sabato 26 dicembre 2009
sabato 25 ottobre 2008
Il concerto per violino e orchestra in mi minore, Opera 64, di Felix Mendelssohn Bartholdy
Il primo tempo è profondamente triste. La tristezza – così familiare – si esprime nel tema orecchiabile; spesso semplice e spontaneo, ma mai banale. Il violino esprime i moti dell’animo caduto in una profonda mestizia. Questo sentimento, intimamente sofferto, trova la sua piena espressione nel dialogo costante con l’orchestra. La suggestione è coinvolgente. A tratti si rasenta il lamento, a tratti affiora l’incontenibile bisogno di pianto. È lo sconforto. L’orchestra risponde sulle stesse emozioni, empaticamente. Non ci sono tentativi di consolazione. C’è piena partecipazione, condividendo la stessa situazione. Questa tristezza pare non trovare via d’uscita. Vengono esplorati tutti i meandri che essa stessa si scava, toccando culmini di disperata sofferenza.
Neppure nel secondo tempo si trova pace. C’è, anzi, una depressione. La tristezza diviene ancor più profonda e inconsolabile. Il lamento lascia il posto all’afflizione. Tutto diviene più cupo. La capacità di reagire è svuotata.
Nel terzo tempo c’è l’immancabile ripresa: l’animo ubbidisce all’imperativo impulso di sopravvivenza che sale da dentro. Come spesso accade quando si è toccato il fondo, basta poi un pretesto per rispondere all’accenno di un sorriso, pieno di comprensione, che ci viene rivolto. Ci si aggrappa allora al nuovo e salvifico stato d’animo. Quasi autoironicamente affiora un atteggiamento nuovo. Questa vena che sa di buono ci sorprende e ci seduce. Fa bene all’animo. L’orchestra coglie al volo l’attimo favorevole, e – come un amico che sa dare una pacca sulla spalla nel momento giusto – dà lo spunto al violino per uscire dal vicolo cieco della sua malinconia. L’autoironia diventa facile. Il violino cede allora al bisogno di recupero, abbandonandosi alla insperata e imprevedibile letizia, che – un po’ nervosa, per reazione, all’inizio – diventa quasi incontenibile e lo conquista. Lo stato emotivo si placa: la serenità è raggiunta. Non è la gioia di un momento. È la pace consapevole maturata dopo l’esperienza sofferta. Ora c’è equilibrio e stabilità. È l’appagamento dopo la ritrovata via d’uscita. È la libertà e la pace conquistata che non ha però dimenticato ciò che ha sofferto. La profonda tristezza è stata esplorata, vissuta, fatta propria; è divenuta nutrimento per la crescita di sé. L’io ne esce rafforzato. Il nuovo modo di essere è stato arricchito da quella sofferenza. L’io-violino la porta ancora in sé, ma ormai superata. Sa ora guardarla con distacco. Non la rinnega, ma è solo un ricordo nella sua nuova e positiva visione delle cose. Ecco che allora il tema musicale della tristezza iniziale si riaffaccia - per un momento - proprio in chiusura. Ma non sconvolge più: lo si rammenta con un sorriso, guardando avanti, attratti dalla grandiosità della vita.
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Gianni Montefameglio
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10/25/2008
domenica 21 settembre 2008
Omaggio a Etty
Esther Hillesum, detta Etty, nacque nei Paesi Bassi nel 1914. Era ebrea. Etty aveva 29 anni quando morì il 30 novembre del 1943 ad Auschwitz. Il 3 giugno di quell’anno era rientrata volontariamente nel campo di concentramento di Westerbork, rifiutando la possibilità di salvarsi nascondendosi. Dal treno con cui i nazisti la trasferivano da Westerbork ad Auschwitz il 7 settembre del 1943, Etty lanciò una cartolina indirizzata ad un’amica, poi ritrovata lungo i binari e spedita. Era il suo ultimo scritto: “Christien , apro la Bibbia a caso e trovo questo: ‘Il Signore è il mio alto ricetto’. Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall’Aia. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. Alcuni amici rimasti a Westerbork scriveranno ancora ad Amsterdam, forse avrai notizie? Anche della mia ultima lettera? Arrivederci da noi quattro. Etty”.
