
Vera si era rimessa le scarpe sul bordo della strada, dopo essersi scossa dai piedi la sabbia. Che fare, ora? Quella sua mattinata libera, in cui aveva avuto così tanta voglia di camminare sotto il sole, si stava rivelando una giornata colma di tristezza e di nostalgie, nell’odore della salsedine.
Una cosa che la ha interessata davvero una volta la interesserà sempre. Così aveva detto il suo psicologo. Già.
Camminò ancora. Si fermò ad acquistare un quaderno e una penna. Cercò una panchina al sole e si sedette. Aprì il quaderno e ne fissò la prima pagina, bianca. Iniziò a scrivervi.
Sempre: che bella parola. Bella, vera, giusta. Sì, per sempre. Tamìd = sempre. Più bella è leolàm. Sì. Leolàm = per sempre. Parola biblica, a lui sarebbe piaciuta.
Smise di scrivere e richiuse il quaderno con rabbia. Non riusciva a scrivere, a trovare le parole. E poi, a che sarebbe servito?
Quel moto di rabbia le fece venire in mente il periodo buio vissuto con Dani. Quanta rabbia, allora! Istintivamente cercò nella sua borsetta il taccuino su cui aveva annotato tutte le osservazioni dello psicologo, che aveva scrupolosamente raccolte dopo ogni seduta. Cercò la pagina.
Fondamentalmente calma e ponderata, sopporta anche angherie ed offese, ma dietro la sua dolcezza si cela un temperamento coriaceo. Paziente, ma quando viene superato il suo limite improvvisamente esplodono – tutte insieme – irritazione, rabbia e frustrazione. Adotta quindi una tattica tutta sua: un silenzio insondabile. Tiene il muso, prova rancore, diviene permalosa, si chiude nel mutismo, assume un orgoglioso sussiego, rimugina. Gli accessi d’ira non sbolliscono presto. In questo si riconosceva, ma aveva voluto sapere il perché della sua inquietudine. Sfogliò altre pagine del taccuino.
Pur non possedendo grande coraggio e buttandosi raramente, non si scoraggia e persevera con calma, fedele alle proprie convinzioni. Testarda (quasi impossibile toglierle un’idea dalla testa o fargliene adottare una nuova), persiste fino all’evidente impossibilità di continuare. Quando riesce è profondamente soddisfatta. Ma la sua testardaggine le procura incomprensioni. Ha una sua particolare complessità, pur essendo omogenea. Dotata di senso pratico, il suo non è un vero e proprio materialismo. E’ caratterizzata da una certa volontà di dominio e possesso. Anche se ha una certa capacità di iniziativa, tende ad essere abitudinaria. Ha costante bisogno di attenzioni e di presenza. Non sa vivere sola. Diffidente, ma non resiste agli stimoli e ai bisogni. Per affermarsi usa un sistema tutto suo: diviene sottile, occulta le cose, impiega sorrisi e silenzi, mai irruente, non sempre genuina. Ha un grande bisogno di sentirsi protetta. Ha bisogno del grande amore, quello che potrebbe darle sicurezza e stabilità. Quando è innamorata, ama in modo totale. Gelosa e possessiva, tende a rimanere fedele finché riceve amore, attenzioni e interesse, perché necessita di costanti riguardi: le può bastare un fiore o una telefonata, ma deve esserci presenza costante e continuativa. Anche quando il compagno ha dei problemi, tende a pensare a se stessa e non mostra comprensione per le preoccupazioni di lui, che potrebbero far sì che lui la trascuri momentaneamente. Se poi il compagno diviene freddo o indifferente, la sua vita si oscura. Sopporta male i cambiamenti.
Come era vero tutto questo… Ma poi, alla fine, non era anche molto giusto? Cosa aveva cercato, lei, se non un amore, l’amore? E con Iul lo aveva trovato. La sua vera vita era stata con lui. Solo lui la aveva davvero capita e conosciuta.
Iul aveva fatto molto di più. Le aveva fatto scoprire aspetti di se stessa, importantissimi, che credeva di non avere. E glielo aveva dichiarato sinceramente, più di una volta.
“Tu hai fatto di me una donna… Mi hai fatto scoprire qualcosa che credevo di non avere o a cui non davo importanza: la femminilità.”
Con lui si era confidata completamente. Non c’era più nulla che lui non sapesse di lei.
