venerdì 1 febbraio 2008

VERA - 1. Una mattina a Tel Aviv


Passeggiava, custodendo i suoi pensieri, sullo splendido lungomare di Tel Aviv. Era una mattinata limpida e radiosa, riscaldata da un sole – solitario e fiero come un principe a cavallo – sospeso nell’azzurro intenso del cielo.
Vera aveva sentito il bisogno di camminare. Si era svegliata con quel pensiero. E con quel pensiero si era preparata. L’idea di prendersi solo per sé quel giovedì in cui era di riposo le aveva dato lo stimolo giusto per quella giornata. Così quella mattina si sentiva un po’ più viva: poteva dare un senso alla sua giornata, anche se non sapeva bene quale fosse questo senso. Aveva però avvertito la necessità di uscire, di star fuori da sola, di camminare.
Si era svegliata presto, stimolata da quel pensiero. Aveva aperto le finestre, respirando l’aria fresca e nuova del mattino, che le recava il profumo dei fiori del giardino. Si era poi preparata con cura la colazione e l’aveva gustata con calma, seduta al tavolo della cucina. In bagno, mentre si preparava, continuava ad avvertire un senso di strana sicurezza. Non era come le altre mattine in cui doveva farsi forza per affrontare la giornata. Pur intuendo, per un attimo, che quel senso di sicurezza sarebbe stato momentaneo, non stette lì a pensarci e ritrovò subito quella sensazione di spensieratezza che la stava facendo sentir bene. E quando incontrò il suo stesso sguardo nello specchio lo sostenne, quasi sfidandosi. Ne fu anzi orgogliosa, rammentando come Iul la guardava. E si sorrise, evocando quel nome: Iul. Perché lui era semplicemente lui, e lei – leggendo da destra a sinistra, alla maniera ebraica – lo chiamava Iul. Ma non cedette alla sensazione che le stava salendo da dentro: rivivere l’emozione intensa di sentirsi guardata dai suoi occhi chiari. Da quegli occhi che le raggiungevano l’anima e le facevano provare un turbinio di emozioni a volte insostenibili, tanto da sentirsi senza scampo, abbandonata a lui.
Aveva alla fine distolto lo sguardo dallo specchio, riafferrando mentalmente il pensiero originale di quel mattino: uscire, camminare, respirare. Sotto la doccia calda, in un moto di riacquistata disinvoltura, decise di lavarsi anche i capelli.
Passata in camera da letto per scegliere cosa indossare, ebbe un lungo momento di pensosa incertezza quando, seduta sul letto – slip, collant e reggiseno già indossati -, se ne stette lì immobile davanti all’armadio aperto, facendo vagare lo sguardo un po’ sconsolato sui suoi capi d’abbigliamento appesi. Infine si scosse, scegliendo la gonna verde pallido con gli arabeschi giallo senape e verde scuro. Quella! La scelta le ridonò un po’ di brio. Si alzò, la indossò e si guardò di lato allo specchio dell’anta, verificando soddisfatta che poteva tendere un pochino con la mano il bordo della gonna in vita. Si chinò nell’armadio, cercando la sua maglia dolce vita, della stessa tonalità del verde di fondo della gonna. La annusò velocemente e se la infilò. Calda e confortevole, come immaginava. Aggiustandosi la maglia si ricordò che non si era profumata.
Tornata in bagno, spostò piano il collo della maglia per spruzzarsi il suo profumo sul petto e dietro gli orecchi. Risistemò per bene il collo alto della maglia, si diede una spruzzatina di profumo sui polsi e si spazzolò i capelli. Muovendo il capo a destra e a sinistra, lo sguardo fisso ai suoi occhi nello specchio, si riaggiustò i capelli rossicci e rimosse quelli caduti sulla maglia. Un’ultima occhiata. Pronta.
Dopo aver indossato le scarpe basse di cuoio marrone era andata al tavolo della cucina e vi aveva rovesciato sopra tutto il contenuto della borsetta di pelle blu, travasandolo poi con ordine nella borsa marrone. Lo aveva fatto con una meticolosità quasi esasperante, aprendo ogni astuccio per controllarne il contenuto e richiudendolo con cura. Pronta, finalmente. Sull’uscio, dopo aver girato bene la chiave nella toppa, ne aveva controllato l’effettiva chiusura.
Ora passeggiava tranquilla sulla promenade di Tel Aviv ed era giunta, un po’ accaldata per la lunga passeggiata, davanti al Migdàl Haòpera. Alzò istintivamente lo sguardo verso quella costruzione di ventuno piani, bianca con i bordi rosa; poi lesse la scritta sopra i tre archi dell’ingresso: Migdàl Haòpera – The Opera Tower. E decise di concedersi un caffè, proprio lì, al primo piano, fuori sulla terrazza assolata.
