venerdì 1 febbraio 2008

VERA - 5. Sognare volando


Vera non sapeva se guardare fuori dal finestrino o guardare Iul. Volgeva lo sguardo fuori e si girava emozionata verso Iul. Tutto la stupiva: le nuvole appena più in basso di loro; la costa israeliana sul Mar Mediterraneo, proprio lì sotto di lei; le strade con quelle che sembravano automobiline piccole come giocattoli.
“Non ho parole… mai e poi mai avrei immaginato…”
“Ma il bello deve ancora venire.”
“Più di questo?”
“Sì, Vera. Stiamo andando in Italia, a Milano.”
“Milano!”.
Non stava nella pelle per l’eccitazione. Iul era compiaciuto nel vederla così contenta.
“A che ora arriveremo?”
“Alle undici e quarantacinque, Vera. Ma là saranno le dieci e quarantacinque.”
Era sopraggiunta una hostess, spingendo un carrello. Iul si prese cura di Vera, abbassandole il tavolino di fronte e facendole servire quello che desiderava. Ci fu uno scambio di battute tra Iul e la hostess. Vera, non essendo abituata ai modi particolarmente cortesi e garbati delle assistenti di volo, ne fu gelosa. Dopo aver lanciato uno sguardo alla hostess, con cui la inquadrò, osservava di sottecchi le reazioni di Iul ai modi di lei. Questa, commentando le premure di Iul verso Vera, le disse:
“Come è gentile…”
E Vera, pronta:
“Vero?”

Consumarono la colazione con appetito: salmone affumicato, pane e burro, caffè e una insalatina verde con un condimento così delicato e gustoso che Vera ne avrebbe voluto la ricetta.
L’aereo volava ora sul mare. Sotto di loro mare e solo mare, mare azzurro cupo, su cui Vera notava le increspature bianche della schiuma delle onde, piccolissime e immobili per la distanza, senza che si notassero le onde stesse. Ora Vera era rilassata, in pace. Il rumore monotono dei reattori in sottofondo, l’immobilità dell’aereo, l’azzurro cupo del mare sottostante e sconfinato a perdita d’occhio, e l’azzurro intenso e uniforme del cielo, tutto ciò, unito al leggero senso di sprofondamento che avvertiva nello stomaco quando incontravano un vuoto d’aria, le dava un senso di sospensione del tempo. Iul lo comprese e le disse:
“Volare può essere anche noioso. Abbiamo ancora quasi tre ore di volo. Ti conviene reclinare la poltrona e riposare un po’. Magari riesci ad addormentarti…”
Vera fece segno di sì col capo, grata.
“Riposi un po’ anche tu?”