“Sai… le persone che frequento mi considerano una amica per la pelle. Con me sanno che possono parlare di tutto. So dare consigli, so essere premurosa con loro, so apprezzare i consigli che mi danno, anche se poi faccio a modo mio… insomma, quello che voglio dirti è che ho tanti amici, ma pochissimi sono quelli davvero intimi… anzi, nessuno. Solo tu mi capisci davvero, solo con te sento di potermi confidare…”
Ma c’era il suo passato… Le pesava, il suo passato. Ed era sincera quando gli diceva:
“Vorrei averti conosciuto quando avevo tre anni.”
Che fare, ora? Appetito non ne aveva. Continuare la sua passeggiata? E poi, ancora sola? Forse poteva telefonare a qualcuno. A Dror, magari. La avrebbe distratta dai suoi pensieri. Sarebbe stato bello sedersi ad un tavolino e chiacchierare, parlare da vecchi amici. Ma no, poi Dror avrebbe voluto… No, oggi non lo avrebbe sopportato. Forse l’architetto, quello conosciuto da poco. Era gentile e simpatico, si era dichiarato. Forse non proprio dichiarato… era stato esplicito, ecco. Quella sera sul mare, invitata a cena, la prima cena.
“Conosco un posticino…”
“Ah sì?”
Si era trattenuta per non ridergli in faccia. Ma senti! Anche lui conosce un posticino. L’architetto non se ne era neppure accorto.
“Sì.”
“E dov’è questo posticino?”
“Non lontano. E’ a Bat Iam.”
Bel nome, suggestivo: figlia del mare, bat iam.
“E’ davvero carino?”
“Moltissimo. Ci andiamo?”
Eccone un altro che le donne non le capisce. Caro il mio dottor architetto, se ti domando se è carino davvero, tu capiscilo, per favore, che sto dicendo sì, per cui metti in modo e andiamo, magari dicendo “Vedrai che”. E non fare quella domanda cretina, caro architetto e dottore. Ma ti pare che io possa rispondere sì così? Ora dobbiamo continuare il gioco.
“Non so…”
“Come non sai? E’ un bel posto e si mangia bene. Ci andiamo?”
Uffa. Ma che devo fare con te? Ora che gli dico? Tentiamone un’altra, vediamo se capisce.
“Mangiar pur si deve…”
“Sì che si deve. Allora ci andiamo?”
Da strozzare.
“Andiamoci.”
A cena era stato divertente. Un po’ goffo, ma gentile. Poi, il “dopocena”. In macchina ci aveva provato. Lei lo aveva respinto, infastidita da… Come aveva detto alla sua collega Ilàna, quando glielo aveva raccontato?
“Mi ha disturbato il suo odore di erezione.”
“Odore di erezione? Ma si sente?”
“Eccome, se si sente.”
E poi, quella sera, era all’ultimo giorno del ciclo.
Che fare, allora? La cosa più saggia. Tornare a casa e dormire.
Rientrata, si era seduta sul letto, dopo aver indossato la tuta e le pantofole. Le doleva un po’ la gola. Signora, prenda intanto questi antibiotici. E torni a farsi vedere. Il suo punto debole è la gola. Era indecisa se coricarsi e dormire o leggere un po’, magari con la musica in sottofondo. La stessa coperta di allora, di quella prima volta con Iul. Guardò il ripiano del comodino e sorrise a se stessa evocando l’immagine della rosa nel vaso. Poi guardò il cassetto e pensò alle cose di Iul che vi conservava. Le sue lettere, in particolare. Tutto in una bella scatola a fiori, ben separata dalle altre cose che il cassetto conteneva. Rileggere quelle lettere? No, non ne aveva la forza.
Si coricò, stanca. Le pareva così lontano quel tempo… eppure tutto rimaneva nitido e preciso. Non so se invitarti a colazione o a cena. Facile: a cena stasera e a colazione domattina. Quella notte avevano dormito un po’, alla fine. Ma nel sonno, girandosi nel letto, si erano sfiorati e poi abbracciati, facendo di nuovo l’amore. E verso le sei del mattino Iul, accarezzandole il viso, le aveva domandato:
“Hai appetito?”
“Moltissimo”
“Scendo io a prendere qualcosa.”
“No, vado io… conosco i posti.”
“Nossignora. Un invito prima a cena e poi a colazione, giusto? Tocca a me. Prepara il caffè, intanto.”
Era rientrato con pìta e falàfel, presi caldi al carrettino di un arabo all’angolo della strada. Avevano fatto colazione con gusto, felici. Avevano anche riso e scherzato. Vera era al settimo cielo.
Vera si era addormentata, sognando le sue scale con quegli strani gradini alti e impossibili da salire.
Sul ripiano del comodino non c’era una rosa color rosso cupo.
venerdì 1 febbraio 2008
VERA - 11. Salsedine
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
2/01/2008