Il 13 marzo del 1942 aveva scritto su un quaderno: “Rainer Maria Rilke, anche se tu non sei più in questo mondo, proprio per questo vorrei scriverti delle lunghe lettere. Tu sei sempre vivo. Ospitare l’altro nello spazio interiore proprio e lasciare che si dilati, conservagli un posto in noi, in cui possa maturare e dispiegare la propria potenzialità. Quand’anche non ci si veda per molti anni, vivere proprio con l’altro. Concedere che perseveri a vivere in noi e vivere con lui, per me è l’essenziale. In questo modo si continua a procedere con qualcuno, senza che gli eventi della vita travolgano… quando si ama veramente, allora bisogna essere capaci di soffrire. In altro caso l’amore non sarebbe autentico”.
Etty, prendo a prestito le tue parole. Le faccio mie. E le rivolgo a te.
Etty, anche se tu non sei più in questo mondo, proprio per questo vorrei scriverti delle lunghe lettere. Tu sei sempre viva. Ti ospito nel mio spazio interiore e conservo in me un posto per te, un posto molto importante. Ho imparato a vivere con te. In questo modo procedo con te, Etty.
Ci sono rimasti, Etty, le tue lettere e il tuo diario. Me ne nutro quotidianamente. Rivivo con te le tue sensazioni, le tue emozioni, le tue intuizioni. Uso le tue espressioni, quelle tipiche di te, come: “Tutto va sempre avanti, e perché no!”, “E ho pensato: Anche questo va bene”, “E intanto la mia vita continua”, “E si deve pur continuare ad andare avanti, a essere produttivi”, “E ora al lavoro”, “Ecco, ora posso dormire in pace”, “Domattina mi alzerò presto e me ne starò un pochino a questa scrivania”, “Sì, ce la caveremo”, “Sono così riconoscente”, “Questa vasta giornata è tutta mia: scivolerò in essa molto dolcemente, senza nervosismo e senza fretta”. Tra le tue frasi tipiche che preferisco, questa la ripeto ogni sera prima di dormire: “Domani è una nuova giornata, da vivere in pienezza”.
Alcune delle tue frasi, Etty, le conservo in un quaderno mio, come facevi tu con le frasi che amavi di Rilke, di Jung, di Dostoevskj, di Agostino, di Puškin, degli Evangelisti. Coltivo le stesse buone cose che tu coltivavi, perché le amo anche io e perché fanno bene anche a me. Sento mie le tue parole: “La musica mi tocca sempre molto se mi capita di ascoltarla. La mia attenzione andava sempre alla letteratura e al teatro, cioè ai campi in cui io posso continuare a pensare: ed ecco che ora, in questa fase della mia vita, la musica comincia a far valere i suoi diritti, e io sono di nuovo in grado di abbandonarmi a qualcosa e di dimenticare me stessa. Sento soprattutto il desiderio dei classici puri e sereni, non di questi tormentati moderni”.
Ti capisco perfettamente, Etty, quando scrivi: “Questa mattina mi sono proprio guadagnata questa gioia interiore, ho dovuto lottare contro l’irrequietezza del mio cuore. Mi sono lavata con acqua gelida dalla testa ai piedi, e sono rimasta sdraiata sul pavimento del bagno fintanto che non mi sono sentita completamente calma”.
Anche io, come te, ho un quaderno mio. So cosa vuoi dire quando scrivi: “Devo badare a tenermi in contatto con questo quaderno, vale a dire con me stessa: altrimenti potrebbe andar male, potrei smarrirmi a ogni momento”. Mi piace da matti questa tua frase: “La concentrazione interiore costruisce alti muri fra cui ritrovo me stessa e la mia unità, lontana da tutte le distrazioni”. Il tuo desiderio io lo sto realizzando per me: “Un giorno scriverò. Le lunghe notti che passerò seduta a scrivere saranno le mie notti migliori. E allora verrà fuori tutto quel che accumulo dentro, scorrerà pian piano come una corrente senza fine”. Lo hai scritto tu, Etty: “Spesso, quando torno a casa alla sera, trovo che ho vissuto delle esperienze straordinarie durante il giorno, e allora vorrei subito scriverci su qualcosa di immortale, addirittura”.
