venerdì 1 febbraio 2008

VERA - 11. Salsedine


Vera si era rimessa le scarpe sul bordo della strada, dopo essersi scossa dai piedi la sabbia. Che fare, ora? Quella sua mattinata libera, in cui aveva avuto così tanta voglia di camminare sotto il sole, si stava rivelando una giornata colma di tristezza e di nostalgie, nell’odore della salsedine.
Una cosa che la ha interessata davvero una volta la interesserà sempre. Così aveva detto il suo psicologo. Già.
Camminò ancora. Si fermò ad acquistare un quaderno e una penna. Cercò una panchina al sole e si sedette. Aprì il quaderno e ne fissò la prima pagina, bianca. Iniziò a scrivervi.

Sempre: che bella parola. Bella, vera, giusta. Sì, per sempre. Tamìd = sempre. Più bella è leolàm. Sì. Leolàm = per sempre. Parola biblica, a lui sarebbe piaciuta.

Smise di scrivere e richiuse il quaderno con rabbia. Non riusciva a scrivere, a trovare le parole. E poi, a che sarebbe servito?
Quel moto di rabbia le fece venire in mente il periodo buio vissuto con Dani. Quanta rabbia, allora! Istintivamente cercò nella sua borsetta il taccuino su cui aveva annotato tutte le osservazioni dello psicologo, che aveva scrupolosamente raccolte dopo ogni seduta. Cercò la pagina.
Fondamentalmente calma e ponderata, sopporta anche angherie ed offese, ma dietro la sua dolcezza si cela un temperamento coriaceo. Paziente, ma quando viene superato il suo limite improvvisamente esplodono – tutte insieme – irritazione, rabbia e frustrazione. Adotta quindi una tattica tutta sua: un silenzio insondabile. Tiene il muso, prova rancore, diviene permalosa, si chiude nel mutismo, assume un orgoglioso sussiego, rimugina. Gli accessi d’ira non sbolliscono presto. In questo si riconosceva, ma aveva voluto sapere il perché della sua inquietudine. Sfogliò altre pagine del taccuino.
Pur non possedendo grande coraggio e buttandosi raramente, non si scoraggia e persevera con calma, fedele alle proprie convinzioni. Testarda (quasi impossibile toglierle un’idea dalla testa o fargliene adottare una nuova), persiste fino all’evidente impossibilità di continuare. Quando riesce è profondamente soddisfatta. Ma la sua testardaggine le procura incomprensioni. Ha una sua particolare complessità, pur essendo omogenea. Dotata di senso pratico, il suo non è un vero e proprio materialismo. E’ caratterizzata da una certa volontà di dominio e possesso. Anche se ha una certa capacità di iniziativa, tende ad essere abitudinaria. Ha costante bisogno di attenzioni e di presenza. Non sa vivere sola. Diffidente, ma non resiste agli stimoli e ai bisogni. Per affermarsi usa un sistema tutto suo: diviene sottile, occulta le cose, impiega sorrisi e silenzi, mai irruente, non sempre genuina. Ha un grande bisogno di sentirsi protetta. Ha bisogno del grande amore, quello che potrebbe darle sicurezza e stabilità. Quando è innamorata, ama in modo totale. Gelosa e possessiva, tende a rimanere fedele finché riceve amore, attenzioni e interesse, perché necessita di costanti riguardi: le può bastare un fiore o una telefonata, ma deve esserci presenza costante e continuativa. Anche quando il compagno ha dei problemi, tende a pensare a se stessa e non mostra comprensione per le preoccupazioni di lui, che potrebbero far sì che lui la trascuri momentaneamente. Se poi il compagno diviene freddo o indifferente, la sua vita si oscura. Sopporta male i cambiamenti.
Come era vero tutto questo… Ma poi, alla fine, non era anche molto giusto? Cosa aveva cercato, lei, se non un amore, l’amore? E con Iul lo aveva trovato. La sua vera vita era stata con lui. Solo lui la aveva davvero capita e conosciuta.
Iul aveva fatto molto di più. Le aveva fatto scoprire aspetti di se stessa, importantissimi, che credeva di non avere. E glielo aveva dichiarato sinceramente, più di una volta.
“Tu hai fatto di me una donna… Mi hai fatto scoprire qualcosa che credevo di non avere o a cui non davo importanza: la femminilità.”
Con lui si era confidata completamente. Non c’era più nulla che lui non sapesse di lei.
“Sai… le persone che frequento mi considerano una amica per la pelle. Con me sanno che possono parlare di tutto. So dare consigli, so essere premurosa con loro, so apprezzare i consigli che mi danno, anche se poi faccio a modo mio… insomma, quello che voglio dirti è che ho tanti amici, ma pochissimi sono quelli davvero intimi… anzi, nessuno. Solo tu mi capisci davvero, solo con te sento di potermi confidare…”
Ma c’era il suo passato… Le pesava, il suo passato. Ed era sincera quando gli diceva:
“Vorrei averti conosciuto quando avevo tre anni.”


