
Ancora seduta sul suo muretto della rotonda sulla spiaggia di Tel Aviv, Vera teneva il capo chino, l’indice piegato della mano destra, stretta a pugno, premuto contro una narice.
Ripassò davanti a lei la mamma con la bambina che aveva trascinato via. La bimba ora era tranquilla, si faceva tenere per mano dalla madre e nella mano libera teneva un grosso gelato.
“Mamma, perché piange quella signora?”
La donna strinse di più la mano della bimba e la tirò avanti, facendole affrettare il passo, in silenzio. Solo quando fu abbastanza lontana si voltò solo un attimo per dare un’occhiata a Vera, non permettendo che la figlia si girasse.
Vera non riusciva a dimenticare. Era nella sua natura impiegare molto tempo per dimenticare, ma questa volta non ci riusciva neppure dopo tutti quegli anni. Come le aveva detto lo psicologo? Possedere qualcosa, o meglio qualcuno, è l’unico modo per farti sentire sicura, affermata e invulnerabile; anche se tendi a considerarti infallibile, sei afflitta da un recondito senso di inferiorità. Era quella la risposta alla sua inquietudine? Non del tutto. Sapeva da sé che il suo bisogno d’affetto l’aveva sempre spinta a cercare in continuazione l’anima gemella, ma il fatto era che Iul era davvero l’anima gemella. Nessuno era come lui. Era anche vero, come le aveva detto lo psicologo, che ciò che la aveva interessata davvero una volta la avrebbe sempre interessata. E Iul la aveva interessata per la vita intera. Forse il problema era proprio in lei e nel suo passato. Doveva tornare dallo psicologo? Lo aveva odiato con tutte le sue forze quello psicologo, specialmente dopo la seconda seduta, quando era rimasta sconvolta per ciò che le aveva fatto ricordare. Più che ricordare: rivivere.
“Mettiti comoda e chiudi gli occhi.”
Vera si aggiusta bene sulla poltroncina e chiude gli occhi. Silenzio nella stanza. Una finestra socchiusa da cui entra il canto melodioso di qualche uccellino. Nessun altro suono, oltre alla voce di lui. Odori neutri. Ma che ci faccio qui, a che serve? “Sei pronta?”
Lei fa cenno di sì col capo, avverte la sua presenza proprio di fronte a lei. Voce calma, rassicurante.
“Durante la seduta sarai sempre vigile e cosciente. Se vorrai interrompere, me lo dirai e termineremo. Qualsiasi cosa diremo non avrà poi nessuna suggestione su di te. E’ tutto chiaro?”
“Sì.”
“Bene. Iniziamo. Vai con la mente a questa mattina, quando ti sei alzata.”
“Sì.”
“Ci sei? Sei lì?”
“Sì.”
“Cosa vedi aprendo gli occhi appena sveglia?”
“L’armadio di fronte. E la finestra sulla sinistra.”
“Dimmi che suoni senti.”
“Nessuno…”
“Ascolta bene… cosa odi?”
“Il rumore di una macchina che passa.”
“Bene. Ora vai al momento in cui ti alzi. Guàrdati i piedi e dimmi cosa indossi.”
“Le mie ciabatte.”
“Di che colore sono?”
“Beige. Sono di spugna beige.”
“Cosa fai ora?”
“Vado in bagno.”
“Dimmi la sensazione che hai calpestando il pavimento lì in bagno.”
“Sento che è duro. Lo sento sotto le suole.”
“Molto bene. Ora vai indietro nel tempo e fermati ad un momento in cui eri felice. Dimmi quando ci sei.”
“Ci sono.”
“Dove sei?”
“Sono sulla bicicletta con mio nonno.”
“Dove andate?”
“A spasso. Lui mi porta verso il mare.”
“Molto bene. Sei felice lì con lui?”
“Moltissimo.”
“Che tempo c’è?”
“E’ bello, sereno. E’ molto bello.”
“Che temperatura?”
“Calda, molto calda.”
“Descrivi cosa vedi.”
“La vegetazione… i cespugli, le palme.”
“Poi?”
“Il sentiero sterrato su cui mio nonno sta pedalando…. e un uccello che vola via.”
“Quanti anni hai?”
“Cinque.”
“Benissimo. Ora vai con la mente ad un momento in cui avevi paura. Dimmi quando sei lì.”
“…”
Vera non risponde. Lui tace, attende calmo in silenzio. Solo il canto dell’uccellino. Cosa devo rispondere?
“…Vai ad un momento in cui avevi paura. Dimmi quando sei lì.”
“Non ricordo.”
“Ripeti 'non ricordo'.”
“Non ricordo.”
