venerdì 1 febbraio 2008

VERA - 8. Marionette


Usciti dalla Crota Piemunteisa, rifocillati e un po’ su di giri per il Frèisa, continuarono la loro passeggiata per Milano. Vera si era messa sottobraccio a Iul.
“Vieni. Sono io la guida!”
Passando da Piazza Fontana avevano fatto il giro dietro il Duomo. Andarono fino in Piazza Cordusio, da cui ebbero la vista del Castello Sforzesco. Ne furono attratti e si incamminarono lungo Via Dante per raggiungerlo. A circa metà della via si fermarono alla Cremeria sulla destra, concedendosi un cono di panna montata spolverata di cannella.
Giunti in Largo Cairoli, quasi davanti al Castello, Vera, alzandosi sulle punte dei piedi, disse piano all’orecchio di Iul:
“Devo andare in bagno.”

Entrarono nel locale all’angolo, in cui preparavano stupendi frullati di frutta. Dopo aver sorseggiato il suo frullato, Vera si scusò e si assentò in cerca della toilette.
A Iul era balenata l’idea appena aveva visto, accanto al locale dei frullati, un negozio di dischi. Vi entrò in fretta, approfittando dell’assenza di Vera.

Vera lo ritrovò al banco, mentre finiva il suo frullato.
“Cosa prevede ora la guida?”
“Ti va di camminare ancora?”
“Perché no?”

Camminarono lungo Foro Buonaparte, quasi in silenzio, fino a Piazzale Cadorna. Lui le circondava le spalle col braccio, tenendola stretta.
“E’ quella cos’è?”
“Una stazione ferroviaria.”
“La conosci proprio bene Milano.”
“No. Ho letto la scritta: Ferrovie Nord Milano.”
Risero.
“Milano è come te l'aspettavi?”
Vera ci pensò, cercò le parole:
“E’ molto di più. Per anni ho sfogliato libri su Milano, guardato fotografie, cercato sulle mappe le vie e i posti di cui mi parlava mio nonno. E ora è tutto qui davanti a me, vero e reale. E poi…”
Iul la osservava, interessato. Vera era quasi commossa mentre – guardando davanti a sé senza realmente vedere le cose – diceva ciò che le veniva dal suo mondo interiore di sensazioni e pensieri.
“E poi per me l’Italia, e particolarmente Milano, erano posti leggendari, che potevo vivere solo sui libri. L’idea che esistessero veramente e che potevo visitarli non la ho mai avuta, forse perché erano legati a mio nonno e al suo passato che non ho mai vissuto, e forse anche perché erano così lontani…”
“E ora sei qui.”
Vera ebbe un lampo negli occhi e un fremito di gioia.
“Già!”
Ripresero la loro passeggiata, incamminandosi lungo Via Carducci. Iul, leggendo il nome della via, lo aveva pronunciato secondo la pronuncia ebraica, dicendo Carducchi. Vera lo aveva corretto e poi si era fermata, pensierosa.
“Carducci… Via Carducci…”
Iul la scrutava, in attesa.
“Sto cercando di ricordare… Se avessi qui la mia cartina di Milano! …Qui vicino, in questa zona, c’è qualcosa che non mi viene in mente…”
“Un museo?”
“No.”
“Una chiesa, un monumento?”
“No, no.”
“Ma sai la via?”
“Quella sì… ma non rammento cosa c’è. Eppure era qualcosa che mi affascinava, di cui mio nonno mi parlava…”
“Se la via la sai, andiamoci, allora!”
Come aveva fatto, lei così pratica, a non pensarci? Fermò una donna anziana che passava con un piccolo barboncino bianco al guinzaglio, tanto carino da sembrare un peluche.
“Ci scusi, signora… Via degli Olivetani?”
“Olivetani… ah, sì. In fondo a questa via, a destra, prendete Via San Vittore, poi la prima a sinistra.”
“Grazie, signora.”

