venerdì 1 febbraio 2008

VERA - 3. Una notte stellata


Iul fece appena in tempo a cogliere un velo della tristezza negli occhi di Vera. Appena risalito in auto le aveva sorriso e lei – rinfrancata dalla serenità di lui - aveva assunto di nuovo il suo sguardo dolce e vivo.
Accomodatosi sul sedile, si era girato verso di lei e lei verso di lui. Le aveva preso una mano, tenendola e accarezzandola. Si era poi abbassato a baciargliela. E quando si risollevò e la guardò, Vera gli buttò le braccia al collo.
Si baciarono.
Lei era arrendevole, incollata a lui. Iul percepì subito la sua morbida sensualità. Dopo il primo bacio rimasero così, le bocche vicine, con le labbra che si cercavano e rifuggivano, in un gioco che li eccitava. Iul le afferrò il viso delicatamente, con lentezza voluta avvicinò le sue labbra a quelle di lei, prima sfiorandole, poi avvicinandole di più. La cercò, e lei si fece trovare. Si baciarono di nuovo, con più passione.
Quando Iul la baciò sul collo e poi sotto un orecchio, Vera ebbe dei brividi. Il pensiero che lui si accorgesse della sua eccitazione non la imbarazzò, le diede anzi una eccitazione nuova, mentale.
Vera dimenticava in quel momento ogni cosa, si lasciava andare a lui. Iul era dolce, molto dolce. Fu sorpresa di scoprire questo aspetto insospettabile del suo modo di essere che le era apparso fin troppo serioso sebbene gentile.
Iul scopriva la passionalità di lei, la sua arrendevolezza. Era ammaliato dal suo profumo delicatamente deciso. Tirò indietro il proprio sedile e ne reclinò un po’ lo schienale, per farle posto affinché si sedesse in braccio a lui.
“Vieni qui…”
Aveva parlato a bassa voce. Lei si era seduta sulle sue gambe, abbracciandolo, stringendosi a lui, non preoccupandosi che la gonna si fosse alzata nel movimento. Ripresero a baciarsi.
Vera fu percorsa da brividi intrattenibili quando sentì la mano di lui che la sfiorava, delicatissima, sulla schiena, sotto la maglia. Ebbe un sussulto di piacere intensissimo quando la sua mano percorse piano e con delicatezza il suo fianco destro, sulla schiena. Lo strinse di più, affondando il suo viso sul collo di lui.
Rumori di passi sulla ghiaia, che si avvicinavano. Avventori usciti dal ristorante, che scherzavano tra loro. Rimasero abbracciati, immobili.
Al ritorno ripercorsero il tratto della Galilea senza fretta, godendosi quella notte ancora calda, stellata. Vera gli disse altri particolari della vita con Dani. Gli confidò come fosse stata attratta dal senso di sicurezza che Dani sapeva dare, ma di come non fosse mai riuscita ad avere una vera intesa con lui, neppure fisica.
“Ho sempre trovato il suo odore sgradevole. Non era questione di doccia…”
Giunti a Hadera, immettendosi nella strada che scende a Tel Aviv, ritrovarono tutte le luci cittadine e questo fece cambiare argomento di conversazione. Parlò allora del suo lavoro alla caffetteria, delle colleghe con cui andava d’accordo ma di cui non era amica, di quanto quel lavoro a volte fosse stancante.
“Sai, da bambina volevo fare l’attrice.”
“L’attrice?”
“Sììì!”
Rideva, divertita. Iul si girava a guardarla, per cogliere quella luce così semplice e viva nel suo sguardo che celava al fondo una tristezza ben nascosta.
Dietro invito di Iul, parlò della sua infanzia e della sua famiglia. Erano originari dell’Italia. Poco prima della guerra suo padre era riuscito ad emigrare in Israele, dove Vera era nata. In casa avevano continuato a parlare italiano. Sebbene fossero una famiglia povera, lei aveva studiato fino alle scuole superiori, diplomandosi. Suo padre era stato un sarto da donna.
“Sai, non mi ha mai confezionato un abito… Solo qualche riparazione a quelli che mi comprava mia madre.”
Aveva voluto più bene a suo padre che a sua madre, ma il suo vero affetto era stato per il nonno paterno, un uomo tenero che la coccolava.
“Quando ero bambina mi caricava sulla canna della sua bicicletta nera e mi portava a spasso, raccontandomi dell’Italia. Allora abitavamo ad Herzliya, quando non era ancora un centro balneare. E mio nonno, con la sua bicicletta, mi portava spesso verso il mare. Erano momenti molto belli… C’erano profumi diversi, sai? Più naturali… la vegetazione, il mare… Ho sempre adorato il sole e il caldo.”
“Guarda.”
“Cosa?”
“Stiamo passando vicino ad Herzliya…”
Vera diede un’occhiata distratta fuori dal finestrino, scorgendo poche luci nel buio.
“Sei mai stata in Italia?”
“No, mai. Il mio sogno è visitare Milano.”
“Milano?”
“Sì, Milano. Ho visto delle fotografie e ho letto qualcosa. Mi sembra una città con un suo fascino, un fascino da Europa antica, sai.”
Iul sorrideva, nel buio della vettura. Appoggiò una mano su quella di lei. Vera prese il mignolo di lui tra le proprie dita e con queste lo accarezzava. Chiuse gli occhi e si adagiò sul sedile. Rimasero così, in silenzio. Vera si sentiva in pace.
Si udiva solo il rumore monotono dell’auto che viaggiava verso Tel Aviv, la radio spenta. Il buio della notte, luci notturne qua e là.
“A cosa stai pensando?”
“A come sono stata bene oggi. E’ stata davvero una bellissima giornata.”
“Anche per me, Vera.”
Si guardarono, sorridendosi. Il viso di Iul fu illuminato per un momento dai fari di un auto che veniva in senso opposto, proprio mentre Vera lo stava guardando: i suoi occhi azzurri apparvero per un attimo ancora più chiari, con le pupille che si ritraevano per effetto della luce. Vera lo notò e riprovò attrazione per lui.
“Mi faresti risentire Elle?”
“Volentieri. E’ la mia canzone preferita.”
Mentre avviava il nastro le domandò:
“Come si dice in italiano?”
“Cosa? Elle?”
“Sì”
Lei, si dice lei.”
Lei…”
Riascoltarono la canzone in silenzio, senza voltarsi mai a guardarsi.
Erano entrati in Tel Aviv.
“Vuoi vedere la caffetteria in cui lavoro?”
“Dove si trova?”
“A Ramat Gan.”
“Al di là del fiume, allora.”
“Sì. Passa sul ponte della rechov ha-Halakhà.”
Lo guidò poi lungo la rechòv Bialìk, oltre il ponte.
“Ecco, accosta qui. Ci siamo.”
Iul osservò l’insegna spenta del locale.
“Sabato e domenica siamo chiusi”, spiegò Vera. “Io abito qui vicino. Puoi lasciarmi qui.”
Iul era sceso per salutarla. Vera si alzò leggermente sulle punte dei piedi e gli diede un bacio sulla guancia.
“Grazie”, disse piano guardandolo negli occhi.
Scomparve dietro l’angolo, avviandosi a casa.