“Ripetilo ancora.”
“Non ricordo.”
“Ancora. Ripetilo in continuazione, senza fermarti.”
“Non ricordo, non ricordo, non ricordo.”
“Non fermati. Continua a ripetere.”
“Non ricordo, non ricordo, non ricordo non ricordo non ricordo non ricordo nonricordo nonricordo nonricordononricordononricordo nonricordononricordononricordononricordononricordo nonricordo nonricordo…”
“Dove ti trovi ora?”
“A Herzliya.”
“Quanti anni hai?”
“Sette.”
“Cosa stai facendo?”
“Sto camminando per strada. Torno a casa.”
“Dove sei stata?”
“A comprare una bottiglia di candeggina. Mi ci ha mandato mia madre.”
“E ora hai con te la bottiglia e stai tornando a casa?”
“Sì.”
“Che temperatura c’è?”
“Fa freddo.”
“Che mese è?”
“Febbraio, è febbraio.”
“Dimmi le condizioni di luce.”
“E’ già buio.”
“Che rumori senti?”
“…I miei passi.”
“Cosa accade ora?”
“Stavo camminando verso casa.”
“Torna lì.”
“Sì.”
“Cosa accade?”
“Camminavo verso casa.”
“Torna lì. Torna lì e stai lì. Dimmi quando sei lì.”
“Ci sono.”
“Bene. Dimmi cosa stai facendo.”
“Sto camminando verso casa.”
“Molto bene. Che rumori odi?”
“I miei passi…”
“Che altro odi?”
“Altri passi, dietro di me.”
“Sono vicini?”
“No, li sento un po’ lontani.”
“Ora che succede?”
“Ho paura.”
“Descrivi a tua paura.”
Schiocco di dita. Le sue, lui sta facendo schioccare le dita. Sto tremando.
“Ho paura. Sento che i passi dietro di me si avvicinano.”
Altro schiocco di dita.
“Cosa fai ora?”
“Affretto il passo verso casa.”
“Poi?”
“Sento che anche i passi dietro di me si affrettano.”
“Dimmi le tue emozioni.”
“Ho paura!”
“Cosa sta accadendo ora?”
“I passi sono più vicini. Casa mia è ancora lontana. Cerco di correre. I passi li sento sempre dietro. Mi infilo in un cortile.”
Nuovi schiocchi di dita. Perché lo fa? Vuole tenermi cosciente?
“Descrivi il cortile.
“E’ buio. Solo una luce da una porta a vetri sulla destra. Il cortile è chiuso.”
“Ci sono rumori?”
“Il rumore di una macchina per cucire che viene dalla porta illuminata.”
“Dietro la porta si vede qualcuno?”
“No. Il vetro è bianco non trasparente. Deve essere un laboratorio.”
“Che altri rumori senti?”
Schiocchi di dita. Vera è stravolta. Ha staccato la schiena dalla poltroncina e siede dritta, tesissima.
“Quei passi!”
Lui rimane calmo. Ho paura. Ma lui è calmo.
“Cosa accade ora?”
“Mi sono fermata. Non posso più scappare. Mi giro e lo vedo.”
“Chi vedi?”
“L’uomo che mi ha seguita.”
“Lo conosci?”
“No.”
“Descrivilo.”
“E’ bruno, non tanto alto, né magro né grasso, ha una barbetta nera, occhi scuri.”
“Che età ha?”
“…Quaranta o quarantacinque anni, credo.”
“Cosa fa ora?”
“Mi guarda.”
“Dice qualcosa?”
“Sì.”
“Cosa ti dice?”
“Dice: ‘Ma dove scappi. Ora ti faccio vedere io’.”
Schiocca sempre le dita. Mi fa bene, si vede.
“Ora cosa fa?”
“Mi spinge a terra.”
“Descrivi la scena.”
“Dice ‘Ora ti faccio vedere io’ e mi dà una spinta. Cado a terra e la bottiglia si rompe. Lui mi viene sopra.”
Vera trema come una foglia, sempre seduta dritta, il viso bianco e stravolto. Sto tremando, tremo, non riesco a piangere, vorrei piangere! Schiocchi.
“Cosa fa ora?”
“E’ su di me. Mi alza la gonna e lo sento premere tra le mie gambe, in mezzo alle gambe.”
“Ti ha abbassato le mutandine?”
“No.”
Schiocchi, ancora schiocchi. Sento male, mi fa male.
“Ti penetra?”
“No. Preme sulla parte sinistra. Mi fa male!”
“Tu cosa fai?”
“Sono a terra, guardo verso la porta illuminata, ma è chiusa, non c’è nessuno.”
“Poi?”
“Ha smesso di premere. Si alza e se ne va.”