In Via San Vittore si trovarono davanti al Museo della Scienza e della Tecnica.
“E’ questo, Vera?”
“No. Prendiamo la prima a sinistra…”
Svoltarono in Via degli Olivetani. Iul osservò le guardiole sui muri alti.
“Pare un carcere…”
Diversi bambini, con i loro genitori, camminavano lungo lo stretto marciapiede, dalla parte opposta al muro del carcere. Vera volle seguirli. Pochi passi e furono davanti al Teatro delle Marionette. Vera era raggiante.
“Eccoci!”
“E’ un teatro…”
“Sì! Il teatro delle marionette!”
Iul la guardava intenerito, partecipando alla gioia di lei, così semplice. Lo spettacolo non era ancora iniziato e Iul suggerì di entrare.
“Ma tu non capirai una parola…”
“Parteciperò vedendo la tua gioia.”
Gli diede un bacio affettuoso e pieno di gratitudine.
Seduti sulle loro poltroncine, tra tanti bambini festosi e vocianti, Vera dovette alzare la voce per farsi udire da Iul.
“Questo spettacolo lo capirai benissimo anche tu. Danno Pinocchio.”
Si fece buio e gli schiamazzi dei bambini cessarono d’incanto. La scenografia era suggestiva, il gioco di luci spettacolare, il sonoro perfetto, i colori vividi, le marionette parevano vive nella profondità del palco oltre la ribalta. Nell’oscurità del piccolo teatro – grazioso, ovattato, con un profumo buono e delicato di fiori - il palcoscenico spiccava con le sue luci intense e colorate.
Iul osservata attorno i visi ammaliati dei bambini. E il viso di lei, estatico.


Ebbero qualche difficoltà a riabituare gli occhi alla luce, uscendo insieme a decine di bambini che si mettevano disordinatamente in fila davanti al piccolo bar del teatro per acquistare una merendina o una bevanda.
“Sei stanca?”
“No. Che ore sono?”
“Le diciotto e trenta locali. Per noi le diciannove e trenta.”
“A che ora abbiamo l’aereo?”
“Vera… C’era un volo alle dodici e venti, ma era troppo presto. Non ho potuto far altro che prenotare il successivo… insomma, il nostro volo è a mezzanotte e cinquantacinque.”
“Meraviglioso.”
“Non è troppo tardi?”
“No che non lo è.”
“Ma hai idea dell’ora in cui arriveremo?”
“Stanotte, immagino.”
“Saremo a Tel Aviv domattina alle cinque e quaranta.”
“Ma sarà sabato e non lavoreremo, no?”

Presero un taxi e fecero un giro nella zona dei navigli. Poi Vera volle vedere la Stazione Centrale. Qui visitarono anche il Museo delle Cere. Per la cena decisero di andare in pizzeria. Consigliati dal tassista, furono condotti in Via Spontini.
Vera non pareva toccata dalla stanchezza. Era comunque una donna resistente. A tavola Iul fu brillante e lei pendeva dalle sue labbra. Era affascinata dal suo modo di parlare, dalle cose che diceva. Lei si sentiva a suo agio. Parlarono perfino di Dio, della loro fede, di quello che credevano.
“Sono stupita delle cose di cui parlo con te. Non avrei mai pensato di poter parlare con qualcuno di una cosa così intima come Dio. Anzi, ero certa di non poterne parlare con nessuno… troppo personale, troppo intimo.”
“E nel tuo cassetto segreto cosa conservi?”
“Cassetto segreto?”
“Ogni donna ne ha uno, no? Non necessariamente un cassetto… magari è una tasca della borsetta o una scatola riposta nell’armadio. Un posto dove conserva un biglietto, una foto, una foglia, un fiore secco, cose del genere.”
“…Mi stupisci ogni volta.”
Iul le sorrise. Lei lo guardò timidamente, pronta a cogliere nel suo sguardo qualsiasi ombra di reazione a ciò che stava per dire.
“Io ho proprio un cassetto. Quello del mio comodino.”
Lo sguardo di Iul rimase benevolo, non si adombrò. A Vera venne in mente lo sguardo buono e dolce dello psicologo, in cui non aveva letto nessun biasimo o compatimento per le cose imbarazzanti che aveva appena rivelato di sé nella seduta. Ma pensò anche che in fondo lo psicologo era un estraneo di cui non le importava molto. Si era spinta troppo oltre, ammettendo di avere il suo cassetto segreto? Non era pentita di questo, ma ora era in difficoltà, non sapendo come continuare. Perché, continuare, doveva: Iul era troppo importante per lei. Doveva. Ma proprio lì, ora? In quel chiasso che odorava d’aglio e di origano?
Un giovane bruno, in giacca e cravatta, stava passando tra i tavoli con delle rose color rosso cupo, col gambo lungo, ciascuna ben avvolta in una carta lucida e trasparente chiusa al fondo da un fiocco giallo. Iul gli fece un cenno. Ne prese una e la porse a Vera.
“Grazie…”
E quel grazie includeva forse anche la sua riconoscenza per averla tolta dal disagio di quel momento.