Ho imparato e adotto la tua filosofia, Etty: “E sii pure triste, semplicemente e sinceramente triste, ma non costruirci sopra dei drammi”; “Devo fare buon uso di tutto il tempo che ho a disposizione e che non è consumato dalle preoccupazioni quotidiane, devo sfruttarlo minuto per minuto”. Sai, l’apostolo Paolo – che tu pure amavi – ha usato quasi le tue parole nel consigliare: “Usate bene il tempo che avete”. Sì, cerco io pure di fare come dici: “Ripeto ogni giorno: per oggi sei a posto, oggi non hai il diritto di perdere neanche un atomo della tua energia in piccole preoccupazioni materiali. Usa e impiega bene ogni minuto di questa giornata, e rendila fruttuosa”. Sono ancora parole tue quelle che assumo a mia filosofia di vita: “Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e ‘lavorare a se stessi’ non è proprio una forma di individualismo”. In questo anno del Signore 2008 ripeto con te: “Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra. Non riesco a trovare assurda la vita”; “Dal mio cuore si innalza sempre una voce – non ci posso fare niente, è così, è di una forza elementare -, e questa voce dice: La vita è una cosa splendida e grande”; “Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia esistenza, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona”. Ecco il segreto, come hai detto così bene: “Fede in Dio e capacità di vivere interiormente”.
Etty, carissima Etty, condivido con te la fede. Mi commuovono ogni volta le tue parole profondamente spirituali che può intendere solo chi ha fede vera: “Una volta che si comincia a camminare con Dio, si continua semplicemente a camminare, e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata”, “M’innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offra riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più ‘raccolta’, concentrata e forte. Questo ritirarmi nella chiusa cella della preghiera diventa per me una realtà sempre più grande”, “Potrei immaginarmi un tempo in cui starò inginocchiata per giorni e giorni – sin quando non sentirò di avere intorno questi muri che mi impediranno di sfasciarmi, perdermi e rovinarmi”, “Mio Dio, stammi vicino e dammi la forza, perché la battaglia si fa dura”, “Dio non è responsabile verso di noi, siamo noi ad esserlo verso di lui”, “Io guardo il tuo mondo in faccia, Dio, e non sfuggo alla realtà per rifugiarmi nei sogni – voglio dire che anche accanto alla realtà più atroce c’è posto per i bei sogni -, e continuo a lodare la tua creazione, malgrado tutto!”, “Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio”, “Ogni volta so ritrovare me stessa in una preghiera – e pregare mi sarà sempre possibile, anche nello spazio più ristretto”, “Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani. Ogni giorno ha già la sua parte”, “Comincio a sentimi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi”.
Mi identifico così tanto con te, Etty, che ogni domenica mattina piovosa (proprio come stamani) – ogni domenica mattina in cui piove; proprio in tutte, ti assicuro – rileggo quello che hai scritto una domenica mattina in cui da te pioveva, e leggendolo mi salgono agli occhi lacrime di commozione: “Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori che incontro sul mio cammino, e sono veramente tanti. Voglio che tu stia bene con me. E, tanto per fare un esempio: se io mi trovassi rinchiusa in una cella stretta e vedessi passare una nuvola davanti alla piccola inferriata, allora ti poterei quella nuvola, mio Dio, sempre che ne abbia ancora la forza”.
Etty, carissima Etty, mi colma di commozione questa tua preghiera: “Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto e nel modo migliore. Ma concedimi di tanto in tanto un breve momento di pace. Non penserò più, nella mia ingenuità, che un simile momento debba durare in eterno, saprò anche accettare l’irrequietezza e la lotta. Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare al freddo, purché tu mi tenga per mano”.
Ho imparato a vivere con te. In questo modo procedo con te, Etty. Mi nutro dei tuoi scritti, Etty. Scandisco perfino il mio tempo con il tuo. Lo sai? Ho dei momenti preziosi che amo chiamare commemorativi.
Sorridi pure, ma io ogni 25 febbraio - precisamente alle 7.30 – faccio colazione con te, apparecchiando con cacao, pane, burro e miele; e una Bibbia accanto. Ti ricordi? È nel tuo diario: “Sono le sette e mezzo di mattina. …ho bevuto un bicchiere di vero cacao e mangiata una fetta di pane imburrato con miele, il tutto con quel che si dice ‘abbandono’. Ho aperto a casaccio la Bibbia ma stamani non dava risposta. Non importa molto; del resto, non c’erano vere domande da fare, c’è solo una gran fiducia e riconoscenza che la vita sia tanto bella”.
