
Lo desideravo più di tutto al mondo:
diventar mamma, dare alla vita.
Gioie indicibili,
più flebili e ansiose, ogni volta seguite dai lutti
nel dolore immenso d’aver perso le mie creature.
Lo desideravo così tanto: mettere al mondo.
E quella sera, chiusa da sola nella stanza,
immersa in un bagno caldo,
parlai piano accarezzando il mio grembo nel pianto di mamma:
non te ne andare, ti prego, vita della mia vita, non te ne andare.
Ci son gioie che emergono, silenziose e grandiose, dal dolore infinito.
E fu con il dolore che volli sporcarmi,
per gustarlo fino in fondo nel dar alla luce.
Lo attendevo.
Nelle prime avvisaglie di contrazioni,
divenute poi decise e regolari,
fattesi forti nella notte,
tra l’estasi e il dolore.
Non un urlo, ma il pianto:
una crisi di pianto nel travaglio.
E le fitte fortissime, la mattina.
E fortissimo poi l’impulso irrefrenabile a spingere,
a spingerlo fuori oltre la rottura, verso la vita.
E’ più forte di me la forza che d’un tratto mi possiede,
e non son quasi più io: sono diventata il mio corpo e la sua forza.
Tutto viene da dentro e pare esplodere nell’urlo.
Dolore e sensazione esaltante:
non sono stata mai così felice d’esser donna.
E continuo la mia lotta a corpo a corpo con la vita.
Un ultimo grido, disperato – come è mai possibile aprirsi così?
L’ultima spinta, per rimaner senza fiato.
Eccola.
La stringo al petto.
I suoi occhi nei miei.
E non smetto più di baciarla.
Non smetto.
domenica 9 marzo 2008
Sconvolgente e meraviglioso
Pubblicato da
Gianni Montefameglio
alle
3/09/2008