venerdì 1 febbraio 2008

VERA - 12. Il presepio


L’ultima volta che Vera e Iul si videro era il 24 di dicembre. Avevano lasciato il sole tiepido di Tel Aviv per trascorrere la giornata a Gerusalemme. Per fare una cosa diversa avevano dapprima pensato di andarci in treno, per godersi la bellissima strada panoramica su quella tratta. Alla fine avevano scelto la macchina per praticità.
Tra loro si era stabilita una confidenza ed una intimità senza limiti. Vera provava sempre un gran piacere a parlare con Iul.
“Io starei ad ascoltarti per delle ore.”
“Dico cose così interessanti?”
“Sempre. E poi mi piace la tua profondità e la tua cultura. Adoro imparare da te.”
“Perché, tu impari?”
“Fai l’ironico? Io alle cose ci devo arrivare da sola, e ho i miei tempi. E’ così sbagliato?”
“Per nulla, Vera. Anzi, mi piace la tua intelligenza. Tu hai delle facoltà mentali latenti.”
“E cos’altro ti piace di me?”
“Mi piaci tu, come sei tu.”
“E come sono io?”
“Oltre che cocciuta?”.
Iul scherzava.
“Sì, è vero, sono testarda, a volte.”
“Detto così sembra negativo, ma la verità e che tu non accetti imposizioni. E questo è giusto.”
“Continua…”
“Mi piace la tua praticità, il tuo buon senso, ma mi piace moltissimo il tuo romanticismo.”
“Ecco una cosa che in genere la gente non comprende di me. E’ vero, sono romantica.”
“Lo so bene, Vera.”
“Tu lo sei più di me. Questa è una delle cose che in te mi affascinano, la tua capacità di vivere e di far vivere un sogno.”
“Sei tu il sogno, Vera. Sei dolce, sei…”
“Sono…?”
“Un aggettivo non basta. Ma c’è una parola che ti esprime. Con la maiuscola, se l’ebraico le avesse.”
“Quale?”
“Donna.”
“Ho scoperto con te di esserlo.”
Si erano fermati ad un semaforo rosso. Una ragazza mora, molto bella, era ferma su una bicicletta, appoggiata al palo del semaforo. Parlava con una amica, noncurante del fatto che stando così appoggiata al palo, il cappotto le si era aperto sulle gambe e, un piede a terra, la gonna già corta era risalita. Vera notava l’eleganza della ragazza, il suo buon gusto e la sua bellezza. Impossibile non notarla. E Iul guardava il semaforo sopra di lei, in attesa del verde. Vera, con la coda dell’occhio, controllava se Iul la guardasse. Si accese il verde, e Iul ripartì, senza degnare di uno sguardo la ragazza. Vera era compiaciuta del comportamento di lui. Fu più dolce quando gli disse:
“Dimmi le cose che di me non ti piacciono.”
“C’è solo una cosa che vorrei tu potessi imparare ad apprezzare.”
“Cosa.”
“Il valore di saper star sola con te stessa.”
“Già.”
“C’è una ricchezza immensa nei periodi di solitudine, e tu te la precludi.”
“E’ vero, ma ora ti dico una cosa. Questo, da te, lo sto imparando. Una volta non sarei riuscita a stare in casa da sola. Facevo di tutto per uscire. Ora trascorro ore intere a casa, nel tempo libero e quando non ci vediamo. Ho imparato ad apprezzarlo.”
“A volte occorre cercare la solitudine per fare il punto sulla propria vita o per riflettere su qualcosa.”
“E’ vero.”