Che fare, ora? Appetito non ne aveva. Continuare la sua passeggiata? E poi, ancora sola? Forse poteva telefonare a qualcuno. A Dror, magari. La avrebbe distratta dai suoi pensieri. Sarebbe stato bello sedersi ad un tavolino e chiacchierare, parlare da vecchi amici. Ma no, poi Dror avrebbe voluto… No, oggi non lo avrebbe sopportato. Forse l’architetto, quello conosciuto da poco. Era gentile e simpatico, si era dichiarato. Forse non proprio dichiarato… era stato esplicito, ecco. Quella sera sul mare, invitata a cena, la prima cena.
“Conosco un posticino…”
“Ah sì?”
Si era trattenuta per non ridergli in faccia. Ma senti! Anche lui conosce un posticino. L’architetto non se ne era neppure accorto.
“Sì.”
“E dov’è questo posticino?”
“Non lontano. E’ a Bat Iam.”
Bel nome, suggestivo: figlia del mare, bat iam.
“E’ davvero carino?”
“Moltissimo. Ci andiamo?”
Eccone un altro che le donne non le capisce. Caro il mio dottor architetto, se ti domando se è carino davvero, tu capiscilo, per favore, che sto dicendo sì, per cui metti in modo e andiamo, magari dicendo “Vedrai che”. E non fare quella domanda cretina, caro architetto e dottore. Ma ti pare che io possa rispondere sì così? Ora dobbiamo continuare il gioco.
“Non so…”
“Come non sai? E’ un bel posto e si mangia bene. Ci andiamo?”
Uffa. Ma che devo fare con te? Ora che gli dico? Tentiamone un’altra, vediamo se capisce.
“Mangiar pur si deve…”
“Sì che si deve. Allora ci andiamo?”
Da strozzare.
“Andiamoci.”
A cena era stato divertente. Un po’ goffo, ma gentile. Poi, il “dopocena”. In macchina ci aveva provato. Lei lo aveva respinto, infastidita da… Come aveva detto alla sua collega Ilàna, quando glielo aveva raccontato?
“Mi ha disturbato il suo odore di erezione.”
“Odore di erezione? Ma si sente?”
“Eccome, se si sente.”
E poi, quella sera, era all’ultimo giorno del ciclo.

Che fare, allora? La cosa più saggia. Tornare a casa e dormire.



Rientrata, si era seduta sul letto, dopo aver indossato la tuta e le pantofole. Le doleva un po’ la gola. Signora, prenda intanto questi antibiotici. E torni a farsi vedere. Il suo punto debole è la gola. Era indecisa se coricarsi e dormire o leggere un po’, magari con la musica in sottofondo. La stessa coperta di allora, di quella prima volta con Iul. Guardò il ripiano del comodino e sorrise a se stessa evocando l’immagine della rosa nel vaso. Poi guardò il cassetto e pensò alle cose di Iul che vi conservava. Le sue lettere, in particolare. Tutto in una bella scatola a fiori, ben separata dalle altre cose che il cassetto conteneva. Rileggere quelle lettere? No, non ne aveva la forza.
Si coricò, stanca. Le pareva così lontano quel tempo… eppure tutto rimaneva nitido e preciso. Non so se invitarti a colazione o a cena. Facile: a cena stasera e a colazione domattina. Quella notte avevano dormito un po’, alla fine. Ma nel sonno, girandosi nel letto, si erano sfiorati e poi abbracciati, facendo di nuovo l’amore. E verso le sei del mattino Iul, accarezzandole il viso, le aveva domandato:
“Hai appetito?”
“Moltissimo”
“Scendo io a prendere qualcosa.”
“No, vado io… conosco i posti.”
“Nossignora. Un invito prima a cena e poi a colazione, giusto? Tocca a me. Prepara il caffè, intanto.”
Era rientrato con pìta e falàfel, presi caldi al carrettino di un arabo all’angolo della strada. Avevano fatto colazione con gusto, felici. Avevano anche riso e scherzato. Vera era al settimo cielo.



