venerdì 1 febbraio 2008

VERA - 4. Volare sognando


Sempre seduta sul muretto della rotonda sulla spiaggia di Tel Aviv, di fronte al The Opera Tower, Vera si era persa nei ricordi di cinque anni prima. Era così presa dal rivivere quegli avvenimenti che ebbe un sussulto quando fu richiamata alla realtà dagli strilli acuti di una bambina che non voleva saperne si seguire la madre fuori dalla spiaggia.
Vera seguì senza interesse la scena del recupero della bimba da parte della madre: la aveva afferrata saldamente per la mano e la trascinava via dicendo seria qualcosa, mentre la piccola tirava nel senso opposto piangendo.
Rimase lì, seduta sul muretto, fissando il mare. Quella sua mattinata primaverile, così bella e radiosa, non si stava rivelando spensierata come aveva desiderato. Respirò profondamente l’aria di mare, chiudendo gli occhi per godersela meglio, avvertendo il calore piacevole del sole sul viso.
Chissà Iul dove si trovava ora… Da quanto non lo vedeva! Cinque anni. Guardò istintivamente verso il mare, all’orizzonte. Girò il viso verso destra, guardando oltre l’orizzonte del mare: l’Italia doveva essere in quella direzione…
“Sei mai stata in Italia?”
“No, mai. Il mio sogno è visitare Milano.”
“Milano?”
Rammentò la scena buia di quella sera, mentre passavano vicino ad Herzliya, tornando dalla cena sul lago di Tiberiade. Riudì le proprie parole, distintamente.
“Il mio sogno è visitare Milano.”
Riprovò la stessa gioia così ingenua e pura nell’esprimere quel suo desiderio. Rivide lo stupore così semplice e sincero di Iul.
“Milano?”
Il mio sogno è visitare Milano. Milano? Milano. Il mio sogno è visitare Milano. Milano. Il miosogno è visitaremilano milano? ilmiosognovisitaremilano…
Ma se la sua era stata gioia pura (e lo era stata), quando aveva espresso quel desiderio, che sentimento era mai stato quello provato il venerdì successivo? Euforia indicibile? Felicità?
Iul le aveva telefonato la sera dopo quella prima domenica trascorsa insieme. Parlando di come avevano trascorso la giornata, Iul le aveva detto che era stato a ritirare il passaporto che aveva rinnovato. E poi aveva buttato lì, per caso:
“E tu lo hai il passaporto?”
“Sì, certo. Lo tengo sempre nella borsetta… Ti sembrerò sciocca, ma lo tengo sempre con me da quando diventai maggiorenne.”
Quando gli era venuta l’idea? Quel lunedì? O già la sera prima, quando passavano in macchina vicino ad Herzliya? Il mio sogno è visitare Milano. Milano?
Al telefono, quel lunedì sera, Vera era emozionata. Aveva sperato in quella telefonata. E ora lui era lì al telefono con lei. Udiva la sua voce, la sua voce bella e gentile.
“E tu che hai fatto, oggi?”
“Lavorato alla caffetteria.”
“Sei stanca?”
Quella domanda le trasmise un senso di tenerezza per l’interesse che Iul le mostrava.
“Non tanto. Risento ancora della bellissima giornata di ieri…”
“Possiamo ripeterla, se ti va.”
“Mi piacerebbe molto.”
“Quando hai la tua giornata di riposo?”
“Questa settimana?”
“Sì.”
“Questa settimana, venerdì prossimo. Pensa! Venerdì, sabato e domenica… tre giorni di vacanza!”
E mentre terminava la frase si era pentita di averlo detto. Non voleva dargli l’impressione di essere disponibile. Aveva sentito che arrossiva, mentre lo diceva. Iul però non ci aveva fatto caso.
“Venerdì? Ma è stupendo, Vera! Se ti va, potremmo vederci venerdì.”
“Volentieri. Dove vorresti andare?”
“Sorpresa. Lo saprai venerdì.”
Questa volta fu Iul a pentirsi di aver parlato. Aggiunse in fretta:
“Vedremo di fare qualcosa di speciale. Tu ritieniti impegnata per tutta la giornata.”
“Agli ordini, capo!”
Risero, divertìti.

