Si erano rivisti il giorno dopo. E la domenica successiva erano andati insieme al Delfinario in Via Razìf Harbet Samuel, vicino al Gan Clore, il Giardino Clore.
E proprio al Delfinario, quel pomeriggio, Vera aveva cominciato ad avvertire in sé una sensazione diversa, piacevole, nuova. Si stava affezionando alla presenza di Iul: quelle sue continue attenzioni e il suo interesse verso di lei le facevano provare un senso d’orgoglio. Si sentiva stimata ed ammirata.
Ci fu un momento quasi magico quando – seduti vicini – Iul si era girato verso di lei per dirle qualcosa sullo spettacolo. La musica e il festoso frastuono dello spettacolo lo fecero avvicinare di più a lei, per farsi udire. Anche lei si era girata verso di lui, per prestargli attenzione, e i loro visi si erano trovati vicinissimi, quasi si sfioravano. Si guardarono per un attimo negli occhi. Nello sguardo vigile e penetrante di Vera traspariva tutto il piacere che provava nel sentirsi corteggiata, nell’attirare l’attenzione di lui. Lo fece apposta ad apparire timida e indifesa?
Fu un attimo. Un attimo soltanto. Si sarebbero baciati, ma uno schizzo d’acqua proveniente dalla vasca dei delfini li scosse. Si guardarono di nuovo, ridendo, ma con occhi diversi. L’incanto era svanito.
Erano usciti, districandosi tra genitori e bambini che commentavano ancora divertiti lo spettacolo dei delfini.
“Ti va di fare due passi sul mare?”
“Volentieri”, rispose lei guardandolo e sorridendogli.
Sul lungomare ritrovarono i rumori consueti e uno strano senso di calma dopo la rumorosità del Delfinario.
Vera camminava lentamente accanto a Iul, serena. Respirò profondamente l’aria del mare e, chiudendo gli occhi e alzando il capo, disse:
“Adoro questo profumo…”
Poi, con improvviso entusiasmo, aggiunse:
“Ti piace il pesce? …Sai, sul Lago di Tiberiade ne fanno di speciale!”
Iul si era fermato e la guardava divertito.
“Che c’è?”, si sorprese lei. “Non ti piace il pesce?”
“Se partiamo subito, possiamo essere sul lago per il tramonto.”
“Dici davvero?”
“Ma sì.”
Vera era raggiante. Si avviarono in fretta alla macchina.
Usciti da Tel Aviv presero la strada per Narareth.
“Vuoi che accenda l’aria condizionata?”
“No, si sta bene”, rispose lei adagiandosi comoda sul sedile. Gli aveva sorriso di nuovo. Iul era premuroso.
“Un po’ di musica?”
“Sì… che musica ascolti?”
Iul si sporse verso il cruscotto e ne trasse una cassetta che inserì nell’autoradio. Lei rimase in silenzio, attendendo le prime note. Dopo l’inizio melodico e cadenzato del pianoforte, la voce calda e profonda di Charles Aznavour si diffuse nell’abitacolo, in francese. Vera ascoltò attenta.
“E’ stupenda…”, disse piano. “Ho già sentito questa musica… Qual è il titolo?”
“Elle… Lei. La chiamo così, ma il titolo francese deve essere diverso.”
“Lei…”, ripeté Vera. E ascoltò con attenzione sino alla fine. “E’ davvero stupenda… Il testo sembra una poesia, tanto è bello”.
Ascoltarono poi altra musica. Si era creata un’atmosfera tranquilla, piacevole. Vera si sentì ad un tratto in dovere di dire qualcosa di sé.
“Ti racconto un po’ di me, ti va?”
Si era fatta seria, ma nonostante l’imbarazzo desiderava parlargli di sé.
“Prima di impiegarmi come cameriera nella caffetteria di Tel Aviv dove lavoro attualmente, facevo la cameriera in un ristorante a Gerusalemme”.
Là, gli disse, aveva conosciuto un giovane appena laureatosi in biologia. Lei aveva allora venticinque anni, lui ventisette. Era un periodo in cui lei non era molto soddisfatta della propria vita. Non aveva particolare stima di se stessa (ma l’aveva poi avuta mai stima di se stessa?). Dani – così si chiamava il biologo – le apparve da subito un ragazzo sicuro di sé. Alto, un bel fisico, serio e pacato, impersonava per lei la persona che ispirava sicurezza. Veniva ogni tanto al ristorante con un piccolo gruppo di amici e lei aveva notato come le ragazze gli stessero dietro. Così, quando le aveva rivolto le prime attenzioni, si era sentita molto lusingata dal fatto che nonostante ci fossero belle ragazze nella sua compagnia, lui si interessasse proprio a lei.
