
Ero giovane – oh, com’ero giovane:
ancor ragazza e divenni sposa.
Innamorata? No: la mia adolescenza fu spezzata,
nell’improvvisa attesa d’esser mamma.
Lasciati i giochi e le canzoni,
d’un tratto fu la vita dura e faticosa.
Or di lui non sopporto più nemmen lo sguardo su di me:
egoista senza misura, violento e senza cuore.
Mio figlio, ormai grande, invece l’adoro.
E c’è un uomo speciale da un po’ nella mia vita,
che mi ascolta e mi comprende.
Tanto è l’affetto e grande è la stima.
Andar via con lui – io lo so – sarebbe un sogno.
Se son rimasta è solo per pietà di lui che mai non cresce.
E ancor mi logoro negli obblighi di moglie assente,
e più non reggo menzogne e falsità.
Chiedere all’altro di fuggire insieme, ecco, dovrei.
Ma io non oso, se lui non sceglie mai.
Ho un amico, caro e prezioso, che scuote il capo:
mi chiama ingenua e dice che son sciocca:
perché rimango in gabbia,
e perché m’illudo dell’amor dell’altro
- già, quello speciale, che ha moglie e figlio:
figlio che ama, moglie che più non ama ma che non lascia.
A volte la realtà mi ferisce improvvisa,
e mi fa male, mi fa male dentro,
nel dubbio d’esser solo amante a tempo perso.
Poi so ritrovare i miei ma, ricercare i miei però:
per giustificare, per dir a me stessa che m’ama davvero.
Ne morirei, io, altrimenti.
venerdì 28 marzo 2008
Illudersi, per sentirsi amata
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
3/28/2008