Il giorno successivo, martedì, Vera attese invano una telefonata di Iul. Il giorno triste per lei fu però mercoledì: Iul non chiamava ancora. Non che si fossero messi d’accordo in tal senso, ma lei se lo aspettava. La sera di mercoledì era di umore cupo. Si stava ormai preparando per andare a letto quando il telefono squillò. Non aspettava più una telefonata di lui, per cui rispose svogliatamente.
“Pronto.”
“…Cos’hai?”
Vera si riprese subito, assumendo un tono allegro e disinvolto. Lo salutò lasciando trasparire la gioia di sentirlo. Lui rispose al saluto e le domandò di nuovo:
“Cos’hai?”
“Nulla! Una giornata un po’ faticosa, forse. Tu come stai?”
Era sorpresa da come avesse intuito il suo stato d’animo semplicemente da come aveva detto “pronto”.
“Per venerdì è confermato, Vera?”
“Sì, per me va bene. Dove andiamo?”
“Una sorpresa, Vera, come ti avevo detto.”
“Oh, una sorpresa… mi piace. Dove ci vediamo?”
“Passo a prenderti davanti alla caffetteria di Ramat Gan?”
“Per me va benissimo. E’ vicino a casa mia.”
“Allora alle sei?”
“Quando?”, domandò stupita.
“Alle sei del mattino. Fa parte della sorpresa. E’ troppo presto per te?”
“No, ci sono abituata. Ma mi incuriosisci.”

Il giorno dopo, giovedì, fu per Vera una giornata strana, lunga, a tratti nervosa e a tratti esaltante. Non faceva altro che pensare al giorno dopo. Verso sera, quando ormai mancava circa un’ora alla fine del suo turno di lavoro, ripassò mentalmente l’organizzazione dei preparativi. Aveva già deciso di lavarsi i capelli in casa e farsi la piega da sola: non voleva apparire una bambolina appena uscita dal parrucchiere. Rimase un momento perplessa sulle calze. Iniziava a far caldo, ma le sembrò molto più elegante metterle. E poi, alle sei del mattino! Sì, le calze ci volevano. Magari leggere, venti denari. Doveva passare a prenderle, non ne aveva. Ci volevano nere, velate, da mettere sotto la gonna nera a pieghe che aveva deciso di mettersi con la camicetta azzurro carta da zucchero e la maglia di cotone grigio screziato aperta davanti, quella con quei magnifici bottoni grandi. Sì, deciso. E le scarpe ci volevano comode: una intera giornata, e poi dalle sei del mattino! Quelle col tacco basso, sì. E se non appariva così alta, pazienza.
Arrivò all’appuntamento pochi minuti prima delle sei di venerdì mattina. Iul era già lì, in attesa. Scese dall’auto, sorridendole e salutandola di buon umore. La fece accomodare e salì a sua volta. Vera era a suo agio, il nervosismo lasciato dietro l’angolo quando si era immessa nella rechòv Bialìk. Percepì il profumo di Iul. Avrebbe voluto domandargli la marca. Le piacque quel profumo non del tutto amaro, e quella sensazione di pulito. Senza farsene accorgere guardò i dettagli del suo abbigliamento: era elegante e in ordine.
“Una sorpresa, dunque! Ora si può sapere?”
“Non ancora.”
Recitava apposta la parte del misterioso, compiaciuto. Vera era incuriosita davvero. E quando Iul prese l’autostrada verso sud, disse convinta:
“Capito. Si va a Gerusalemme!”
“Chissà!”, fece Iul mantenendosi misterioso.
Lei si arrese, stando al gioco e affidandosi a lui. Quella sensazione di affidarsi le piaceva. Era la prima volta, in effetti, che la provava con Iul. Affidarsi. Non fidarsi, proprio affidarsi. Le piaceva.
“Mettiti comoda, il viaggio sarà lungo.”
“Lungo?”
Vera era sempre più confusa sulla destinazione. Lungo. Gerusalemme allora non poteva essere: una sessantina di chilometri non erano un viaggio lungo. D’altra parte, in quella direzione, sull’autostrada… Eilàt sul Mar Rosso? No, trecentocinquanta chilometri sarebbe stato un viaggio molto lungo, non lungo. E dove, allora? En Ghedi sul Mar Morto?
Iul aveva saputo barare bene. E ci riuscì perfettamente anche quando, commentando il paesaggio e leggendo i cartelli indicatori qua e là, avvicinandosi a Lod, lesse, distrattamente:
“Aeroporto…”
E, sempre distrattamente, le domandò:
“Ti piace volare?”
“Vuoi sapere una cosa? Mai volato.”
“Dici davvero?”
“Sì.”
Iul fece finta di avere una idea lì per lì e uscì dall’autostrada verso l’aeroporto.
“Andiamo a vederli da vicino, almeno! Tempo ne abbiamo.”
E aggiunse scherzoso:
“Un caffè all’aeroporto le va, signora?”
“Perché no?”

