Ultima chiamata per il volo El Al 488 per Tel Aviv. Vera riudiva nella sua mente quelle parole. Strano come le fossero rimaste impresse insieme a quella scritta che aveva letto sullo zaino accanto ad una ragazza addormentata su una poltroncina all’aeroporto. Forse perché mentre leggeva quella frase sullo zaino, dove l’occhio le era caduto per caso, proprio in quel momento c’era stata la chiamata dall’altoparlante.
Vera si era alzata dal muretto sulla spiaggia, su cui era seduta. Si era tolta le scarpe e aveva camminato sulla sabbia fino in prossimità della battigia. Aveva guardato l’orizzonte, dove finiva la vista del mare. Poi aveva alzato lo sguardo verso le nuvole e aveva visto un aereo, silenzioso e luccicante per i riflessi del sole. Lo aveva seguito con lo sguardo fino a perderlo di vista. E quando aveva abbassato gli occhi sulle piccole onde davanti a lei, la sua memoria aveva rievocato quella voce. Ultima chiamata per il volo El Al 488 per Tel Aviv. E subito aveva rivisto la scritta sullo zaino: Dio c’è.
Ultima chiamata per Tel Aviv. Il nostro volo. Ultima chiamata. Ironia? Profezia? Ultima, l’ultima. Dio c’è. Aveva un senso tutto ciò?
Rammentò la ‘amidà, la parte da recitare in piedi della minchà, la preghiera pomeridiana. Mio Dio, ho peccato, ho trasgredito, ho commesso colpe, sono responsabile, ma tutto questo non mi è giovato a nulla. Tu sei stato giusto per quanto mi è capitato, poiché hai operato con senso di giustizia, mentre io ero colpevole. Era dunque questione di giustizia? Aveva raccolto semplicemente quello che aveva seminato? Forse doveva solo andare così: le cose belle, quelle vere, non durano. Già non durano di loro, figurarsi se potevano durare per lei. Ma intanto era capitato proprio a lei, Vera, di provare l’amore vero, quello unico e irripetibile.
Quella sera, a Milano, dopo aver svuotato buona parte del cassetto segreto del suo animo, si sentiva sollevata. Era stanca, esausta, ma Iul aveva saputo confortarla. Durante il viaggio di ritorno era stato tenero e premuroso. La aveva fatta sentire protetta e al sicuro, specialmente quando le aveva aggiustato la coperta dopo che avevano reclinato le loro poltrone nella semioscurità dell’aereo.
“Ora cerca di dormire…”
E lei aveva dormito davvero. Ne aveva bisogno. Si era svegliata solo un paio di volte, per pochi secondi: giusto il tempo di ricordare dove fosse, sentendo il rumore dei motori. E subito si era riaddormentata con il pensiero che Iul era accanto a lei. La seconda volta, prima di richiudere gli occhi, aveva perfino visto le stelle, nitidissime, oltre l’oblò.
Prima dell’atterraggio, a bordo avevano servito del caffè e Vera lo aveva particolarmente apprezzato. Si era sentita ristorata, pronta per affrontare di nuovo la vita. E aveva apprezzato il sole d’Israele, uscendo dall’aeroporto Ben Guriòn. Noi la chiamiamo la terra. Aveva rivisto le palme. Era a casa. Scesa dall’aereo e salita alla terra.
Alle sei del mattino di quel sabato Iul la aveva lasciata sotto casa, abbracciandola.
“Non dimenticare la tua rosa…”
“Grazie…”
“E c’è un’altra cosa per te.”
Gli occhi di lei, stanchi, lo interrogavano. Solo Iul poteva interpretare il significato di quella impercettibile piccola luce che si accendeva appena al fondo del color mare dei suoi occhi.
“…Per me?”
La sua voce era quasi timida, ma dolce.
“Per te.”
Iul le porse il pacchettino che aveva tratto dalla tasca.
“Ora vai…”
Fece segno di sì col capo. Gli sorrise. Scomparve dentro casa.
Appena entrata lasciò cadere la borsetta sul tavolo della cucina e si recò in camera da letto. Si coricò sopra le coperte, senza neppure togliersi le scarpe. Aveva ancora la rosa in mano. Si girò di lato per appoggiarla sul comodino e, nel farlo, guardò il cassetto. Ogni donna ha un cassetto segreto. Si lasciò cadere di nuovo sul letto. Teneva tra le mani il pacchetto di Iul. C’è ancora una cosa per te. Era stata lì lì per rispondere: “Sei proprio l’uomo delle sorprese”, con l’intenzione di fargli piacere. Ma si era fermata in tempo, nel timore che lui pensasse: “Anche tu sei la donna delle sorprese”. Aveva voglia di piangere, ma non ci riusciva. Si fece forza e scartò il pacchetto. Lesse il titolo sul CD: Charles Aznavour. Sorrise. Poi scorse i titoli delle canzoni… ed ebbe un tuffo al cuore quando il suo sguardo si fermò su un titolo: Lei.
Pianse.
Da quanto tempo squillava il telefono? Fece uno scatto giù dal letto e corse nell’altra stanza.
“Pronto?”
“Buonasera, Vera.”
Era Iul, e parlava con allegria.
“Buonasera? …Ma che ore sono?”
“Quasi le sei. Di sera, ovviamente. Dormivi ancora?”
“Sì…”
“Immaginavo… non rispondevi al telefono.”
“Il telefono… io sentivo uno squillo, ma sognavo che la hostess andasse a rispondere…”
Iul rise di gusto. E lei dietro a lui, trascinata dal suo buon umore. Si era seduta, e si stava togliendo le scarpe usando un piede sull’altro.
“Tu hai dormito?”
“Dormito. Ma, ahimè, non ho sognato la hostess.”
