
La vita è davvero un groviglio di vie.
E io, presuntuosa, che credevo d’avere un percorso mio.
Eran strette le vie di casa mia:
mia madre s’era persa per viottoli sassosi
che non sarebbero stati i miei.
Appena ragazza, lui maturo e navigato
mi parve il destino sulla strada regale.
Fu solo un abbaglio, miraggio su una rotta desertica
svanito quando apparve lui sulla mia via.
E fu strada maestra,
la vita intera percorsa insieme.
Forse fu perché era troppo piano quel percorso
che a volte mi infilai in vicoli scuri
che mi parvero allora sentieri di fiori e di sole.
Ripreso il cammino,
piangendo d’esser andata fuori strada,
misi tutta me stessa per trasformar il mio corso in viale.
Ma preso il frutto proibito, sbarrato è il varco all’albero della vita,
e indietro non è concesso tornar per altra via.
Il tragitto fu accidentato sempre più, la direzione incerta.
E apparve l’altro,
sbucato da un fiabesco sentiero d’infanzia.
Ogni cosa abbandonai per la mia strada nuova,
itinerario di sogno verso alte vette,
meta da sempre cercata.
In salita, sì, ma verso la cima della felicità futura.
Conduceva invece al baratro e all’abisso.
Nulla ho imparato avventurandomi per strade non mie.
Ma andare al fondo, no: non mi trascinerà più oltre.
Il percorso, quello che era mio, l’ho perso.
Ma se non smetto di entrar in vicoli bui, non sarà mai diverso.
domenica 2 marzo 2008
Strade
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
3/02/2008