domenica 27 gennaio 2008

Imprevisto e imprevedibile


Era successo allora.
Io non più ragazza e non ancora donna,
con l’amico di sempre,
lui compagno di giochi e poi di libri.
Ero stata un po’ confusa,
nell’emozione di varcar la soglia
di un mondo sconosciuto.
Ma lui fu dolce, fu affettuoso.
E io gustai poi, col tempo, un po’ alla volta,
quel mio crescere del desiderio
e quel piacere nell’accogliere il suo.
Divenne così un far l’amore tranquillo.
Eravamo felici? Sì, lo credevo.

Il momento più bello era per me il dopo:
io rannicchiata contro di lui appagato,
il nostro fitto chiacchierare in complicità.
E quel mio struggimento del mio corpo non saziato.
Era quella la conseguenza naturale dell’amore?
Lo credevo, sì.
Avvertivo, ogni volta, il suo piacere intenso
che nel culmine lo scuoteva
e lo appagava appieno.
E io riandavo già con nostalgia
al nuovo incontro,
nel desiderio mio non ancora spento.
Era forse nella natura delle donne
non toccare, come lui, un culmine?
A volte il dubbio, ma poi credevo che sì.

Tanti anni così, da allora.
E una sera – io ormai donna –
ci fu lo sguardo di uno sconosciuto.
Quello sguardo che mi guidava.
Quello sguardo che mi attraeva.
Quello sguardo poi così vicino,
quella notte stessa, nel suo letto.
E fu tutto, d’un tratto, nuovo: io tornata come vergine.

Fu forse per l’intensità - quasi dolorosa - del desiderio.
Fu forse per il furore delle sue mani.
Fu la vertigine che mi fece volare.
Fu la sua generosità sapiente.

Ed emerse così,
improvvisa, imprevista, imprevedibile, inimmaginabile,
dal di dentro del mio ventre,
veloce nell’irrefrenabile crescendo,
lunga e intensissima,
piacevolissima fino ad annebbiarmi,
stupefacente nel sorprendermi,
indicibile nell’estasi a dismisura,
insostenibile nel colmarmi,
l’onda sconosciuta che si irradiò e si diffuse
per tutto il mio corpo, possedendolo.

Che mai mi accadeva?
Perché non era successo mai?
E come mai ne avevo fatto senza?

Piangevo. E singhiozzavo.
Affranta.
Felice.