venerdì 25 gennaio 2008

Impazzita


Per la prima volta lo vidi una sera,
a casa della mia amica più vera.
Immerse nelle pagine dei compiti di scuola,
ridevamo, scherzando: lo studio soltanto ti fa sentire sola.
Di lui sapevo che era un po’ incosciente e separato,
lui padre della mia amica, maturo e navigato.
Di lui sapevo che era strano,
che sua moglie era fuggita lontano.
La mia amica ne parlava con affetto:
ero curiosa di conoscerlo, lo ammetto.
Così lo vidi quella sera e ne rimasi folgorata:
occhi intriganti, sbarazzino l’aspetto, divertente la risata.
Una battuta e se ne andò, lasciandoci a studiare.
Io ferma lì, incantata, il vuoto a fissare.
Sondai il terreno: donne ne avrà, è affascinante.
Troppo stupita la mia amica: cambiai discorso in un istante.
Ma quell’incontro, sì, mi rimase nel cuore.
E tutto confessai ad un’altra amica mia, senza timore.
Mi disse ch’ero matta e lui un vecchio.
Ma io continuai a fantasticare, e parecchio.
E un giorno lo ritrovo all’uscita dalla scuola:
un complimento per la mia maglietta blu. E la mia fantasia ancor più vola.
Tramortita, davvero, per l’emozione, negli affanni:
io completamente fusa, con i miei sedici anni.
Da quel giorno sempre in blu, con mia madre preoccupata
nel vedermi sempre più imbambolata.
E i pomeriggi, proprio tutti, a studiar dalla mia amica,
inventando che con mia madre, a casa mia, non si poteva mica.
Ogni tanto lui passava, un po’ di fretta.
Gentile, sì, ma trattandomi come una bimbetta:
nulla più che un’amica della figlia, una ragazza.
Spazientita, volli aggiustarlo io, facendo una cosa pazza.
Un pomeriggio in cui la mia amica non c’era
mi presento da lui a palesar la mia intenzione vera.
Molto scollata la maglietta blu, cortissima la gonna,
rubate a mia madre le scarpe coi tacchi alti, da donna,
raccolti i capelli, vistosamente truccata:
ecco, fu questa la mia folle trovata.
Viene ad aprire, rimanendo con un palmo di naso.
Mi riconosce a stento. Ma stavo andando forse ad una festa, per caso?
Sua figlia non c’è e non lo sa se viene.
E io, decisa, dico che lo so e lo so bene.
Son lì per lui, ma non potrei entrare?
Ho bisogno proprio con lui di parlare.
Condotta dentro, da dove iniziare? Non lo so, sinceramente.
Decido allora di parlar liberamente.
Li trovo insulsi e vuoti i miei compagni, per la loro immaturità:
non penso che a lui, ecco la pura verità.
E’ stupito. Mi ferma. Sto troppo correndo.
Forse è turbato, di certo, e lo comprendo.
Lo guardo negli occhi e, no, non è turbamento.
E’ rimprovero, lo capisco in un momento.
Sta lì e mi guarda, e sembra guardar la figlia:
io vorrei scomparire lontano mille miglia.
Dice che gioco a far la donna e son ragazza appena,
fa il brusco apposta, dice che gli faccio pena.
Con gli occhi pieni di lacrime scappo via.
Oltre non voglio ascoltare, voglio tornar di corsa a casa mia.

Nessuno, per fortuna, l’ha saputo mai.
Or mi vergogno, disamorata ormai.
Furon parole dure che han scavato nel profondo.
Pur malati, sembra che mai si tocchi il fondo.
Ma tutto passa, passa tutto a questo mondo.