“Sciocco.”
“Ho un invito da farti, ma ho un dubbio…”
“Un dubbio?”
“Non so se invitarti a… a colazione o a cena.”
Sorrise, divertita. E, contagiata dalla disinvoltura di lui, si sorprese a dire:
“Facile… prima a cena e poi a colazione.”
“Oh… questo è un programma che mi piace davvero. E dimmi, per cena preferisci caprini e sgombri o una pizza?”
“Stasera… rigorosamente ebraico!”
“Approvato. A che ora passo?”
“Il tempo di fare una doccia… alle sette?”
“Alle sette.”
Vera aveva ritrovato il benessere del giorno prima. Mentre giravano in auto per Tel Aviv, tra le prime luci che si accendevano nel crepuscolo, alla ricerca di un buon ristorante, sentiva in sé quella stessa gioia che aveva provato il giorno prima a Milano. Non era esuberanza, si trattava piuttosto – se così si poteva dire – di una specie di “realizzazione dell’anima”. E per lei anima significava corpo e mente e cuore e animo, tutto insieme. Il suo naturale piacere per le cose della vita era in quei momenti pienamente goduto. Provava quel senso pieno di rilassamento che viveva ogni volta che aveva raggiunto una meta; sprigionava vivacità ed energia, se pur contenuta dalla sua timidezza.
Quella sensazione di benessere era proseguita anche a tavola. Iul era naturale, spontaneo, sereno: questo le dava conferme. La buona cena completava il suo sentirsi appagata, perché Vera sapeva amare anche la buona tavola. La carne era cotta a puntino, le salse eccellenti. Conversavano piacevolmente.
“Dimmi del tuo lavoro.”
“Che vuoi sapere?”
“Come sei sul lavoro?”
“Posso citarti le parole del mio psicologo…”
Vera era allegra, sorseggiava la sua birra. Pur non essendo necessariamente disinvolta e brillante, nei rapporti umani era socievole e simpatica, adattabile. Ma lì con Iul era tutta un’altra cosa: era se stessa.
“Sentiamo…”
“Dunque… parole sue: lei, signora, è una lavoratrice, è laboriosa, sa caricarsi di impegni anche onerosi e sono certo che sia molto apprezzata per la sua disponibilità verso gli altri; la sua natura la porta a prediligere un lavoro fisso, ma negli affari riuscirebbe bene, perché ha fiuto e saprebbe muoversi con calcolo e diplomazia ma senza intrighi. Questo.”
“Ed è vero?”
“Vero.”
Dopo cena fecero due passi sul mare. Iul le domandò se avesse piacere di ascoltare un po’ di musica in qualche locale.
“Musica, sì. Mi piace molto la musica. Ma non in qualche locale. Mi piacerebbe ascoltare con te un certo CD che ho casa.”
Si erano baciati appena richiusa la porta. Vera aveva ancora la sua borsetta in mano. Non aveva mai provato un desiderio così forte di fare l’amore. Si sentiva consapevole del proprio potere di seduzione, e questo aumentava la sua voglia che si faceva ansiosa. Iul sapeva percepire perfettamente i fervori interiori di lei, sapeva intuire attimo per attimo i suoi desideri.
Sulle coperte dove solo poche ore prima dormiva, Vera si abbandonava alla tenerezza di lui. Iul si stava rivelando dolcissimo oltre il modo che lei aveva immaginato. Provava un’estasi mai conosciuta e neppure mai immaginata. Iul sapeva seguire i ritmi di lei, sapeva anzi rallentarli sapientemente: sapeva far crescere il suo desiderio fino al limite del sostenibile. Con la sua calma dolce e tenera le prestava tutte le attenzioni. Il piacere di lui era nel sentire il piacere di lei.
Vera provò un brivido deliziosissimo che le percorse tutto il corpo e le fece girare la testa: Iul aveva appoggiato con soavità le sue labbra sulla parte tenera a metà del braccio di lei, dietro il gomito, e vi aveva indugiato sfiorandola e baciandola delicatamente.
Non aveva fretta di spogliarla. Si insinuava anzi - ora con le labbra e ora con le dita - tra gli abiti di lei, in un gioco che la accendeva di più. Baciandola in questo modo era sceso con le labbra appena sotto la gonna di lei, sulla sua pelle che fremeva, baciandola dolcemente prima sopra il ginocchio e poi all’interno delle gambe, vicino al ginocchio. Lentissimamente era risalito con le labbra più su, continuando a baciarla all’interno delle gambe, spostando piano la gonna di lei con il proprio viso, ma senza scoprirla del tutto. Vera fremeva nell’attesa.
E si morse un labbro per l’insostenibilità di quella esasperazione quando le labbra di lui si erano arrestate e avevano poi iniziato a ridiscendere. Vera stava per provare un momento di irrequietezza, di nervosismo, quando fu invece nuovamente sorpresa ed ebbe un sussulto improvviso per il piacere intensissimo che la invase quando lui la baciò con delicatezza e indugio proprio come aveva fatto prima, ma questa volta nella parte tenera a metà gamba, dietro il ginocchio.
Iul era preso dall’odore intimo di lei, che lo confondeva. Vera era completamente distesa, le mani lungo il corpo, aggrappata con le dita come artigli alla coperta, tesissima, muovendo piano il bacino sotto il viso di Iul. Con gli occhi semichiusi disse sottovoce, lentamente:
“Guarda che sei fai così…”
Ed era, insieme, una giustificazione ed un invito a non fermarsi.
Sul comodino, sopra il cassetto segreto, una rosa rosso cupo era ancora viva nel suo vaso di vetro trasparente.
venerdì 1 febbraio 2008
VERA - 10. Estasi
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
2/01/2008