Vera si era addormentata, sognando le sue scale con quegli strani gradini alti e impossibili da salire.
Sul ripiano del comodino non c’era una rosa color rosso cupo.

VERA - 12. Il presepio


L’ultima volta che Vera e Iul si videro era il 24 di dicembre. Avevano lasciato il sole tiepido di Tel Aviv per trascorrere la giornata a Gerusalemme. Per fare una cosa diversa avevano dapprima pensato di andarci in treno, per godersi la bellissima strada panoramica su quella tratta. Alla fine avevano scelto la macchina per praticità.
Tra loro si era stabilita una confidenza ed una intimità senza limiti. Vera provava sempre un gran piacere a parlare con Iul.
“Io starei ad ascoltarti per delle ore.”
“Dico cose così interessanti?”
“Sempre. E poi mi piace la tua profondità e la tua cultura. Adoro imparare da te.”
“Perché, tu impari?”
“Fai l’ironico? Io alle cose ci devo arrivare da sola, e ho i miei tempi. E’ così sbagliato?”
“Per nulla, Vera. Anzi, mi piace la tua intelligenza. Tu hai delle facoltà mentali latenti.”
“E cos’altro ti piace di me?”
“Mi piaci tu, come sei tu.”
“E come sono io?”
“Oltre che cocciuta?”.
Iul scherzava.
“Sì, è vero, sono testarda, a volte.”
“Detto così sembra negativo, ma la verità e che tu non accetti imposizioni. E questo è giusto.”
“Continua…”
“Mi piace la tua praticità, il tuo buon senso, ma mi piace moltissimo il tuo romanticismo.”
“Ecco una cosa che in genere la gente non comprende di me. E’ vero, sono romantica.”
“Lo so bene, Vera.”
“Tu lo sei più di me. Questa è una delle cose che in te mi affascinano, la tua capacità di vivere e di far vivere un sogno.”
“Sei tu il sogno, Vera. Sei dolce, sei…”
“Sono…?”
“Un aggettivo non basta. Ma c’è una parola che ti esprime. Con la maiuscola, se l’ebraico le avesse.”
“Quale?”
“Donna.”
“Ho scoperto con te di esserlo.”
Si erano fermati ad un semaforo rosso. Una ragazza mora, molto bella, era ferma su una bicicletta, appoggiata al palo del semaforo. Parlava con una amica, noncurante del fatto che stando così appoggiata al palo, il cappotto le si era aperto sulle gambe e, un piede a terra, la gonna già corta era risalita. Vera notava l’eleganza della ragazza, il suo buon gusto e la sua bellezza. Impossibile non notarla. E Iul guardava il semaforo sopra di lei, in attesa del verde. Vera, con la coda dell’occhio, controllava se Iul la guardasse. Si accese il verde, e Iul ripartì, senza degnare di uno sguardo la ragazza. Vera era compiaciuta del comportamento di lui. Fu più dolce quando gli disse:
“Dimmi le cose che di me non ti piacciono.”
“C’è solo una cosa che vorrei tu potessi imparare ad apprezzare.”
“Cosa.”
“Il valore di saper star sola con te stessa.”
“Già.”
“C’è una ricchezza immensa nei periodi di solitudine, e tu te la precludi.”
“E’ vero, ma ora ti dico una cosa. Questo, da te, lo sto imparando. Una volta non sarei riuscita a stare in casa da sola. Facevo di tutto per uscire. Ora trascorro ore intere a casa, nel tempo libero e quando non ci vediamo. Ho imparato ad apprezzarlo.”
“A volte occorre cercare la solitudine per fare il punto sulla propria vita o per riflettere su qualcosa.”
“E’ vero.”