A Gerusalemme nevicava. Spettacolo insolito. Parcheggiata la macchina, entrarono nella città vecchia dalla Porta di Damasco. Percorsero un tratto della via tortuosa e stretta che porta al Muro del Pianto, nel chiasso festoso della folla, tra le bancarelle del quartiere arabo. Atmosfera allegra, profumi di spezie e di cibi che stavano cuocendo. Furono attratti da una musica palestinese, allegra nella sua melodia mediorientale, che era diffusa da un negozio di dischi. Vera accennò qualche passo di danza, sotto gli occhi divertiti di Iul. Era allegra, serena, felice.
A fatica si liberarono del ragazzino palestinese che voleva venderle a tutti i costi il disco. Continuarono la loro passeggiata, godendosi quell’aria festosa.
Per pranzo si recarono nel quartiere ebraico, in un ristorante kascèr. Sedettero in un grazioso angolino, ad un piccolo tavolo ben apparecchiato. Era tutto bello e piacevole. Non furono turbati neppure quando una vecchia malvestita venne a chiedere del denaro. Iul, in un moto di generosità, avrebbe voluto offrirle un pranzo, ma lei rifiutò sdegnata. Voleva solo soldi. Fu cacciata in malo modo dal cameriere che poi spiegò che era una alcolizzata e avrebbe speso tutto il denaro in vino.
Rimasero a lungo al tavolo, anche dopo il pranzo, conversando e scambiandosi tenerezze.
“Desideri altro, Vera? Un dolce? Un caffè?”
“No, grazie. Ho mangiato sin troppo. Magari un caffè, ma più tardi.”
“Ecco un’altra cosa che di te mi piace.”
“E cosa?”
“Come mangi.”
“Come mangio? E che vuol dire?”
“Che sai gustare le cose, assaporarle.”
Vera si era un po’ adombrata.
“Che hai, Vera?”
“Quello che hai detto mi ha rammentato una cosa del mio passato, che non sai.”
Iul rimase in silenzio.
“Mi vergogno molto a dirtelo.”
Iul non disse una parola, rispettando il suo imbarazzo. Le prese una mano e la tenne con dolcezza. Lei gliela stringeva nervosamente, mentre spiegò:
“Da ragazza ho sofferto di bulimia.”
Per tutta risposta, Iul le accarezzava la mano, in silenzio. Il suo sguardo non era mutato.
Ma una intuizione, una percezione improvvisa, lo aveva colto. E, insieme a questa, un presentimento. La sensazione che provava era quella del disagio interiore che si prova di fronte a qualcosa che si presagisce, qualcosa di non buono. Un cattivo presagio di qualcosa che pare non possibile ma che si sa inevitabile. E ciò che lo inquietava di più era che sentiva che questo qualcosa era tanto più reale e inevitabile e doloroso perché non era qualcosa di futuro, ma qualcosa che era già accaduto. Qualcosa dell’irreparabile passato.
“E’ stato molto brutto. Mi alzavo perfino di notte, come una ladra, per aprire il frigorifero. E poi in bagno, a rimettere tutto. Stavo malissimo.”
“Ma lo hai superato, no?”
“Superato, sì. Ero solo una ragazza. Non ne ho più sofferto.”


Erano usciti, desiderosi di muoversi e di fare due passi all’aria aperta, l’aria fredda di Gerusalemme in quel 24 dicembre.
“Cosa ti andrebbe di fare, ora?”
Vera ci pensò un po’.
“Sai cosa? Mi piacerebbe tanto vedere un presepio. Non è affascinante quel borgo in miniatura con tutte quelle statuette?”
“Sì che lo è…”
“E tutti quegli artigiani con i loro strumenti, i pastori e le greggi, le donne che attingono acqua, tessono… che c’è?”
“C’è che adoro lo sguardo da bambina che assumi in questi momenti. Questo c’è. Vieni…”
“Dove vuoi andare?”
“Dove ci sono i più bei presepi: a Betlemme.”