Ogni 22 luglio sera è la mia sera delle rose dopo una passeggiata, perché tu facesti così: “Dopo quella lunga camminata sono ancora andata a cercare un carretto che vendesse fiori e così sono tornata a casa con quel gran mazzo di rose”.
E ogni 31 dicembre, mentre i sempliciotti si apprestano alla solita baldoria senza senso, io sto a casa e preparo la mia semplice cena, che fu la tua: alle 20.30 metto su l’acqua per il tè. Tre pigne sono già pronte sulla tavola (non sono della brughiera di Laren, come le tue; le mie le ho raccolte tempo fa ad Olimpia, in Grecia, pensando a te). E non possono mai mancare tulipani gialli e rossi. Per me è un rito. Compio i tuoi gesti: “Ora sono quasi le otto e mezzo di sera… E se dovessi spiegare in una parola perché quest’anno è stato così buono, allora dovrei dire: per la mia grande presa di coscienza. Il che significa anche poter disporre delle mie forze più profonde. Ora mi capita di dovermi inginocchiare di colpo davanti al mio letto, persino in una fredda notte d’inverno. Ascoltarsi dentro. Non lasciarsi più guidare da quello che si avvicina da fuori, ma da quello che s’innalza dentro. È solo un inizio, me ne rendo conto. Ma non è più un inizio vacillante, ha già delle basi. Ora sono le otto e mezzo… tulipani gialli e rossi, ed ecco che spunta fuori una pasticca di cioccolato; ci sono anche tre spighe che vengono dalla brughiera di Laren. Mi sento così ‘normale’ e così bene – senza quei pensieri terribilmente profondi e tormentosi, e quei sentimenti pesanti -, proprio normalissima, però piena di vita e molto profonda, una profondità che sento pure come ‘normale’. Devo ancora ricordare l’insalata di salmone, che è pronta per stasera. E ora metto su l’acqua per il the”.
Ho imparato a vivere con te e in questo modo procedo con te, Etty. Tu scrivesti: “La strada principale della mia vita è tracciata per un lungo tratto davanti a me e arriva già in un altro mondo”. Anche la mia è tracciata. Come te, ogni tanto penso: “Mio Dio, che progetti hai in serbo per me?”. Intanto procedo, e tu mi sei accanto. Anche la mia traccia “arriva già in un altro mondo”. Non so come e dove sia. Ma ho la speranza – che si fa certezza – che tu ci sarai. Ed io sarò con te.
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Gianni Montefameglio
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9/21/2008
domenica 8 giugno 2008
Dovevo saperlo

In cima alla collina, dietro la chiesetta diroccata:
era il mio rifugio a cielo aperto.
Mai nessuno, i suoni lievi della natura
in tutto quel silenzio di pace.
Una vecchia panchina, ormai solo mia.
L’aria leggera, il sole ed io.
E - un mattino - lui.
Una paura senza ragione che mi prende:
il mio corpo già sapeva, prima di me.
Mi guardava, lo sguardo ironico e sicuro
degli uomini che san di esser belli.
Dovevo capirlo.
Con finta noncuranza me ne andai,
un’occhiata di straforo al suo didietro.
La mattina dopo,
nel mio rifugio a cielo aperto,
il silenzio non era già più di pace.
Mi giungevan diversi anche i suoni della natura:
girandomi, credevo di vederlo.
Poi, eccolo.
Dovevo capirlo.
Sorridente, ancor ironico.
Un saluto, uno scambio di banalità sul luogo.
E le sue parole: Vengo qui solo per incontrare te.
Dovevo capire.
E invece arrossivo: il viso mi scottava, il seno palpitava.
Seduto accanto, sulla panchina ormai non più solo mia.
Mi parlava piano.
Dovevo capire.
Quel pomeriggio, nella mia mente,
l’istantanea del suo corpo:
i suoi occhi, le sue mani, la sua pelle.
Di nuovo la mattina.
Senza più pace in quel silenzio a cielo aperto.
Dovevo capirlo. E scappare.
Mi sfiora il viso, con un dito leggero.