Erano seduti ad un tavolino di un elegante bar dell’aeroporto Bel Guriòn. Vera si guardava attorno, osservando tutto.
“Devo confessarti che non solo non ho mai preso un aereo, ma che è la prima volta che metto piede in un aeroporto. So che non è questa la sorpresa, ma grazie. …Sai cosa mi stupisce qui? La calma. Sembrano tutti tranquilli, senza fretta. E’ diverso dalla frettolosità delle stazioni ferroviarie.”
Andando verso l’uscita, Iul la fece fermare davanti al tabellone delle partenze.
“Pensa, Vera… da qui si giungerebbe in poche ore nella tua Italia. Vediamo se c’è una partenza…”
Gli occhi fissi sul tabellone, leggeva a bassa voce i nomi di alcune città europee, muovendo piano le labbra, concentrato. Ci fu un aggiornamento e le finestrelle del tabellone scorsero in fretta, cancellando nomi e creandone di nuovi.
Vera, guardando divertita e pronunciando le sillabe velocemente, fece:
“Fla-fla-fla-fla-fla-fla-fla-flà.”
“Cosa?”
“Il rumore del tabellone… fa così.”
“Rifallo.”
“Fla-fla-flà.”
“Ancòra.”
“Fla-fla-flà.”
E questa volta Vera arrossì un po’. Iul la guardò negli occhi, pieno di simpatia. Lei lo sentì così vicino che provò il bisogno di essere abbracciata.
“Guarda, Vera…”
“Dove?”
“Là sul tabellone…”, indicava con un dito. Lesse:
“LY 381 - 7.40 - Milano.”
“Cosa vuol dire LY?”
“E’ la sigla della compagnia aerea, El Al, e 381 è il numero del volo. C’è un aereo alle 7.40 per Milano.”
In quel momento una voce femminile, bella e melodica, si diffuse dagli altoparlanti:
“Chiamata per il volo El Al 381 per Milano. Uscita numero cinque.”
“E’ il nostro volo. Chiamano noi, Vera.”
Vera lo guardava incredula, con occhi semplici e incantati come quelli di una bimba di fronte a qualcosa che la sorprende. Iul si era fatto serio e calmo. E’ il nostro volo, chiamano noi, Vera. Le sue parole riecheggiavano nella mente di Vera, mentre lo guardava stupefatta. Ma gli occhi chiari di lui non avevano neppure un’ombra: erano seri e sinceri, trasparenti. Il nostro volo, chiamano noi.La prese con gentilezza sottobraccio.
“Andiamo.”
La stessa voce ripeté dagli altoparlanti:
“Chiamata per il volo 381 della El Al per Milano. Uscita numero cinque.”
Vera udì quell’annuncio, questa volta, come se fosse diretto proprio a lei. Ne fu emozionata. Il nostro volo, noi.
E mentre la voce lo ripeteva in inglese, seguendo Iul che la teneva sottobraccio, Vera si accorse che stava tremando. Noi. Nostro.