Melodie orchestrali nella sala della penombra dei colori.
Nei calici, bollicine di note musicali.
Voci allegre, confuse nella sonorità. Sorrisi e fumi.
Papillon e abiti da mezza sera.
Poi – d’incanto – tutto cessa:
è il silenzio che crea attesa,
nel buio delle spente luci colorate.
Appare lei,
illuminata da un cerchio di luce bianca e innaturale.
Avanza piano, verso il centro del palco.
Elegantissima, nel suo frac nero
che cade sulle gambe nude calzate a velo.
Di nero vestita, i guanti lunghi.
E un cilindro rosso.
Lei.
Qual è mai il suo fascino?
Lo sguardo, il sorriso accennato, il portamento?
C’è in lei una fierezza strana
quando gira attorno alla sedia sul palco.
Ora canta una melodia che incanta.
La commozione che sale prepara l’applauso.
Poi è di nuovo silenzio.
Lentamente, si sfila un guanto.
Scende piano tra il pubblico ignaro:
poggerà la mano – ognuno lo sa - su qualcuno;
ciascuno spera eppur teme,
respirando il profumo di colei che passa lieve.
Lei cerca chi non c’è.
E io che la vedo – da un sipario, tra le quinte -
guardo altrove per non veder il suo sguardo perduto.
E ne soffro, trafitto. Per lei malata.
Per lei che chiama magia l’inganno del male.
Di nuovo sulla ribalta:
è stupenda nella sua bellezza superba.
Si avvia tra le pesanti tende rosso cupo,
asciugandosi una lacrima.
E scompare.
A terra, sul palco, un guanto nero.
Che conserva ancora il suo tocco.
venerdì 28 marzo 2008
Il guanto nero
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
3/28/2008