A Gerusalemme nevicava. Spettacolo insolito. Parcheggiata la macchina, entrarono nella città vecchia dalla Porta di Damasco. Percorsero un tratto della via tortuosa e stretta che porta al Muro del Pianto, nel chiasso festoso della folla, tra le bancarelle del quartiere arabo. Atmosfera allegra, profumi di spezie e di cibi che stavano cuocendo. Furono attratti da una musica palestinese, allegra nella sua melodia mediorientale, che era diffusa da un negozio di dischi. Vera accennò qualche passo di danza, sotto gli occhi divertiti di Iul. Era allegra, serena, felice.
A fatica si liberarono del ragazzino palestinese che voleva venderle a tutti i costi il disco. Continuarono la loro passeggiata, godendosi quell’aria festosa.
Per pranzo si recarono nel quartiere ebraico, in un ristorante kascèr. Sedettero in un grazioso angolino, ad un piccolo tavolo ben apparecchiato. Era tutto bello e piacevole. Non furono turbati neppure quando una vecchia malvestita venne a chiedere del denaro. Iul, in un moto di generosità, avrebbe voluto offrirle un pranzo, ma lei rifiutò sdegnata. Voleva solo soldi. Fu cacciata in malo modo dal cameriere che poi spiegò che era una alcolizzata e avrebbe speso tutto il denaro in vino.
Rimasero a lungo al tavolo, anche dopo il pranzo, conversando e scambiandosi tenerezze.
“Desideri altro, Vera? Un dolce? Un caffè?”
“No, grazie. Ho mangiato sin troppo. Magari un caffè, ma più tardi.”
“Ecco un’altra cosa che di te mi piace.”
“E cosa?”
“Come mangi.”
“Come mangio? E che vuol dire?”
“Che sai gustare le cose, assaporarle.”
Vera si era un po’ adombrata.
“Che hai, Vera?”
“Quello che hai detto mi ha rammentato una cosa del mio passato, che non sai.”
Iul rimase in silenzio.
“Mi vergogno molto a dirtelo.”
Iul non disse una parola, rispettando il suo imbarazzo. Le prese una mano e la tenne con dolcezza. Lei gliela stringeva nervosamente, mentre spiegò:
“Da ragazza ho sofferto di bulimia.”
Per tutta risposta, Iul le accarezzava la mano, in silenzio. Il suo sguardo non era mutato.
Ma una intuizione, una percezione improvvisa, lo aveva colto. E, insieme a questa, un presentimento. La sensazione che provava era quella del disagio interiore che si prova di fronte a qualcosa che si presagisce, qualcosa di non buono. Un cattivo presagio di qualcosa che pare non possibile ma che si sa inevitabile. E ciò che lo inquietava di più era che sentiva che questo qualcosa era tanto più reale e inevitabile e doloroso perché non era qualcosa di futuro, ma qualcosa che era già accaduto. Qualcosa dell’irreparabile passato.
“E’ stato molto brutto. Mi alzavo perfino di notte, come una ladra, per aprire il frigorifero. E poi in bagno, a rimettere tutto. Stavo malissimo.”
“Ma lo hai superato, no?”
“Superato, sì. Ero solo una ragazza. Non ne ho più sofferto.”


Erano usciti, desiderosi di muoversi e di fare due passi all’aria aperta, l’aria fredda di Gerusalemme in quel 24 dicembre.
“Cosa ti andrebbe di fare, ora?”
Vera ci pensò un po’.
“Sai cosa? Mi piacerebbe tanto vedere un presepio. Non è affascinante quel borgo in miniatura con tutte quelle statuette?”
“Sì che lo è…”
“E tutti quegli artigiani con i loro strumenti, i pastori e le greggi, le donne che attingono acqua, tessono… che c’è?”
“C’è che adoro lo sguardo da bambina che assumi in questi momenti. Questo c’è. Vieni…”
“Dove vuoi andare?”
“Dove ci sono i più bei presepi: a Betlemme.”