Al posto di blocco furono perquisiti da una soldatessa israeliana, prima di entrare nei Territori. Lungo la strada per Betlemme, ai bordi, si trovava di tutto: verdura, frutta, uova, mercanzie varie, perfino dei pesci, su stuoie che i venditori palestinesi avevamo messo a terra.
Girarono un po’ per le chiese cristiane, ma Vera voleva vedere un presepio con statuine piccole. Alla fine ne trovarono uno con delle statuette graziosissime, lavorate fin nei minimi particolari, colorate, realistiche. Vera ne era incantata e, con gli occhi colmi di meraviglia, disse in maniera così naturale che Iul ne fu intenerito:
“Gli manca solo la parola…”
“Quale statuetta ti piace di più?”
“Quella.”
Indicava col dito la piccola statuetta di una donna in abito blu, con un fazzoletto in testa. Senza distogliere lo sguardo dalla statuetta, aggiunse:
“E’ bellissima… sembra viva. Guarda… sta portando tre pani…”

Aveva ripreso a nevicare. Faceva freddo. Mentre tornavano verso l’auto, Vera si fermò e, chiudendo gli occhi, annusava l’aria, deliziata.
“Senti che buon profumo di pane… Lo hanno appena sfornato.”
Prese Iul per mano e lo tirò verso il panificio da cui proveniva il profumo. Entrò.
“Tre pani, per favore.”
Iul non la aveva mai vista così serena, così appagata dalla vita. Lo guardò negli occhi, con quello sguardo caldo e penetrante, sincero, che aveva nei momenti in cui era tutta se stessa. Le parole le salivano dal cuore:
“Nevica… sarebbe bello rimanere qui per la notte. Io voglio fare l’amore con te.”
Non abbassò lo sguardo.
Presero una stanza nel primo albergo che trovarono. In camera, Vera andò al tavolino che c’era di fronte al letto. Vi depose i tre pani, uno accanto all’altro, in maniera ordinata, e li sfiorava con le dita. Iul le si avvicinò e, stando dietro di lei, le circondò i fianchi con le braccia. Le parlò tenendo il viso sulla spalla di lei.
“Perché tre?”
“Rappresentano te: l’amore, la vita, lo scopo.”
Fu molto ingiusto quello che accadde in quel momento. Ingiusto come le cose più ingiuste che accadono nella vita. Il cattivo presagio di Iul prendeva forma come un fantasma che prende possesso del proprio cadavere.
“Vera, cos’altro non so di te?”
“Di me, tu di me sai tutto, anche quello che io stessa non so.”
“Vera… cos’altro non so della tua vita?”
“Davanti a te sono nuda. Tu hai visto la mia intimità più intima. Hai visto la mia anima nuda.”
“E cosa non so ancora?”
“La cosa più insignificante di tutte.”
“Dimmela.”
“E’ quella che ha contato meno di tutte, la più insignificante, la più inesistente.”
“Dilla, allora, se conta così poco.”
“Dire che conta poco è già darle un valore. Non ha significato nulla allora, e nulla e meno di nulla è rimasta. Accadde quando mi ero messa con Dani. Avevamo già deciso di coabitare, lui parlava addirittura di sposarci. Dani dovette andare all’estero per sei mesi, per un corso di specializzazione. Appena rientrato saremmo andati ad abitare insieme. In quei sei mesi ero sola. E una sera andai ad una cena di classe con i vecchi compagni di scuola, l’unica volta che fu organizzata. E lì rividi un vecchio compagno di classe. Dopo la cena passai un’ora nel suo letto, a casa sua. Fu l’unica volta. Mai più rivisto né sentito. Dani lo sapeva, glielo dissi io quando rientrò. Ebbe una reazione quasi infantile. Mi disse che spariva per una settimana, per cercarsi avventure e pareggiare i conti. E lo fece. Poi rientrò ed andammo ad abitare insieme.”
Iul non aveva smesso di tenerla abbracciata da dietro. Aveva ascoltato in silenzio. Rimanendo lì fermo la accarezzò sui capelli. E quella carezza era una carezza d’addio. A Vera sarebbe parso tutto molto ingiusto se avesse potuto leggere nel pensiero di lui.
Io ti lascio, Vera. E non ti lascio per le storie che hai avuto, per gli errori che hai commesso, per esserti buttata via tante volte. Io ti lascio per quella unica cosa che tu giudichi piccola e insignificante. Perché quella cosa, Vera, è come se tu la avessi fatta a me.

Sul tavolino davanti a loro, in quella camera a Betlemme, rimanevano posati tre piccoli pani.
Tre piccoli pani che Vera aveva accarezzato.