Lotto per perdere, e domando che vuole.
E lui dice che me,
vuole me e il mio profumo.
L’emozione è fortissima
e fortissimo il desiderio di buttarmi addosso a lui
e di sentirlo addosso a me.
Non m’era successo mai.
La sua bocca era già sulle mie labbra.
Il primo bacio fu quasi un morso
che mi trafisse, meraviglioso, l’anima.
Poi furono lenti, i baci, e lunghi,
nella crescente esasperazione
del groviglio delle sue mani.
Fu la passione senza fiato.
Durò quel che durò.
Poi accadde.
E la mia gioia nel dirlo a lui
divenne pianto sconsolato,
lui di ghiaccio,
quando mi disse ch’ero stata stupida.
Era cattivo.
Voleva mi liberassi della mia creatura.
Dovevo, dovevo capirlo sin da prima, sin da allora.
Compie un anno, la mia bimba.
Lui, sparito, non volle mai neppure vederla.
Sono stanca.
Sono tanto tanto stanca.
Solo con le sue braccine attaccate al collo
ritrovo un po’ di forza.
Solo con le sue braccine
- attaccate al collo –
ritrovo un po’ della mia forza,
anche nel pianto.
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6/08/2008
Tu, mio fiore

Raccolgo un fiore
da questo giardino
dove spesso ci dicevamo il nostro amore.
Lo adagio piano su una panchina
- quella panchina.
E mi siedo accanto a te
che non ci sei.
Qui attorno
- nella calma profumata che è giunta
con i colori del tramonto -
il ricordo di te pervade ogni cosa.
E mi penetra e mi fa male.
E piango
lacrime che non sanno salire agli occhi,
per quel fiore che ho reciso.
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6/08/2008
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Tu sei la mia amica

La nostra è una storia di anime.
Ha il suggello del vincolo che ci lega
e che resiste nel tempo – nella gioia e nel dolore.
E’ il sentimento che perdura
quando altri - per altri - si dissolvono.
E’ il sentimento vero che regge distacchi e lontananze.
Tu sei la mia amica per sempre.
La nostra è l’emozione viva
del reciproco possederci.
E’ l’emozione che si rinnova
col suo stesso bisogno.
E’ l’emozione nutrita dai segreti più segreti,
il cui accesso è precluso ad altri.
E’ l’emozione in cui tutto ci giochiamo:
sentimenti e valori e desideri.
Tu, tu sei la mia amica del cuore.
Sei tu la testimone della mia vita. Io della tua.
Ci siamo scelti. Rimaniamo legati,
accogliendo trasformazioni e cambiamenti.
Noi, sempre lì a raccontarci:
intimità profonda che vive
di confidenze e confessioni,
finanche del celato bisogno di ricevere conferme.
E’ il confidarci e il fidarci e l’affidarci,
senza mai giudicarci.
E’ l’accettazione ad oltranza
nella lealtà, sempre disponibile,
in cui disattenzioni e sgarbi non son cosa nostra.
Tu, proprio tu, sei la mia amica per la pelle.
Mentre accolgo la tua ombra,
tu accogli la mia:
ombre, le nostre, in cui ci riveliamo veri.
Ombre che abbracciamo, per tenerci stretti.
Tu, sei Tu, la mia Amica.
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6/08/2008
venerdì 30 maggio 2008
Sulla soglia

Immersa da tempo nella mia situazione sbagliata,
mi trovo oggi sulla soglia
del pensare ad una vita migliore.
E’ così sottile il confine:
una soglia che potrei varcare, libera.
Non ha barriere il confine, eppure è così confine.
Io al di qua della soglia, soffrendo
e desiderando il meglio che so esserci al di là.
E’ sulla soglia che comprendo – per me stessa –
di meritar di più.
Varcarla sarebbe diventar libera:
libera da lui non libero e bugiardo, che mi trascura,
da lui egoista che sfacciatamente inganna,
da lui che subisco per paura di restar sola.
C’è una gran dignità
nel non abbandonarsi ad emozioni sbagliate.
C’è dignità vera
nel saper guardare e nel saper vedere.
C’è dignità – la mia, tutta –
nel saper varcare la soglia.