Al posto di blocco furono perquisiti da una soldatessa israeliana, prima di entrare nei Territori. Lungo la strada per Betlemme, ai bordi, si trovava di tutto: verdura, frutta, uova, mercanzie varie, perfino dei pesci, su stuoie che i venditori palestinesi avevamo messo a terra.
Girarono un po’ per le chiese cristiane, ma Vera voleva vedere un presepio con statuine piccole. Alla fine ne trovarono uno con delle statuette graziosissime, lavorate fin nei minimi particolari, colorate, realistiche. Vera ne era incantata e, con gli occhi colmi di meraviglia, disse in maniera così naturale che Iul ne fu intenerito:
“Gli manca solo la parola…”
“Quale statuetta ti piace di più?”
“Quella.”
Indicava col dito la piccola statuetta di una donna in abito blu, con un fazzoletto in testa. Senza distogliere lo sguardo dalla statuetta, aggiunse:
“E’ bellissima… sembra viva. Guarda… sta portando tre pani…”

Aveva ripreso a nevicare. Faceva freddo. Mentre tornavano verso l’auto, Vera si fermò e, chiudendo gli occhi, annusava l’aria, deliziata.
“Senti che buon profumo di pane… Lo hanno appena sfornato.”
Prese Iul per mano e lo tirò verso il panificio da cui proveniva il profumo. Entrò.
“Tre pani, per favore.”
Iul non la aveva mai vista così serena, così appagata dalla vita. Lo guardò negli occhi, con quello sguardo caldo e penetrante, sincero, che aveva nei momenti in cui era tutta se stessa. Le parole le salivano dal cuore:
“Nevica… sarebbe bello rimanere qui per la notte. Io voglio fare l’amore con te.”
Non abbassò lo sguardo.
Presero una stanza nel primo albergo che trovarono. In camera, Vera andò al tavolino che c’era di fronte al letto. Vi depose i tre pani, uno accanto all’altro, in maniera ordinata, e li sfiorava con le dita. Iul le si avvicinò e, stando dietro di lei, le circondò i fianchi con le braccia. Le parlò tenendo il viso sulla spalla di lei.
“Perché tre?”
“Rappresentano te: l’amore, la vita, lo scopo.”
Fu molto ingiusto quello che accadde in quel momento. Ingiusto come le cose più ingiuste che accadono nella vita. Il cattivo presagio di Iul prendeva forma come un fantasma che prende possesso del proprio cadavere.
“Vera, cos’altro non so di te?”
“Di me, tu di me sai tutto, anche quello che io stessa non so.”
“Vera… cos’altro non so della tua vita?”
“Davanti a te sono nuda. Tu hai visto la mia intimità più intima. Hai visto la mia anima nuda.”
“E cosa non so ancora?”
“La cosa più insignificante di tutte.”
“Dimmela.”
“E’ quella che ha contato meno di tutte, la più insignificante, la più inesistente.”
“Dilla, allora, se conta così poco.”
“Dire che conta poco è già darle un valore. Non ha significato nulla allora, e nulla e meno di nulla è rimasta. Accadde quando mi ero messa con Dani. Avevamo già deciso di coabitare, lui parlava addirittura di sposarci. Dani dovette andare all’estero per sei mesi, per un corso di specializzazione. Appena rientrato saremmo andati ad abitare insieme. In quei sei mesi ero sola. E una sera andai ad una cena di classe con i vecchi compagni di scuola, l’unica volta che fu organizzata. E lì rividi un vecchio compagno di classe. Dopo la cena passai un’ora nel suo letto, a casa sua. Fu l’unica volta. Mai più rivisto né sentito. Dani lo sapeva, glielo dissi io quando rientrò. Ebbe una reazione quasi infantile. Mi disse che spariva per una settimana, per cercarsi avventure e pareggiare i conti. E lo fece. Poi rientrò ed andammo ad abitare insieme.”
Iul non aveva smesso di tenerla abbracciata da dietro. Aveva ascoltato in silenzio. Rimanendo lì fermo la accarezzò sui capelli. E quella carezza era una carezza d’addio. A Vera sarebbe parso tutto molto ingiusto se avesse potuto leggere nel pensiero di lui.
Io ti lascio, Vera. E non ti lascio per le storie che hai avuto, per gli errori che hai commesso, per esserti buttata via tante volte. Io ti lascio per quella unica cosa che tu giudichi piccola e insignificante. Perché quella cosa, Vera, è come se tu la avessi fatta a me.

