sabato 1 marzo 2008

Mugugno


Ti guardano eppur non vedono.
Guardano te ormai noiosa.
Brontolona che perde il giro, se non sale in giostra.
L’infelice che è in quel che dice,
nelle parole inutili.
Quella del no al mondo,
stanca ancor prima d’esser coinvolta.
Litigiosa sempre, nel perpetuo lamento.

Tu ti guardi e ti vedi.
Vedi il ricordo perenne dei passati errori,
a cui dai corpo e che mantieni in vita.
Vedi te derubata del possesso che ti spetta.
Il tuo mugugno è diritto al risarcimento.
Eppur non sai che il piagnisteo
non sfoga, ma ti soffoca.
Nella facile pratica del lamento
ti fai vittima cento e mille volte.
Ma di te stessa.

Io ti guardo. E ti vedo.
Vedo la sete di contatto e affetto.
Vedo la tristezza che t’avvolge perché più non credi.
Vedo il facile sollievo del momento,
quando cedi al pianto.
Vedo le lacrime che cercano conforto.
Odo il grido che implora attenzione.
E guardo alla luminosità di vita
che in te ancor risplenderebbe:
porgendo un grazie,
respirando un profumo,
accogliendo il silenzio.
Quel silenzio intenso e grato, non più malato,
in cui riscopri
la pace serena, le risorse nuove, la libertà.