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5/30/2008
Una via c'è

Sembrava un viale alberato di sogni perenni,
ben soleggiato d’amore, ventilato da sensazioni vere,
recante all’Albero della Vita,
nell’Eden segreto del cuore.
E’ buio e stretto e cieco, ora, questo vicolo chiuso.
Non v’è uscita, non v’è speranza.
Ogni cosa qui è scoramento e sconfitta.
Sentirsi perduti, con un solo pensiero, sempre quello: perché.
Macerarsi nel perché non indica però la via:
rende il vicolo più buio e più chiuso.
I perché son cosa passata, avvenuta, compiuta:
solo il vicolo è vero, il resto illusione.
Va guardato, questo luogo scuro: è tutto quel che ora rimane.
La sofferenza purifica, se si ha il coraggio dell’accoglienza.
S’apre allora, d’un tratto, la via immensa della pace.
Ed è già quasi serenità, prima di gioie nuove. E inaspettate.
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5/30/2008
Un dono

Non ti ho neppure detto che ti amo né lo hai detto.
Noi che siamo stati, per caso, amici e complici.
Io un riparo durante una tempesta,
tu un vento bagnato di pioggia.
Il caso, a volte, fa doni inaspettati.
E ora che le tue tempeste son finite,
rimani qui, nel nuovo giorno.
Eri giunta di sera, quasi persa, senza più una meta.
Ti accolsi nel silenzio caldo e vivo e rassicurante di un camino.
Asciugate le lacrime amare di pioggia,
lavati gli abiti sporchi di un percorso sbagliato,
apparisti nuda senza vergogna.
La notte fu nostra.
E non ti ho neppure detto che ti amo. Né lo hai detto.
Ha forse tante forme l’amore?
E a cosa assomiglia questa che non dice parole
e non palpita delle emozioni del cuore?
Eppur rimani qui, nel nuovo giorno.
Forse poi riprenderai la via, la tua via.
Non sappiamo il domani, né lo sai.
Intanto è ancora caldo il camino.
E conserva il suo tepore in quest’alba che per ora è nostra.
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5/30/2008
domenica 25 maggio 2008
Un anno fa

Compiuti i miei sedici anni, ragazzina più non ero.
Son diciassette, oggi. E non son donna ancora.
Un anno in più. Di confusione, di malessere.
Amicizie, nessuna,
se i miei compagni guardano solo all’utile loro.
L’unico rapporto vero, con la mia compagna di banco.
Un’amica l’avevo e credevo fosse vera.
Sto ancor male per averla persa.
E lei neppure sa quanto ho sofferto.
Un’amicizia vera, sì, la vorrei:
son vuote le mie mani,
il cuore ancor pieno di speranze.
Un anno in più. Di delusioni.
Mio padre, sempre più occupato altrove.
Mia madre che guarda fisso davanti a sé,
se le parlo, e io capisco che neppure mi sente.
Senza mia sorella che mi ascolta
davvero non saprei che fare.
Il passato lo rimpiango:
io così sicura e determinata.
Sapevo quel che volevo, ora un po’ meno.
Sempre più confusa, e le domande son tante.
Sentirsi sconvolte: è questo il crescere?
Una certezza però la ho:
contar soltanto su me stessa.
Per far fronte ad ogni situazione,
per ottener quel che voglio,
per riuscirci.
E il mio futuro
- io lo so –
sarà stupendo.
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5/25/2008
Viaggio senza bagaglio

Ti sorrido, amica mia.
Ma il mio sorriso è accennato, colmo di comprensione:
li vedi i miei occhi affettuosi che
guardandoti – buoni, senza imbarazzarti –
ti parlano in silenzio?
Ti dicono quanto so di te.
Perfetta e brillante sempre, tu.
Eppure io so delle fatiche e degli sforzi
che mai racconteresti.
So delle rabbie che taci.
So perfino delle ire, delle invidie e delle gelosie
che nascondi, ma che a volte son parte di te.
Vieni via, amica mia, donna vera sotto mentite spoglie.
Abbandona paure e incertezze:
ti porto in un viaggio nuovo.
Lascia lì la tua valigia delle cose,
con gli abiti dei sentimenti amari,
con le scarpe dei doveri faticosi,
con i gioielli delle emozioni avvilite,
con la biancheria dei desideri frustrati,
con il trucco delle abitudini stanche.