Sul tavolino davanti a loro, in quella camera a Betlemme, rimanevano posati tre piccoli pani.
Tre piccoli pani che Vera aveva accarezzato.

VERA - Epilogo


Vide la mia anima nuda per la prima volta la notte scorsa. Nevicava. Nel villaggio c’era un gran movimento: tanta gente come non se ne era mai vista. Tutti parevano risentire di una atmosfera quasi magica e incantata, come nell’attesa di un evento. Ciascuno era preso dalla propria occupazione, eppure sembrava fossero tutti lì per qualcosa. Anche io ero lì per questo?
C’era gran movimento nel villaggio illuminato. Luci tenui e delicate e limpide, nel freddo della notte invernale. Una luce particolare, discreta, mi aveva illuminata. O era stato il sorriso di lui, appena accennato, che mi aveva conferito quella luminosità così pura?
Rumori e suoni di un villaggio operoso, percepiti più nitidi in quella notte inconsueta. Il picchiettare di un martello, note acute e metalliche sull’incudine; la sega del falegname, parodia di una viola; un ciabattino che ritma un suono come di nacchere; una tessitrice che ordisce fili d’arpa; il mormorare di un coro d’acque di ruscello; il belare solista tra il gregge di un pastore. E su – nel cielo blu notte – un firmamento di stelle, tacite spettatrici. E io ero lì, tra quei suoni che non s’udivano quasi se solo mi guardava. Era una musica o il canto sereno del mio cuore quella melodia così dolce che accompagnava il passo di lui?
Profumi. Aromi di muschio frammischiati a sentori di terra umida e notturna. Odori di paglia. Delicatezze di fiori percepite tra erbe bagnate di rugiada. E una fragranza calda e dolciastra, buona, che si diffondeva dai tre pani che recavo su una piccola asse tra le mie mani. Era quello il segreto della mia serenità?
Personaggi di un piccolo villaggio divenuto popoloso e operoso in una notte magica e stellata in cui sta nevicando. Personaggi di un sogno o di una favola. O di un evento così vero e reale che pare un sogno. E io. Lui mi vedeva bella come una statuetta. Vera come una donna vera. Io nella notte: apparsa lì a tarda notte.
Non so più il mio nome. Né so se sono mai stata la fornaia di quel villaggio, Betlemme, che significa casa del pane. A lui piacque chiamarmi Vera. Vera come una donna vera. Bella come una statuetta.
Mi vide veramente per la prima e unica volta la notte scorsa. A tarda notte. Indossavo un abito blu, lungo. Un fazzoletto – anch’esso blu, con pallini bianchi – mi teneva i capelli e mi ornava il viso. Un sorriso lieve, appena accennato, con cui lui faceva trasparire la mia serenità come una melodia che cantavo silenziosa nel mio cuore. E recavo tre pani caldi e fragranti, su una piccola asse che tenevo tra le mani. Bella e semplice nel mio abito blu. Vera.
Accadde la notte scorsa. A tarda notte. E lui non vide oltre la mia nudità. A cosa stavo pensando? Quali erano i pensieri del mio cuore? Mi sentivo bella come una statuetta, vera come una donna vera. E io che lo vidi avrei voluto essere, da sempre, il suo pensiero.

domenica 27 gennaio 2008

Imprevisto e imprevedibile


Era successo allora.
Io non più ragazza e non ancora donna,
con l’amico di sempre,
lui compagno di giochi e poi di libri.
Ero stata un po’ confusa,
nell’emozione di varcar la soglia
di un mondo sconosciuto.
Ma lui fu dolce, fu affettuoso.
E io gustai poi, col tempo, un po’ alla volta,
quel mio crescere del desiderio
e quel piacere nell’accogliere il suo.
Divenne così un far l’amore tranquillo.
Eravamo felici? Sì, lo credevo.