Ormai a letto, nella oscurità della sua stanza, Vera ritrovò la sua solitudine. Ma quella giornata era stata così bella che poteva permettersi di starsene lì sveglia, a letto, magari evocandone i ricordi ancora freschi. Non era come le altre sere in cui doveva star fuori fino a tardi per non stare sola con se stessa in casa, per stancarsi in modo da rientrare così stanca che poteva subito addormentarsi.
Ripensava a Iul, alla sua dolcezza, ai suoi occhi chiari. Era così diverso dagli altri che aveva conosciuto. Gli altri: differenti tra loro, eppur così uguali e prevedibili. Iul era diverso, aveva un’anima. Era poi così straordinario ciò che lei desiderava? Così impossibile? In fondo era una ragazza semplice. Una casa, una famiglia, un lavoro. Questo desiderava. E l’amore. Un amore suo, esclusivo. Se aveva avuto tanti uomini non era forse solo perché non aveva trovato l’amore vero? La sua vita sentimentale era stata intensa, è vero, ma non superficiale. Non era donna da avventure, lei. No. Piuttosto si sentiva donna da grande amore. E se gli amori erano stati più d’uno era solo perché non aveva trovato quello giusto. Se lo avesse trovato sarebbe stata appagata, non avrebbe cercato altro.
Dani le aveva dato sicurezza, ma poi non era stato presente. Non si curava di lei, non si interessava dei suoi pensieri, non era neppure geloso. E poi quella questione del suo odore. No, con lui non poteva esserci il grande amore che aveva sperato all’inizio.
Iosèf era più premuroso. La cercava, forse la amava davvero. Era sposato, sì, ma questo andava anche bene perché neppure lei era libera. Non era un grande amante, non era sempre attento a lei, ma le piaceva quella sua aria trasognata e quasi romantica. Sarebbe durata così, se non ci fosse stata poi lei, Maya, l’amante di Dani? Chissà, forse sì. Ma era arrivata lei, e la sua vita era stata sconvolta. Quante cose da allora, quanti errori! E ora, cosa aveva ora? Come era la sua vita ora? Aveva 42 anni, quasi 43, e andava avanti giorno per giorno, attaccandosi a qualche stimolo che cercava per affrontare una nuova giornata. Una volta tanto, ciò che sapeva essere un suo punto debole le veniva in aiuto: lei, che in fondo era poco impulsiva, cedeva invece ad una impulsività non mentale ma emozionale. Una specie di influenza interiore, ardente, che la prendeva. E questo le aveva dato, ultimamente, modo di tirare avanti. Quanto sarebbe durata? Non se lo domandava, non badava al futuro. Le bastava vivere un giorno per volta.
E ora c’era lui, Iul. Ma c’era davvero? Sarebbe rimasto? Anche quando avrebbe saputo della sua vita?
Era stanca. Desiderava addormentarsi e non pensare più. Cercò di riandare con la mente ai momenti belli della giornata appena trascorsa. Era lei quella? Era stata davvero lei quella donna così felice là sul lago di Tiberiade? Risentì sulla propria bocca i baci di lui, riprovò la sensazione dolcissima e tenera di quelle labbra sul suo collo e sulle sue spalle, rabbrividendo. Sì, era lei.
Si raggomitolò nel letto, nel suo stesso tepore sotto la coperta, al buio, abbandonandosi al suo sogno ad occhi aperti. Era da tanto che non lo faceva. Sognare ad occhi aperti le aveva sempre dato un gran sollievo mentale, anzi di più: un intimo piacere.
Vera scivolò pian piano nel sonno, arrendendosi alla stanchezza che lì nel suo letto si era fatta piacevole. Finalmente dormiva.
Era un accenno di sorriso quello che le era rimasto sulle labbra?