Porta con te solo la tua voglia di vita vera.
Eccoci giunti.
Non ti avevo detto che è un viaggio nuovo?
Quando arrivi alla meta, inizia il viaggio.
Férmati: il viaggio è nuovo.
Tu spettatrice di te stessa (ma dove eri finita, amica mia?).
Qui puoi guardarti piangere e ridere,
provar rabbia e sperare, volere e rifiutare.
Sei tu.
Accogliti, senza giudizi.
E non rifuggire più.
Scoprirai che la tua anima è unica,
unica perfino la tua maniera d’esser bella.
Unica. Come te.
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5/25/2008
Voglio sorprenderti
Voglio sorprenderti.
Perché tu mi scopra, ogni volta.
Perché tu m’attenda, ogni volta,
con l’ansia del primo incontro.
Voglio sorprenderti.
Perché tu ti stupisca, sempre.
Perché tu sia colta di sorpresa, sempre,
con la meraviglia nei tuoi occhi.
E voglio sorprenderti anche nel sonno.
Perché tu frema del tuo fremito.
Perché tu ti riassopisca, poi, serena.
Per sorprenderti di nuovo, nei tuoi sogni.
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5/25/2008
Tocco femminile

Mi piaci perché sei vera.
Libera, non la perdi la tua femminilità
tra il bisogno d’affermarti e l’eccessiva grinta.
Seduttiva, quando sai quello che vuoi
ti spendi con tutto il cuore
in delicatezze ed attenzioni senza fretta.
Non ostenti un mantello d’inesistente sicurezza
tessuto con trame di moine
e ordito con piccole astuzie
per farti notare e accettare,
per sopravvivere.
E’ un moto dell’animo, la tua seduzione:
un gesto spontaneo con cui ti porgi.
Seduci così, col cuore.
Intraprendente, non rinunci – tu determinata –
al gusto d’esser femminile:
accogliente, affettuosa, comprensiva.
Sai fidarti, tu, della tua libertà.
Irresistibile il tocco della tua femminilità:
mi piaci perché sei vera.
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Gianni Montefameglio
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5/25/2008
venerdì 2 maggio 2008
Stella cadente

Eccola: la inseguo con lo sguardo.
E’ la mia stella cadente nel notturno agostano.
E il desiderio lo esprimo,
prima ch’essa svanisca lontano.
Vorrei, vorrei.
L’armonia con me stessa e con l’universo intero,
con la terra e il mare e il cielo.
Armonia che somigli
alla gioia sensuale di star sdraiata sulla sabbia al sole,
nel fruscio del vento,
col profumo di salsedine.
Per emozionarmi e per sentirmi viva.
Per sognare.
Occhi all’insù: guardar le stelle.
L’ho colta al volo,
la mia stella cadente.
E’ svanita di già, ma con sé reca il mio desiderio.
Lassù, tra le stelle.
E io, qui, ne avverto l’eco.
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Gianni Montefameglio
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5/02/2008
Spregiudicata

Lo conobbi quando ormai – carica di anni, tanti –
mi ritenevo giunta alla saggezza nella mia vita già trascorsa.
Lui così estroverso e simpatico e bello e allegro.
Lui così giovane. Lui ragazzo.
Ci misi mesi e mesi prima di far l’amore con lui.
Immaginavo le sue mani su di me e
- toccandomi da sola braccia e glutei –
rabbrividivo e pensavo: non posso.
Io intoccabile.
Spogliarmi fu infine più eroico che erotico.
La passione fu più forte della paura.
Fui felice oltre ogni dire.
Non temevo la concorrenza di avvenenti ventenni.
Non badavo allo scherno degli sguardi ironici di chi scuoteva il capo.
Non temevo neppure d’invecchiar di più e d’essere lasciata.
Era la mia stessa maturità il mio fascino esclusivo
che giocavo con disinvoltura
cercando la mia bellezza negli occhi di lui,
senza chiedergli conferme.
Lui mi amava.
Fui io a lasciarlo.
Perché lo amavo.
Perché non avrei potuto dargli un figlio.
La vita scorre e noi passiamo.
Uno sprazzo di felicità vera a volte accade, anche tardivamente.
Ma alla Natura non la si fa.
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
5/02/2008