Il momento più bello era per me il dopo:
io rannicchiata contro di lui appagato,
il nostro fitto chiacchierare in complicità.
E quel mio struggimento del mio corpo non saziato.
Era quella la conseguenza naturale dell’amore?
Lo credevo, sì.
Avvertivo, ogni volta, il suo piacere intenso
che nel culmine lo scuoteva
e lo appagava appieno.
E io riandavo già con nostalgia
al nuovo incontro,
nel desiderio mio non ancora spento.
Era forse nella natura delle donne
non toccare, come lui, un culmine?
A volte il dubbio, ma poi credevo che sì.

Tanti anni così, da allora.
E una sera – io ormai donna –
ci fu lo sguardo di uno sconosciuto.
Quello sguardo che mi guidava.
Quello sguardo che mi attraeva.
Quello sguardo poi così vicino,
quella notte stessa, nel suo letto.
E fu tutto, d’un tratto, nuovo: io tornata come vergine.

Fu forse per l’intensità - quasi dolorosa - del desiderio.
Fu forse per il furore delle sue mani.
Fu la vertigine che mi fece volare.
Fu la sua generosità sapiente.

Ed emerse così,
improvvisa, imprevista, imprevedibile, inimmaginabile,
dal di dentro del mio ventre,
veloce nell’irrefrenabile crescendo,
lunga e intensissima,
piacevolissima fino ad annebbiarmi,
stupefacente nel sorprendermi,
indicibile nell’estasi a dismisura,
insostenibile nel colmarmi,
l’onda sconosciuta che si irradiò e si diffuse
per tutto il mio corpo, possedendolo.

Che mai mi accadeva?
Perché non era successo mai?
E come mai ne avevo fatto senza?

Piangevo. E singhiozzavo.
Affranta.
Felice.

Colpo di testa


Volevo dare un taglio al mio passato.
Un colpo di forbice e via.
Poi, magari, un riflesso luminoso.
Per trasformarmi in altra donna,
per vedermi diversa.
Forse libera e spontanea, istintiva,
come una che porta la frangetta e si sente viva.
Forse passionale, ma con rigore ed energia, con severità,
come chi ha la tinta scura e ben tirati li porta, raccolti dietro, senza ambiguità.
O forse sensuale e maliziosa, come una con i riccioli,
per gioire degli eventi grandi e piccoli.
Forse libera, come una coi capelli ricci,
che domina le emozioni ed i capricci.
Forse sicura, come una che si tinge mora,
per non apparire e stare un po’ da sola, fino ad una nuova aurora.
O forse più dolce, come una che si fa bionda,
ed essere gentile come una carezzevole onda.
Forse normale, nella gioia e nella pena, da mattina a sera,
come una castana con una femminilità più vera.
Forse più carica, carica fino in fondo,
come una rossa che affronta il mondo.
O forse maliziosa per saper accettar i momenti belli,
come una che si scioglie i capelli.
Forse posata e rispettosa, fra tanti malandati,
come una che porta i capelli sempre legati.
O forse ambigua: dando un duplice segnale, severa o maliziosa,
come chi ha la treccia o la coda, per veder chi a disfarla prima osa.
Vorrei insomma darmi un colore nuovo,
dare alla mia vita un taglio diverso, in cui mi rinnovo,
qualcosa che mi piaccia e che sia bello,
che mi tolga ogni diavolo che ho per capello.
Non so ancora cosa ho in testa,
ma so che devo partir da lì, dalla mia testa.
E se la vita è piatta e noiosa e dura,
qualcosa posso da subito cambiar: l’acconciatura.

Stasera


Stasera, che sera.
Lui mi farà danzare alla luce della luna
e mi condurrà a toccare – come solo lui sa fare – il cielo.
La mia vita non è mai stata tanto ricca di passione.

