venerdì 1 febbraio 2008

VERA - 6. Spumeggiante gioia


Usciti dall’aeroporto di Milano Malpensa, Vera si guardò in giro, felice e stupefatta di essere lì.
“Sembra Tel Aviv, solo non ci sono le palme. Anche l’odore è diverso. E non fa caldo.”
“Ora tocca a te, Vera.”
“A me?”
“Non so una parola di italiano, a parte ciao. Sei tu quella che deve parlare.”
“E’ vero!”
Vera era tra l’emozionato e l’entusiasta. Domandò a Iul:
“Ma dove andiamo?”
“Cosa conosci di Milano?”
“In teoria tutto… A casa ho delle guide e delle mappe, e anche dei libri su Milano. In questi anni li ho letti, cercando sulle cartine i luoghi. Non sai quante volte sono andata in giro per la città con la fantasia, percorrendo i posti di cui mio nonno mi parlava.”
“Iniziamo dal centro?”
“Sìì! …Piazza del Duomo, allora.”
“Cosa?”
Kikàr scel haknesìah.”
“Bene. Andiamo, Vera. Prendiamo un taxi.”

“Rientrate da molto lontano?”, domandò la tassista a Vera.
“Sì, da lontano, ma non rientriamo. E’ la prima volta che veniamo in Italia.”
La tassista, per un attimo, si girò stupita a guardare Vera.
“La prima volta? Ma lei parla perfettamente italiano.”
“I miei genitori erano italiani. In casa abbiamo sempre parlato italiano.”
“E dove abita ora?”
“Israele.”
Ossignùr… E’ lontano davvero.”
“Sì. Mi sembra un sogno essere qui.”
“Vi fermate molto?”
“Saliamo stasera.”
“Salite?”
Vera ridacchiò, confusa. Poi spiegò:
“Mi scusi. E’ un modo di dire ebraico. Noi non diciamo, per esempio, andare in Italia e tornare in Israele. Diremmo scendere in Italia e salire in Israele. Per noi Israele è idealmente sopra le altre nazioni, come se fosse in alto, per questo diciamo scendere e salire.”
La tassista si girò ancora, ma questa volta guardò Vera con sussiego. Questa si sentì in dovere di spiegare.
“Non si tratta di altezzosità o presunzione. Fa parte del nostro retaggio biblico. Allo stesso modo, noi non chiamiamo Israele la nostra nazione.”
“E come la chiamate?”
“La terra. Per cui, per dire andiamo in Israele diremmo saliamo alla terra.”
“Capisco.”
Iul seguiva divertito la loro conversazione, pur non capendo neppure di cosa stessero parlando. La tassista aveva ripreso ad occuparsi del traffico, in silenzio. Vera cercò la mano di Iul e, tenendola stretta, gli disse:
“Che cosa strana e bella! Parlo in italiano e capisco tutto benissimo. Lo parlavo solo in casa con i miei. E ora lo parlo qui, per davvero! Pensa, la tassista mi ha scambiata per italiana.”
Iul si godeva la gioia di lei. Era eccitata come una ragazzina che esce per la prima volta di sera con le amiche. Si guardava attorno con occhi meravigliati, osservando i palazzi vecchi della città, i tram, i filobus. Intanto continuava a stringere la mano di Iul, nervosamente, tanto era eccitata.
Scesero in Piazza Duomo.
Tenendo ancora Iul per mano, Vera guardava il Duomo incantata, lo sguardo rivolto in alto verso la Madonnina. Anche Iul era sorpreso da quella magnificenza. Se non fosse stato per il fatto che vestivano bene e con gusto, sarebbero sembrati – lì in piedi incantati, tenendosi per mano – due provinciali che venivano in città per la prima volta.
Vera si volse verso Iul. I suoi occhi scuri erano umidi, colmi di stupore e di gratitudine.
Entrarono nel Duomo e visitarono la chiesa, parlando a bassa voce nella semioscurità. Si udiva il suono dell’organo a canne. Odore di incenso. Lei ebbe quasi freddo e fu contenta di aver optato per le calze a venti denari, anche se ora avrebbe apprezzato quelle a trenta.
Usciti, ritrovarono la luce e il calore del sole. Decisero di salire fin sopra il tetto del Duomo. Camminando tra le guglie e osservando il panorama, Iul si rammaricò di non aver con sé una macchina fotografica. Vera disse con impeto:
“Una piccola sorpresa forse posso farla io, questa volta.”
Estrasse dalla borsetta una piccola macchina fotografica.
“L’avevo portata per fare delle foto con te, oggi. Spero non ti dispiaccia.”
“Tutt’altro. Sei previdente, Vera.”
Lei provò orgoglio nel vedere riconosciuta la sua bravura nell’organizzarsi. Anche se non sempre era soddisfatta della propria vita, sapeva di essere brava nel gestirla.
Fermarono un turista giapponese, chiedendogli a gesti di scattar loro una foto. Poi risero, felici.
“Vera, hai appetito? E’ quasi l’una. Per noi sarebbero le due!”
“Ho appetito, sono felice, sono strafelice, sto vivendo un sogno. Ti basta? Devo continuare?”
“Dimmi come fa il tabellone dell’aeroporto.”
“Flaflaflà.”
Risero di nuovo, divertendosi. Lei lo abbracciò e lui la tenne stretta. Si baciarono. Non riuscivano a staccarsi l’uno dall’altra. Iul la baciava delicatamente sul collo, scendendo con le labbra fin dentro il colletto della sua camicetta, sulla spalla, avvertendo l’odore di lei che, unito al suo profumo che ormai conosceva, lo esaltava; continuava a baciarla con calma, indugiando sulla sua pelle, sentendo la morbidezza dei seni di lei che premevano contro il suo petto, percependo nel suo respiro la piacevolezza del tormento che lui le dava, avvertendo i fremiti improvvisi da cui era impercettibilmente scossa nelle punte di esasperazione. Fu egli stesso intimamente turbato quando lei, tenendo le proprie mani sul petto di lui, vicinissima, lo guardò negli occhi con uno sguardo sicuro e penetrante e ardente e fermo e provocante e audace che non le conosceva e che non avrebbe sospettato, e gli disse calma, piano, sottovoce:
“Bada… se fai così…”
Una scolaresca vociante, disordinata e chiassosa, irruppe nella zona del tetto dove si trovavano, non badando a loro che avevano fatto appena in tempo a ricomporsi.