Fu un sogno carico di ansia.
Dapprima saliva in continuazione delle scale. Era esausta, stanca, ma doveva continuare a salire e salire. Atmosfera scura. Semioscurità in una specie di castello immenso, diroccato e disabitato. Scale di pietra che portavano in alto. E Vera doveva salirle. Gradini immensi, innaturali, alti. Come faceva a salirli? Il corpo poteva muoversi come in assenza di gravità, eppure ne sentiva la pesantezza. Mura interne di pietra che parevano sbriciolarsi. Nessun arredamento. Guardando in alto poteva vedere attraverso le ampie aperture del tetto rotto - da cui sbucavano travi di legno vecchissime e impolverate - il cielo della notte. Un cielo basso, marrone, con nuvole anch’esse marrone. E quando le sembrava di essere arrivata in cima, altre rampe e altre ancora, con gli stessi gradini alti, sempre più alti. Era stanchissima, esasperata. Salire, ancora salire, sempre salire. Avvertiva un sentore di aria chiusa, vecchia, con un sottofondo di muffa. Salire ancora.
Come si era poi trovata nel sotterraneo? E sotterraneo di cosa? Di una stazione, forse. Un sottopassaggio lungo e buio, alquanto stretto. Buio. Lei camminava. Doveva prendere un treno? Forse solo risalire dall’altra parte. Camminava. Dietro di lei dei passi. Di un uomo, ci avrebbe giurato. Un uomo più grande di lei, lo sentiva. E lei, quanti anni aveva lei? Era piccola. Ma come faceva ad essere piccola eppure ad avere il suo corpo attuale di donna? Non lo sapeva, era così e basta. E quei passi che sembravano avvicinarsi. Lei non voleva dare nell’occhio, voleva sembrare naturale e non affrettava il passo. Tendeva però un orecchio per capire se i passi dietro di lei si avvicinassero. Sì. Eccome. Si avvicinavano. Allora camminò più in fretta. Anche i passi dietro di lei si fecero più frettolosi. Passi, passi, passi. Più veloci. Più vicini. Ho paura. Camminare più in fretta, sfuggire. Il sottopassaggio è lungo. Dio mio, ma non c’è gente qui, nessuno. Ma dove è l’uscita? Dove, dove, dove? Passi di dietro, passi che si affrettano, passi che inseguono, passi che si avvicinano. Passi che rintronano sonori nel sottopassaggio. E’ buio, è sera, è notte. Ho paura, ho paura. Voglia di piangere. Voglia di gridare, di urlare. La voce non esce. Sono in trappola. Sono perduta. Dio, abbi pietà.
Vera si svegliò improvvisamente. Rimase immobile, gli occhi chiusi. La sua prima preoccupazione fu di capire se attorno a lei si fossero accorti del suo sogno. Si era agitata? Aveva parlato nel sonno, magari urlato? Provò vergogna per questa eventualità. Non si mosse. Era sveglia, ma rimase lì ferma con gli occhi chiusi, come se continuasse a dormire, lì nel suo angolino vicino all’oblò, la testa reclinata sullo schienale della poltrona, verso il finestrino. Udiva solo la musica melodica diffusa a bordo e, in sottofondo, il rumore monotono dei motori dell’aereo. Nessuno parlava. Il suo sogno era rimasto segreto. Solo suo. Nessuno sapeva, dunque. Socchiuse piano un occhio e scorse l’azzurro del cielo. Ne fu rassicurata. Rimase così ancora alcuni minuti, passivamente. Quando sentì di essersi ripresa, si mosse piano, avvicinando il viso all’oblò e guardando fuori, in basso. Non c’era più il mare, ma una vegetazione fittissima con dei laghetti. Dove si trovavano? Sulla Turchia? O sulla Grecia? O forse era la Jugoslavia? Cercò di richiamare alla mente la figura di una cartina geografica, ma non riusciva a collocare le nazioni al posto giusto. Riprese a guardare il paesaggio sottostante che cambiava. Ebbe un moto di stupore vedendo che il terreno ricoperto di vegetazione non era più in basso, ma di lato, quasi verticale. L’aereo stava virando. Vera sentì di essersi completamente ripresa da quel brutto sogno. Si preparò a sorridere e, facendosi forza, si girò verso Iul.
Iul dormiva, disteso sulla poltrona. Vera sorrise, non come si era preparata a farlo, ma di simpatia. Assunse la stessa posizione di Iul, allungando i piedi e distendendosi sulla sua poltrona. Chiuse gli occhi e, con un senso di beatitudine, sospirò. Ripensò per un momento al suo sogno, a quelle scale da salire che sognava spesso. Il senso di soffocamento, di stanchezza e di logorio mentale di quel sogno era tanto estenuante quanto era liberatoria, svegliandosi, la consapevolezza che era stato solo un sogno. Ma aveva sognato dell’altro. Cosa? Già non ricordava. Le parve stranissimo non poter rammentare un sogno di pochi minuti prima. Era stato qualcosa che le aveva fatto paura, questo lo ricordava. Ma cosa? Si sforzò di ricordare, ma ricordava solo i gradini alti da salire. Proprio non le veniva in mente, nonostante gli sforzi. Alla fine rinunciò.
Vera sospirò di nuovo, cercando di godersi il resto di quel viaggio. Viaggio? Ma stava volando, lei! Il nostro volo. Tel Aviv le sembrava lontanissima. Tra poco sarebbe stata in Italia, l’Italia dei suoi genitori. L’Italia di cui le parlava suo nonno quando la portava a spasso sulla canna della sua bicicletta nera. Suo nonno a cui era affezionatissima, suo nonno che la coccolava e la chiamava Nini, suo nonno tanto burbero con gli altri quanto dolce con lei.
“La mia Nini…”
Anche Iul era dolce. Era attento e premuroso. E quella sorpresa, poi! Era stato, come dire? Grandioso, ecco. E lei non aveva sospettato di nulla. Non immaginava nulla di simile alle sei di quella mattina. Altro che una gita a Gerusalemme o sul Mar Morto. L’Italia, Milano! Sì, era stato grandioso.
Vera aveva sempre tempi un po’ lunghi per l’assimilazione delle cose. Abituata a ponderare bene tutto, non brillava per intuizione e reazione. Solo ora si rendeva conto di quanto significasse quella sorpresa. Sapeva apprezzare anche il valore materiale del gesto, lei così attenta e oculata nell’uso del denaro. Non che fosse avara, no, ma era consapevole del benessere e della sicurezza che il denaro poteva dare e odiava gli sprechi. Sì, davvero una sorpresa grande e grandiosa. E poi aveva ragione Iul: il bello doveva ancora venire. Una giornata intera a Milano, in Italia. A raccontarlo non ci avrebbe creduto nessuno, alla caffetteria. Ma poi perché raccontarlo? Quella era una cosa sua, solo sua. Il nostro volo.

“Vi parla il comandante. Stiamo per iniziare la discesa verso Milano, dove atterreremo tra circa venti minuti. Il tempo a terra è sereno, la temperatura è di 21gradi.”
Iul si scosse. Si girò subito verso Vera:
“Credo di aver dormito.”
“Ho dormito anche io. E’ tutto bellissimo, non so come ringraziarti…”
Per tutta risposta Iul le sorrise, annuendo. Vide poi la hostess uscire dalla cabina di pilotaggio.
“Scusami solo un momento.”
Si alzò e andò a parlottare con la hostess che lo ascoltava e annuiva. Vera li guardava un po’ accigliata. Fu di nuovo gelosa. Quando lui tornò a sedersi accanto a lei, Vera lo guardò discretamente come per interrogarlo. Iul fece finta di non accorgersene.
Poco dopo la hostess raggiunse Iul e si chinò su di lui. Con cortesia disse:
“Il comandante dà il permesso.”
Iul spiegò a Vera:
“Ho chiesto il permesso perché tu assista all’atterraggio dalla cabina di comando.”
“Con te le sorprese non finiscono mai!”
“Venga, signora, l’accompagno. Lei, signore, per cortesia si allacci la cintura di sicurezza.”
Iul guardò le due donne dirigersi verso la cabina. La hostess aprì la porta e spostò una tenda dietro cui si vedeva la cabina con tutte le strumentazioni di bordo. I due piloti, eleganti nelle loro divise blu scuro, si voltarono per salutare Vera. La hostess e il navigatore la aiutarono ad allacciarsi l’imbracatura del sedile su cui era stata fatta accomodare, al centro tra i due piloti. La hostess richiuse la tenda e la porta, e andò a sedersi a sua volta.
Iul immaginava l’emozione di Vera. Si allacciò la cintura di sicurezza. Era contento e soddisfatto.
Il rumore dei reattori cambiò, divenendo più sonoro.