Che sera, stasera.
Tutto è pronto a casa mia:
pulito, scintillante, profumato,
tutto pronto nei dettagli.
Andrà di certo tutto bene,
voglio stupirlo, per lasciarlo senza fiato.

Stasera, che sera.
Gustosa la cenetta, sulla tavola per due.
I fiori e le candele, la musica soffusa.
La torta è ancora in forno,
buonissimo l’odore.
Attendo impaziente lui, il mio amore.
E’ da tanto che l’aspetto
e che si accorga che non è solo storia da letto.
Sono tanto tanto innamorata,
ho paura che mi lasci, un po’ sono spaventata.
Ma stasera, sì, lo stupirò.

Che sera, stasera.
Farò quel che lui vuole,
sarò come mi vuole.
Servizievole, schiava ubbidiente e appassionata.
E imprevedibile.

Stasera, che sera.
Un bagno profumato, per lui son quasi pronta.
E, ora, a faccia a faccia con lo specchio,
per veder come io sto.
Sì, son morbida e piacevole.
E, pur se sogno un abito flessuoso,
per lui indosso il più stretto e provocante,
sopra una sottoveste bianca e accattivante.
Rossetto che mille baci non toglieranno,
e ho messo i tacchi alti.
Sono in ordine e perfetta.

Che sera, stasera.
Tra poco sarà qui.
Son mesi che l’aspetto.
Non chiamava, non rispondeva.
Gli ho lasciato un biglietto, delicatamente profumato:
Tu ed io, da me, una cenetta.
T’aspetto, di niente vestita.

E ora attendo. Attendo e attendo.
E attendo ancora.
Ancora attendo.
Poi, più non attendo.

Che sera.
E’ tardi, ormai tardi, troppo tardi.
Ho lo sguardo sfatto come la torta che s’è afflosciata,
le mie lacrime son calde come il prosecco riscaldato,
sono uno straccio come il mio biglietto che di certo ha gettato,
l’orgoglio è sotto gli alti tacchi,
il mio viso una maschera triste con tanto di rossetto.
Ho atteso invano, in ansia, esasperata.
Poi l’ho chiamato.
Sorpresa e imbarazzata la sua voce.
Più sommessa un’altra voce, accanto a lui:
ansimante, zuccherosa, conturbante. E femminile.
Sono sconvolta.
Per la rabbia mi mancheranno presto i sensi, lo sento.

Son vuota - d’un tratto - improvvisamente.
Stasera.
Sì, proprio stasera.

Labirinto


Perché dire una bugia? La modestia è la virtù di chi è sciocco.
Io son bella.
E brava: sono arrivata. Intelligente e fascinosa.
Di che altro ho bisogno? Eppure, appagata, no, neanche per sogno.
Attendo, e non so cosa.

Son giovane ancora, e dalla vita ho avuto molto.
Corpo sottile e flessuoso, il viso intenso e femminile.
Il mio sguardo è diretto: son decisa.
Nella mia storia c’è il bello e il brutto, c’è di tutto.
Amo i colori, ma so ascoltare anche i dolori.
Non ho ossessioni, ma sono irrequieta e con contraddizioni.

L’amore?
L’attendo.
Credo di saper amare.
E’ stata una tragedia l’abbandono.
Esser bella e avere qualità è una dannazione:
quando si perde, è perso un prezioso dono, nell’umiliazione.
Da quella sofferenza senza pietà ho appreso solo l’umiltà.
L’umiltà di capire che una donna splendida e speciale
può esser rifiutata e abbandonata.
Eppur mi sembra di saper amare.

La mia attesa è di speranza, pur nella sofferenza.
Di tenerezza ne ho un bisogno estremo.
E sì, credo di saper amare.
Viver la vita dell’altro, ecco. E la passione poi verrebbe.
Un grande amore può far rinascere,
e io mi chiedo se posso provare ancora una passione forte.
Compresa, no, ma vorrei essere ascoltata.

E mi sembra di saper amare.
L’ultima volta che ho pianto è stata stamattina.
Eppur mi sembra - mi sembra - di saper amare.