Seduta comodamente, gli occhi leggermente chiusi per il sole, lasciava vagare i pensieri, godendosi quel tepore. Fu scossa dalla voce del cameriere che veniva a riprendere la tazzina.
“Desidera altro, signora?”
“…Come? …No, grazie…”
Con lentezza precisa e accurata prese dal borsellino del denaro e pagò. Ne richiuse bene la cerniera e lo ripose al suo posto nella borsa. Si alzò.
Attraversata la strada, si ritrovò sul lungomare e andò a sedersi sul muretto della piccola rotonda sulla spiaggia. E una tacita eco, che solo lei udiva, le giungeva da lontano, recandole parole e immagini e profumi e suoni e sensazioni legate a lui. Lui, così inafferrabile. Lui, ormai perso per sempre (ma lo aveva avuto mai davvero?). In quello stesso posto, lì, il primo incontro, cinque anni prima.
Cinque anni prima. Due estranei seduti accanto sul muretto di una rotonda sulla spiaggia di Tel Aviv, davanti al mare. Dietro di loro, il Migdàl Haòpera. Lei che legge una rivista appoggiata sulle gambe. Lui, serio ed elegante, che guarda il mare con i suoi occhi chiari. Lo percepiva con la coda dell’occhio, ma avrebbe voluto guardarlo per incontrarne lo sguardo. Intanto leggeva - faceva finta di leggere – la sua rivista, sperando che lui rimanesse lì, che non se ne andasse.
Parlare io per prima no no e poiccheddico non saprei nonstabene sai cheimbarazzo non soneppure chissia ecco nonmigiro neppure se dicesse qualcosa però sarebbe facile macomefanno due sconosciuti ad iniziare discorso macomefanno eppoi chissà a cosa pensa guarda ilmare non pare preoccupato solopensoso è eleganteperò e mani curate pensoso e tranquillo pensa a lei forse no troppo tranquillo e se si accorge che ma no io sto qui indifferente leggo ecco leggo oh ma che bellabitino scollato dietro così lo voglio così e lui che fa nulla sta lì guarda il mare deve avere gli occhi chiari eppoi perché chiari non so mi pare e se mi giro per caso magari ecco mi giro e guardo no no se ne accorge vorreisapere comefanno le persone cosìpercaso a parlarsi eppoi ora comesifà magari prima sedendosi un sorriso oggi beltempo no quello è banale magari arrivalaprimavera no è come dire oggibeltempo allora saichefaccio mi giro e dico buongiorno oddio mi viendaridere certo che anche lui lìfermo serio e pensoso ora faccio cadere il giornale lui lo raccoglie e miguarda coisuoi occhichiari devono essere chiari mi guarda esorride ecco il suo fazzolettino damigella ohhh grazie mio bel cavaliere sbattendo unpò lepalpebre ohhh ohhh le punte dellemiadita acontatto dellasua cavalleresca mano ohh mia dolcedamigella ma è il destino sissì mio cavaliere il destinosì occhiazzurri del principeazzurro ma voi la man mi trattenete arrossir mi fate far la ritrosa io devo sississì macché macché lui lì fermo io qui afarfinta lui lìfermo col suo mare ora mi giro e glidico macchéguardi mai dimmelo acché pensi far cadere la rivista no è come dire machebeltempo eluilì fermo luipensoso ora mi alzo e vado magari misegue eppoi eppoi no questo rimane qui e se chiudo la rivista e sospiro unpò ennò sepoi non parla misentoscema macomeseipensoso mi piaci sai pensoso entrare nei meandri dei tuoi pensieri conoscerli econoscerti la tuamente mintriga cavaliere eh sisì mintriga ma tu dimmiqualcosa nontimangiomica lui pensa e pensa ma da bambino chissà comera unbambino pensoso e lamaestra glidice ma a che pensi sempre eppoi sa signora suofiglio è intelligente ma è distratto ecco dietrolalavagna e la campanella che suona e laclasse chescappa e lui laddietrolalavagna classe vuota lui là a pensare mio caro bel tenebroso ma lei lo sa dica lo sa che stiamo condividendo questo muretto al sole e midica sì midica leparbello star lì e nondirnulla e io qui e tu pensi e non so a che pensi non lo so
e vorrei saperlo
vorrei sississì vogliosì vorrei vorrei vorrei saperlo
vorrei
sapere
uno
un tuo pensiero uno

Cinque anni prima. Lì su quel muretto. E lei stava ormai per andarsene quando era passata una ragazza su pattini a rotelle, tutta trafelata, e si era fermata davanti a loro, domandando che ore fossero. Le avevano risposto insieme, all’unisono, poi si erano guardati ed erano scoppiati a ridere davanti alla ragazza stupita.