Percorso un tratto di Corso Vittorio Emanuele svoltarono in Via Beccaria, verso Piazza Fontana, alla ricerca di un ristorante. Vera camminava sottobraccio a Iul, stringendolo. Si fermò di colpo, esclamando:
“Non ci posso credere!”
“Cosa?”
“Questa insegna… guarda: Crota Piemunteisa.”
“Che vuol dire?”
“E’ in un dialetto italiano. Mi ero quasi dimenticata che mio nonno me ne accennava ogni volta che in casa si parlava di vino… In italiano sarebbe Cantina Piemontese.”
“E significa?”
Martéf scel Piemonte.”
“Piemonte?”
“E’ una regione italiana, a nord-ovest. Ma è incredibile! Sembra uscita da una favola di mio nonno… Guarda l’interno come è vecchio…”
“E che ti diceva tuo nonno?”
“Beh, parlando con mio padre elogiava i vini del Piemonte, e lui diceva: ‘Preferisco il buon vino del Carmelo’, e mio nonno: ‘Tu di vini non ne capisci niente’”.
Imitava la voce burbera del nonno che si rivolgeva a suo padre. Poi, cambiando tono, ne imitava quella dolce che si rivolgeva a lei:
“’C’è un posto a Milano dove si trovano i vini piemontesi. E che panini buoni fanno, Nini; ti piacerebbero tanto’. Dove nonno? ‘Ma alla Crota Piemunteisa!’, e mi strizzava l’occhio.”
Iul riguardava l’insegna, cercando di immaginare Vera da bambina che pendeva dalle labbra del nonno.
“Oggi mi stai facendo felice… Senti!, ti va se pranziamo qui?”
“Qui?”
“Ma sì! O non ti fidi dei panini di mio nonno?”
“Io mi fido di tuo nonno e dei suoi panini. E mi fido di te.”
La condusse dentro, precedendola. Seguendolo, Vera si era adombrata. E mi fido di te: quella frase, detta sinceramente da Iul, la inquietò per un attimo. Approfittando di essere dietro di lui, non vista, ricacciò indietro la sua preoccupazione, riassumendo la sua aria spensierata.
Si sedettero ad un tavolo di legno massiccio, dietro una colonna. Scelsero dei panini con sgombri e caprini stagionati.
“Prendiamo una birra, Vera?”
“Ahi, ahi… E dovremmo fare questo torto a mio nonno?”. Scherzava. Il cameriere pareva indifferente alla loro lingua.
“Vada per il vino, allora.”
“Sì, vada per il vino! Aspetta che lo ordino… Senta, come si chiama quel vino…? Frisa… fresa…”
“Frèisa, signora.”
“Sì, ecco. Ci dia una bottiglia di Frèisa.”
“Bene. Vi servo subito.”
“Lo hai ordinato?”
“Sì, una bottiglia.”
Bott…?”
“Si chiama così in italiano: bottiglia. Ma il nostro termine, bakbùk, mi piace di più, perché imita il suono del vino che scende dal collo della bottiglia…
bak-buk-bak-buk-bak-buk… è suggestivo.”
“Si dice onomatopeico.”
“Suggestivo lo stesso.”
“E come fa il vino?”
“Fa bak-buk-bak-buk.”
“E il cartellone?”
“Quello fa flaflaflà.”
Iul la guardava con occhi innamorati. Lei era quasi estasiata. Il vino rosso, facendo bak-buk, spumeggiava nei loro bicchieri.