Era mattina, al primo albeggiare, quando mi svegliai.
Era mattina. La mattina dopo.
Immobile – d’un tratto desta – mi domandavo chi fosse mai,
lui girato di là, la sua schiena nuda davanti a me.
E io, io, chi ero mai?
Era stato così per anni e anni, sin dai miei quasi vent’anni.
Un incontro furtivo, uno sguardo di complicità,
un brivido a fior di pelle, poi l’intimità.
Eran notti di piacere.
Notti senza nessuna vera essenza:
uomo maturo o giovane timido per il suo timore
o il ragazzo della mia amica del cuore,
non faceva differenza.
Importante era avere un uomo per me,
per una notte almeno, senza ma e senza se.
Ero birichina, o farfallina. O, forse, solo ragazzina.
La felicità mi toccava di diritto:
dopo il primo amore deludente,
un amante migliore sarebbe stato un bravo esploratore
della mia intimità.
Sarei stata una donna vera, almeno per una sera.
In verità, ero io che corteggiavo:
nell’insicurezza e nella mia vivacità mai ferma,
cercavo – anche nell’uomo di passaggio – una conferma.
Per sentirmi più bella e più desiderata,
per lasciar in tutti gli uomini incontrati
una traccia di me – anche in quelli di una serata.
Per lasciar loro un marchio mio, un segno indelebile anche dal loro oblio.
Persa nelle loro voci, le assaporavo al buio, con gli occhi chiusi.
Stordita dai complimenti sotto le lenzuola,
gemevo poi dei gemiti proibiti.
Nell’incertezza, volevo andar più oltre,
cercar seduzioni più forti e piaceri più intensi da gustar sotto una coltre.
Quella mattina, sveglia d’un tratto, fu la consapevolezza.
Lui girato di là, la sua schiena nuda davanti a me, così estranea.
E io, io, chi ero mai?
Oggi sto scoprendo, giorno per giorno,
una femminilità mia.
Più intensa.
Più profonda.
E più ricca.
Più ricca di tante sfumature.
sabato 26 gennaio 2008
Pagina di diario
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
1/26/2008