Si erano frequentati, uscendo sempre più spesso insieme. Lui faceva sul serio e alla fine andarono a coabitare in un appartamentino nella Via Zevi Graetz, vicino alla stazione ferroviaria. Ne era innamorata? Forse non del tutto, ma lui si prendeva cura di lei, le era vicino, la faceva sentire al sicuro. Almeno all’inizio. Lei aveva continuato a lavorare al ristorante, lui aveva trovato lavoro come insegnante di matematica in una scuola di Moza, a circa dieci chilometri da Gerusalemme. Vera non avrebbe saputo dire con precisione cosa le mancasse, ma non era del tutto soddisfatta. Dani era sempre impegnato con la scuola, lei faceva orari diversi, si vedevano poco. E quando era libera dal lavoro non riusciva a stare in casa da sola.
Vera si era interrotta. Guardava fuori dal finestrino i campi della pianura di Meghiddo da cui stavano transitando. Guardava senza vedere, tenendo l’indice della mano destra piegato sotto il naso, come per frenare il senso di pianto, i pensieri altrove. Iul aveva già da tempo abbassato il volume della musica e, rivolgendole uno sguardo ogni tanto, ascoltava Vera in silenzio.
“Devono essere stati tempi molto tristi per te.”
Vera si era fatta più cupa. E Iul aggiunse:
“Non solo tristi… forse irrequieti.”
Vera lo guardò stupita. Non si era sentita soltanto compresa. Si sentiva messa a nudo nell’animo, sentiva che lui vedeva la sua nudità e non ne provò imbarazzo.
“Sì, irrequieti”, confermò lei guardandolo di sottecchi per saggiarne la reazione.
“Lo so”, disse Iul. “Tu hai una costante necessità di stimoli esterni.”
Vera aveva ritrovato il coraggio di parlare di sé. Gli raccontò allora di come, in quei momenti di libertà dal lavoro, prendesse la macchina e andasse in giro nervosamente, per occupare il tempo, di come a volte si fermasse sul ciglio della strada con una gran voglia di gridare.
Dopo circa sei anni da che coabitava con Dani, Vera aveva avuto dei sospetti sul compagno. Piccole cose, sensazioni, indizi che le facevano pensare alla presenza di un’altra donna. La conferma la ebbe quando, alcuni mesi dopo, incontrò Ran, un vecchio collega che aveva lavorato con lei nel ristorante a Gerusalemme. Ran era un tipo scherzoso, pieno di vita, spesso bizzarro. Aveva sempre corteggiato Vera, apertamente, cercando solo l’avventura. Non era cambiato. Così, tra una battuta ironica e un sorriso malizioso, le fece capire che Dani aveva un’amante. Lo sapeva perché ora lavorava in un bar proprio vicino alla scuola in cui Dani insegnava.
“Mi crollò il mondo addosso”, disse Vera.
Era stato sicuramente il periodo più buio della sua vita. Aveva affrontato Dani, ma lui aveva negato, impassibile. La vita consueta di convivenza, monotona e abitudinaria, era poi continuata tra loro per altri tre anni, finché avevano deciso per la separazione e lei si era trasferita a Tel Aviv.
“Ma quello è il Monte Tabor!”, esclamò Vera all’improvviso.
“Sì.”
“Incredibile… sembrano passati solo cinque minuti, e siamo già arrivati qui.”
Un quarto d’ora dopo entrarono in Tiberiade. Vera appoggiò una mano sul braccio di Iul, guardando gli incroci delle strade davanti a sé, per orientarsi.
“Ecco, prendi a destra e scendi sul lago. E’ là, vedi?”
Parcheggiarono. Iul aiutò Vera a scendere dall’auto. Lei aveva ritrovato la sua calma e il suo sorriso.
“Ti piace?”, gli domandò.
“Molto. E poi, hai visto? Giusto in tempo per il tramonto. Hai appetito?”
Si sedettero ad un tavolo della terrazza sul lago.
Vera era entusiasta. Fece lei le ordinazioni: pesce di San Pietro e vino bianco. Trattenendo il cameriere
si rivolse a Iul:
“Un po’ di chùmus in attesa del pesce?”
Era felice come una bimba. Iul le sorrise, annuendo.