“Che fai ora?”
“Rimango ancora un po’ a terra, da sola. Mi fa ancora male. Poi mi alzo e mi pulisco il vestito.”
“Dopo?”
“Esco dal cortile e vado a casa.”
“Ok. Ora torna al momento in cui entri nel cortile. Sei lì?”
“Sì, sono entrata.”
Mi fa ripetere tutto.
Stesse domande, chiedendo altri particolari. Le fa rivivere la scena una seconda volta, poi una terza, poi altre ancora. Schiocca le dita sempre meno frequentemente. E le fa ripetere tutto daccapo, ogni volta. Mi fa ripetere di nuovo. Sarà la decima? Forse di più.
“Che odori senti lì a terra?”
“Odore di tabacco. Ho il naso proprio contro il taschino della sua camicia. Sento odore di tabacco.”
“Che altri odori senti?”
“Quello della candeggina. La bottiglia si è rotta cadendo.”
“Che dolori senti?”
“Un sasso a terra che mi preme sulla schiena… poi il polso, mi fa ancora male, mi ha strattonata afferrandomi un polso. E in mezzo alle gambe, proprio sotto, in mezzo, sulla sinistra, mi fa male e mi brucia.” Ora sento male di meno. La prima volta che me lo ha fatto dire sentivo più male.
“Vediamo se è rimasto qualcosa… Ripeti di nuovo, dal cortile.”
Sto ripetendo come se fosse una storia di un’altra. Ma mi è accaduto davvero?“Ora è pulito. Va bene. Vai al momento in cui entri in casa. Dimmi quando sei lì.”
“Ci sono.”
“Descrivi cosa accade.”
“Mia madre mi guarda e mi domanda della candeggina. Le dico che la bottiglia mi è caduta correndo e si è rotta. Lei si preoccupa e cerca di alzarmi la gonna per vedere se mi sono sbucciata le ginocchia. Io mi spavento e mi tiro indietro. Ho paura che si accorga di quello che è successo.”
“Torna al momento in cui entri in casa. Racconta di nuovo cosa accade.”
Le fa ripetere cinque volte la scena.
“Bene. Ora vai al momento in cui sei sulla canna della bicicletta di tuo nonno.”
“Sì.”
“Tuo nonno dice qualcosa?”
“Canta. Inventa una musica tutta sua e canta ‘la mia bella Nini’…”
“Molto bene. Ora vai a stamattina, a quando ti sei alzata.”
“Ci sono.”
“Cosa stai calzando?”
“Le mie ciabatte di spugna beige.”
“Benissimo. Che giorno è oggi?”
“Giovedì.”
“Che data?”
“Il 18 di Elùl.”
“Anno?”
“Siamo nel 5761.”
“Bene. Ora conterò da cinque a uno. All’uno aprirai lentamente gli occhi. Qualsiasi cosa detta non avrà alcuna suggestione su di te. D’accordo?”
“Sì.”
Sta contando… tre… due… il canto degli uccellini! …uno, ha detto uno…
Vera riapre gli occhi e si guarda attorno un po’ smarrita e confusa. La luce è cambiata, è un po’ più scuro, ma le luci non sono accese. Stesso odore neutro. La finestra è socchiusa come prima, esattamente nella stessa posizione. Il canto degli uccellini, melodico, rilassante. Alla fine guarda lui, lo psicologo. Riesco a guardarlo negli occhi, non mi imbarazza, ha uno sguardo buono e dolce.
“Ora tocca il tavolino accanto a te.”
Vera si piega un po’ in basso e lo tocca.
“Ora tocca con la mano il pavimento.”
Si piega di più e ubbidisce. E’ freddo, è anche pulito.
“Ora àlzati. Vai al muro e toccalo.”
Lo fa. Mi gira un po’ la testa.
“Vai alla finestra e tocca il vetro.”
Va alla finestra, camminando più sicura. Guarda anche fuori. Che bel giardino che ha. Ben curato, anche. Ora sto bene.
Uscendo dallo studio, aveva ritrovato il traffico cittadino che le sembrò, quella volta, gradito e perfino rassicurante. Si sentiva riconoscente per quei rumori, i soliti di sempre; per quegli odori che non erano cambiati; per tutto ciò che era attorno, e che ritrovava. Incamminandosi lungo il marciapiede avvertiva un leggero senso di irrealtà se guardava lontano, ma sapeva che era perché aveva tenuto gli occhi chiusi a lungo. Stava bene. Era serena.
E negli orecchi aveva ancora l’eco del canto degli uccellini.
venerdì 1 febbraio 2008
VERA - 7. Un male segreto
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
2/01/2008