Vide la mia anima nuda per la prima volta la notte scorsa. Nevicava. Nel villaggio c’era un gran movimento: tanta gente come non se ne era mai vista. Tutti parevano risentire di una atmosfera quasi magica e incantata, come nell’attesa di un evento. Ciascuno era preso dalla propria occupazione, eppure sembrava fossero tutti lì per qualcosa. Anche io ero lì per questo?
C’era gran movimento nel villaggio illuminato. Luci tenui e delicate e limpide, nel freddo della notte invernale. Una luce particolare, discreta, mi aveva illuminata. O era stato il sorriso di lui, appena accennato, che mi aveva conferito quella luminosità così pura?
Rumori e suoni di un villaggio operoso, percepiti più nitidi in quella notte inconsueta. Il picchiettare di un martello, note acute e metalliche sull’incudine; la sega del falegname, parodia di una viola; un ciabattino che ritma un suono come di nacchere; una tessitrice che ordisce fili d’arpa; il mormorare di un coro d’acque di ruscello; il belare solista tra il gregge di un pastore. E su – nel cielo blu notte – un firmamento di stelle, tacite spettatrici. E io ero lì, tra quei suoni che non s’udivano quasi se solo mi guardava. Era una musica o il canto sereno del mio cuore quella melodia così dolce che accompagnava il passo di lui?
Profumi. Aromi di muschio frammischiati a sentori di terra umida e notturna. Odori di paglia. Delicatezze di fiori percepite tra erbe bagnate di rugiada. E una fragranza calda e dolciastra, buona, che si diffondeva dai tre pani che recavo su una piccola asse tra le mie mani. Era quello il segreto della mia serenità?
Personaggi di un piccolo villaggio divenuto popoloso e operoso in una notte magica e stellata in cui sta nevicando. Personaggi di un sogno o di una favola. O di un evento così vero e reale che pare un sogno. E io. Lui mi vedeva bella come una statuetta. Vera come una donna vera. Io nella notte: apparsa lì a tarda notte.
Non so più il mio nome. Né so se sono mai stata la fornaia di quel villaggio, Betlemme, che significa casa del pane. A lui piacque chiamarmi Vera. Vera come una donna vera. Bella come una statuetta.
Mi vide veramente per la prima e unica volta la notte scorsa. A tarda notte. Indossavo un abito blu, lungo. Un fazzoletto – anch’esso blu, con pallini bianchi – mi teneva i capelli e mi ornava il viso. Un sorriso lieve, appena accennato, con cui lui faceva trasparire la mia serenità come una melodia che cantavo silenziosa nel mio cuore. E recavo tre pani caldi e fragranti, su una piccola asse che tenevo tra le mani. Bella e semplice nel mio abito blu. Vera.
Accadde la notte scorsa. A tarda notte. E lui non vide oltre la mia nudità. A cosa stavo pensando? Quali erano i pensieri del mio cuore? Mi sentivo bella come una statuetta, vera come una donna vera. E io che lo vidi avrei voluto essere, da sempre, il suo pensiero.
venerdì 1 febbraio 2008
VERA - Epilogo
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
2/01/2008