casa del pane. A lui piacque chiamarmi Vera. Vera come una donna vera. Bella come una statuetta.
Mi vide veramente per la prima e unica volta la notte scorsa. A tarda notte. Indossavo un abito blu, lungo. Un fazzoletto – anch’esso blu, con pallini bianchi – mi teneva i capelli e mi ornava il viso. Un sorriso lieve, appena accennato, con cui lui faceva trasparire la mia serenità come una melodia che cantavo silenziosa nel mio cuore. E recavo tre pani caldi e fragranti, su una piccola asse che tenevo tra le mani. Bella e semplice nel mio abito blu. Vera.
Accadde la notte scorsa. A tarda notte. E lui non vide oltre la mia nudità. A cosa stavo pensando? Quali erano i pensieri del mio cuore? Mi sentivo bella come una statuetta, vera come una donna vera. E io che lo vidi avrei voluto essere, da sempre, il suo pensiero.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
2/01/2008