Cenarono piacevolmente. Iul notò come lei pulisse il pesce con cura, metodicamente. Mangiava lentamente, assaporando ogni cosa, con garbo. Iul era affascinato da quella sua spontaneità e semplicità, dietro cui si avvertiva una personalità forte e concreta. La guardava e vedeva in lei una bellezza peculiare, tutta sua, non appariscente. Era… aggraziata, ecco. Aggraziata era la parola giusta.
Pur conversando allegramente, sorridendo e scherzando tra loro, era con gli sguardi che comunicavano. Negli occhi scuri di lei c’era una luce viva, scintille di vita che irradiavano bellezza fisica e mentale. Ma il fascino vero di lei, da cui Iul era conquistato, era custodito dietro la sua apparente insicurezza: un qualcosa di fermo nel suo carattere, qualcosa di franco e determinato, che completava il suo fascino tutto femminile. E lei doveva esserne consapevole.
Il vino aveva aggiunto allegria alla loro conversazione. Era ormai scesa la sera, ma continuava a far caldo. I rumori attorno giungevano più nitidi eppure più distanti. Le loro stesse voci avevano preso una tonalità quasi musicale. Gli aromi della cucina emergevano dall’odore di lago che pur permaneva.
Con i caffè, Iul aveva chiesto anche il conto. C’era molta confusione nel ristorante, altra gente che arrivava. Decisero di alzarsi. Iul teneva il conto in mano.
“Vado io direttamente a pagare.”
“Vado ad aspettarti alla macchina.”
“Sì. Tieni le chiavi…”
Mentre Iul si occupava del conto, Vera era salita in macchina. Aveva abbassato i finestrini e si era messa comoda sul sedile, i piedi allungati, il capo reclinato all’indietro, gli occhi chiusi. I suoni le giungevano lontani e ovattati, nel silenzio e nella calma di quel luogo. Era quasi buio, con pochi riflessi di luce. Ebbe un lungo sospiro di beatitudine, rilassandosi ad occhi chiusi. Raccoglieva i pensieri e le emozioni di quella giornata così bella e particolare. I delfini, il divertimento, il chiasso, quel momento magico in cui il tempo e tutto il resto attorno era sembrato arrestarsi per un attimo, lo schizzo freddo dell’acqua, la successiva passeggiata sulla spiaggia, la difficoltà a camminare con i tacchi sulla sabbia, l’abbaglio del sole quando aveva levato lo sguardo al cielo, l’odore del mare così diverso da quello di ora sul lago, l’improvvisa gioia della decisione di far continuare quella giornata andando a cena sul lago, il cartello stradale che indicava la strada per Nazareth, il Monte Tabor apparso all’improvviso, la pianura di Meghiddo che lei aveva guardato senza vederla veramente…
Si accigliò, ripensando a ciò che aveva detto di sé a Iul. Era la verità, certo. Ma la aveva raccontata in quel modo che le donne usano nel raccontare le loro verità: sottacendo cose e dicendone altre parzialmente. Dani aveva un’amante, e lei lo aveva scoperto. Ma lei pure aveva in quel periodo una relazione, e certamente da prima che Dani avesse la sua. Già. Una reazione. Con Iosèf. E cosa era Iosèf se non un amante? No, non un amante. Non avrebbe mai potuto chiamarlo così. Una relazione, sì. Per sopravvivere, per trovare un motivo per affrontare una nuova giornata. Iosèf la amava veramente. E lei? Lei aveva bisogno di sentire che era necessaria a qualcuno, che era al centro delle sue attenzioni. Ma quando aveva scoperto che Dani aveva una relazione, lei era già stanca della monotonia che Iosèf le dava. E mentre pensava a nuovi stimoli, ecco che le era crollato il mondo addosso. Era diventata gelosissima, non perché amasse Dani, ma perché la sua sicurezza veniva minata. Era stato invaso il suo campo, la sua proprietà, il suo possesso. E come ogni volta che si sentiva frustrata, si era avvilita moltissimo. Quella volta più delle altre. Aveva rischiato addirittura un mutamento di personalità. L’altra era diventata il suo chiodo fisso. Doveva sapere, sapere a tutti i costi. A tutti i costi… E il costo fu Ran.
Si accigliò ancora di più evocando Ran e la casa di lui. E le volte che ci andò, provando inquietudine ogni volta. Inquietudine, ma anche turbamento ed e mozioni fortissime.
Si scosse leggermente, socchiudendo gli occhi che erano divenuti tristi e spenti. Aveva udito i passi di Iul che la raggiungeva, strusciando le scarpe sulla ghiaia del parcheggio.
venerdì 1 febbraio 2008
VERA - 2. Sul Mar di Galilea
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
2/01/2008